sabato 2 maggio 2015



L U C R E Z I O

Nel secondo verso della sua opera (De rerum natura, cioè LA NATURA) Lucrezio si rivolge a Venere nutrice (ALMA VENUS), perché riporti la pace nell’impero romano, martoriato dalle guerre civili. La lotta politica a Roma si era radicalizzata, imboccando la strada della violenza, quando tribuni della plebe erano divenuti Tiberio Gracco prima, e poi suo fratello Caio, imparentati con gli Scipioni (Scipione l’Africano era il nonno della loro madre, Cornelia), ma malgrado ciò ostili allo strapotere dei patrizi. E tutto ciò inizia nel 140 a.C., e va avanti fino a Lucrezio ed anche dopo la sua morte, finché Ottaviano nel 31 a.C. sconfigge Antonio e Cleopatra, facendo richiudere le porte spalancate del tempio di Giano. Era uso tenerle aperte, se v’era in corso una qualche guerra per Roma, e da tempo immemorabile ormai erano aperte. Ottaviano Augusto amerà in modo particolare di essere considerato restaurator pacis, tanto che l’Ara Pacis è il  monumento celebrativo più amato da lui, e ne mena vanto anche nelle Res gestae, elenco delle sue imprese. Ma quale uomo non si sarebbe turbato positivamente davanti alla bellezza di Venere Callipigia (foto)?

L’opera di Lucrezio è una trattazione in versi della filosofia epicurea, di cui il poeta è entusiastico seguace e banditore. Si pensa di solito che gli ambiti della filosofia (ragione) e della poesia (sentimento) siano lontani e difficili da amalgamare. Lucrezio c’è riuscito. Cosa l’ha spinto? Due sono i fattori della sua decisione: a) l’entusiasmo per il maestro di vita, di nome Epicuro; b) la condizione di grave incertezza esistenziale in cui versano i romani, verso i quali un sentimento di pietà e misericordia lo spinge a poetare. Dopo un secolo di guerre “civili” i romani sono disorientati, sfiniti, come lo siamo oggi noi,  e hanno difficoltà a trovare una ragione di vita, una stella polare a cui riferirsi per andare avanti. E Lucrezio pensa che la filosofia epicurea. IN QUANTO DECISAMENTE RAZIONALE, sia proprio quello che ci vuole per la salvezza dei concittadini suoi. E lui prova ad illustrargliela, in versi, e poi spiegherò il perché della scelta.

L’obiettivo primario di Epicuro è di liberare gli esseri umani da due paure tremende, due macigni che appesantiscono ed a volte annichiliscono la vita dei mortali: a) la religione e la paura verso gli dèi; b) la paura della morte. Ma, per raggiungere il suo obiettivo, Epicuro deve costruire tutto un sistema filosofico, atto a dar conto di quanto succede nella nostra vita. Provo qui a cogliere alcuni elementi nodali dell’epicureismo, avvertendo che un post su FB inevitabilmente porta ad una esposizione per forza di cose compressa e non sistematica.

Epicuro parte da una prima proposizione: tutti gli esseri viventi sono spinti dalla natura a cercare il piacere ed a fuggire il dolore ed il turbamento che ne deriva. Quando dicevo questo in classe, mi guardavano con la faccia, che voleva dire: “E ci voleva Epicuro, per dire ciò?”. Allora domandavo cosa fosse per loro il piacere, e per converso il dolore. E qui si rendevano conto che la speculazione epicurea era partita da una banalità, se vogliamo, ma subito si impennava. Capivano che definire dolore e piacere è cosa tutt’altro che facile e condivisibile: masochisti e sadici hanno idee opposte. Epicuro non fa discendere la nostra realtà dal cielo (universale) alla terra (particolare, individuale), ma segue il processo inverso: individuazione dei dati reali, loro analisi, catalogazione, e poi salire a formulare idee generali. Il più diretto mediatore tra noi e la realtà sono i sensi: quindi la prima conoscenza è quella sensibile. I sensi, come dei sensori diremmo noi, intercettano gli stimoli, li elaborano, e poi li trasmettono ad una centrale (chiamatela mente, oppure anima: quello è, una centrale), che li sistema e li inquadra in un contesto più ampio. E di cosa sono fatti i sensi? Di atomi, dice Epicuro sulla scia di atomisti precedenti. Non si tratta dell’atomo della fisica moderna, ma della parte più piccola immaginabile di una materia. Anzi, tutto l’esistente è fatto di atomi, ed un flusso continuo di atomi è all’origine del creato. Durante il fluire, gli atomi si urtano, si incontrano, e forse si aggregano. A casaccio? No, chiarisce Lucrezio, perché gli atomi hanno la libertà di decidere se come e quando deviare nel fluire. Sommando la libertà di decidere connaturata ai singoli atomi, che compongono il nostro essere, viene fuori la libertà di scelta di ognuno di noi. Altrimenti tutto sarebbe casuale, e sarebbe difficile spiegare la libertà, a cui si lega la responsabilità.

Quest’aggregato di atomi, che compone gli esseri viventi, a cosa mira durante la vita? A cercare il piacere ed a fuggire il dolore. Ma cos’è il piacere? Sulla base dell’esperienza e dell’osservazione diretta, Epicuro sostiene che il massimo piacere c’è quando non si avverte il turbamento  causato dal mancato soddisfacimento dei bisogni. Soddisfare i bisogni E’ il piacere. E il dolore? È l’esatto contrario: non soddisfare i bisogni causa turbamento, ed il turbamento che non trova limite è la causa prima del dolore. E qual è il turbamento più grande? E’ la paura della morte. Ma – dice Epicuro – dato che noi siamo un aggregato di atomi, e, finché siamo aggregati c’è in noi la vita, se ne deduce che la morte è quella condizione che interviene, quando l’aggregato degli atomi si disgrega. Ma, se siamo disgregati, non siamo più in condizione di avvertire alcun dolore, nemmeno la morte,  perché per avvertire dobbiamo essere integri. Insomma, per dirla con un apparente gioco di parole, non è proprio il caso di avere paura della morte: infatti noi e lei non ci incontriamo mai, in quanto, se ci siamo noi, non c’è lei, e, quando c’è lei, noi non ci siamo più.

E l’anima? Anche l’anima è materiale, quindi anch’essa si disgrega con la disgregazione del nostro corpo. Con tanti saluti a tutte le chiacchiere sull’al di là. E, se l’al di là non esiste, non si capisce bene la funzione di tutto quell’apparato religioso, che all’al di là è legato. Plutone, Proserpina, Ade, Diana infernale, Caronte, Cerbero, l’Averno, le ombre? Favole per bambini: quando si muore, tutto finisce, gli atomi si disgregano e tornano nel grande fluire atomico, per ricombinarsi chissà come! Dunque una vita da saggio è una vita priva di turbamento. E, per giungere a tale condizione, è necessario studiare bene tutta la realtà, per scoprire così che le cose VERAMENTE importanti non sono poi tante. Mangiare, ad esempio, è un bisogno naturale e necessario, e soddisfarlo non richiede una grande fatica, che porta turbamento; mangiare cose prelibate, è naturale ma non necessario, anzi per procurarsele l’uomo può andare incontro a fatiche che turbano; mangiare cose prelibate in stoviglie preziose in un bel palazzo, non è né naturale né necessario, ed il suo procacciamento può essere fonte di gravi affanni e turbamenti. Ma è saggio, chi si dà una vita senza turbamenti, nella ATARASSIA, ed essere saggio non è uno sport, ma un modo per vivere come meglio non si può.

Anche gli dèi sono saggi, perché vivono – in una imprecisata regione degli inermundia -la perfetta ATARASSIA. Pregarli e venerarli è inutile: non si occupano degli uomini, intanto perché non ne sentono alcun bisogno, e poi per non rischiare la loro condizione di perfetta beatitudine. Per le medesime ragioni è inutile temerli. Allora templi, sacrifici, oracoli, sacerdoti, miti, altari, riti, feste, cerimonie, offerte, a cosa servono? Gli dèi vanno onorati – dice Epicuro – solo in quanto saggi e modelli da imitare. Ma non adorati né temuti. Figurarsi se discorsi del genere, e quelli sull’anima, potevano andare bene ai romani prima (la religione è uno dei tre pilastri della Società romana) , ed ai cristiani dopo.

ATARASSIA, cioè imperturbabilità. Ma anche la poesia provoca turbamento! Ma allora Lucrezio è in contraddizione!. Però ho appena detto che la dottrina epicurea era piuttosto ostica alla mentalità romana, per l’idea che Epicuro ha della religione, ed anche per il suo invito a vivere in separatezza, mentre per il romano tradizionale la RES PUBLICA è il massimo dei valori. E Lucrezio spiega che il ricorso da parte sua alla poesia lo rende simile al medico che deve propinare l’amara medicina ai bambini recalcitranti: cosparge di miele (la poesia per Lucrezio) intorno all’orlo del bicchiere, cosi che, ingannato dal dolce iniziale, il bambino mandi giù la medicina amara (la filosofia epicurea), e con ciò guarisca. E così pure l’invocazione a Venere al secondo verso: perché invocarla, se per Epicuro gli dèi non ascoltano? Ma non è la Venere olimpica, bensì la forza vitale insita nella natura. Si tenga poi presente che il De rerum natura è un poema epico, e nell’epica l’invocazione alla divinità è un fatto tradizionale e canonico. Straordinaria è poi la rapsodia sull’umanità antica e primitiva: nel mito antico gli uomini primitivi vivevano nell’età dell’oro, senza lavorare, perché la terra dava frutti spontanei in abbondanza. Ma poi la condizione umana è andata degenerando, e le età sono divenute dell’argento, del bronzo e del ferro. Per Lucrezio, invece, gli uomini primitivi non erano molto diversi dalle bestie, ed erano preda di quasi tutti gli animali, più forti e più veloci di loro. Ma iniziarono a manifestare qualcosa di diverso e di importante, quando imitando gli uccelli impararono la musica, e, ascoltando il vento trascorrere tra le canne, intuirono la fabbricazione di strumenti musicali. Era la scintilla dell’intelligenza! Insuperabile poi è la semplice dimostrazione del fatto che empio non è l’epicureismo, come i suoi detrattori (Cicerone in testa) proclamavano, ma la religione stessa. La povera Ifigenia, ad esempio, fu attirata in Aulide (Grecia del nord, donde la flotta non poteva partire per Troia, per l’ira di Diana causata da una sua cerva ammazzata, per la quale pretendeva un sacrificio umano, Ifigenia appunto!) con l’inganno delle nozze con Achille. Quando capì cosa le stesse capitando “AMMUTOLITA PER IL TERRORE PIEGANDOSI SULLE GINOCCHIA A TERRA STRAMAZZAVA. TANTI MALI HA INDOTTO A FARE LA RELIGIONE!”. E non conosceva le religioni monoteistiche, quelle del “libro”, istigatrici di guerre sante (?), di sterminio di eretici ed infedeli, nel nome della vera fede, ieri come oggi! Mica una filosofia atea o agnostica!

All’inizio del primo libro, dopo l’invocazione a Venere che fa da proemio generale, c’è la prima esaltazione di Epicuro: la vita umana – sintetizzo – era oppressa dal peso della religione, che si affacciava con orribile aspetto dal cielo, ma per primo un uomo greco ardì alzare gli occhi e fissarli su di lei, senza timore di fulmini o altro, con l’ambizione di abbattere i chiavistelli della natura. “ALLORA LA VIVIDA POTENZA DEL SUO ANIMO TRIONFO’, E SUPERO’ ALLA GRANDE LE FIAMMEGGIANTI MURA DELL’UNIVERSO (si credeva che fossero il confine finale), E TUTTA L’IMMENSITA’ INVESTIGO’ CON LA MENTE ED IL CUORE…”, e da questa scorribanda tornò a riferirci le leggi della natura, della fisica, della scienza. “PERCIO’ LA RELIGIONE MESSA A SUA VOLTA SOTTO I PIEDI VIENE CALPESTATA, E LA VITTORIA (= la conoscenza) CI RENDE PARI AGLI DEI”. Entusiasmo di un proselito convinto! Così finisce l’angoscia verso il potere degli dèi. Ma verso la morte? Verso la morte no: regolarmente chiama “mortales” gli uomini, come ad esorcizzare il pensiero della morte sicura.

Il poema è di sei libri, organizzati a due a due, ed ogni coppia termina con un quadro pauroso di dissoluzione. San Girolamo, autore di una sua biografia, ci dice che compose l’opera nelle pause della malattia. Quale? Egli parla degli effetti devastanti di un filtro amoroso, ma a me pare più plausibile l’ipotesi dell’epilessia, allora incontrollabile, chiamata “male sacro”.

Sentendosi prossimo a morire, prima di aver revisionato l’opera, dispose che il suo manoscritto fosse distrutto. Ma Cicerone – pensate un po -’ il nemico giurato dell’epicureismo, conquistato dalla bellezza dei versi, lo impedì e lo fece pubblicare così com’era dal suo amico Attico, ricco editore. Caduto l’impero romano, se ne perdettero le tracce, finché un nostro umanista, Poggio Bracciolini, nel 1417 lo ritrovò in una imprecisata biblioteca tedesca, e lo ridiffuse. E la sua lettura, con quel suo continuo appello all’uso della RATIO, della razionalità, è stata uno dei più potenti stimoli allo sviluppo delle scienze dall’umanesimo in poi, insieme con la riscoperta della scienza ellenistica e di quella araba, fino ai prodigi della scienza e della tecnica dei giorni nostri. Un robusto filo ci lega a

L  U  C  R  E  Z  I  O

domenica 26 aprile 2015


                                             LA SCIENZA NEL TEMPO ANTICO


Correva l’anno 212 a.C. (ci avete fatto caso a come corre il tempo?) e sul far dell’estate siciliana i soldati romani dilagavano nella città di Siracusa, mettendola a soqquadro. Due anni era durato l’assedio della città, che aveva creduto ad Annibale e s’era ribellata ai romani. Ma Roma era un osso tosto da rosicchiare, e ad una ad una stava riprendendo tutte le città ribelli come Siracusa, antica prospera ed un dì potente città greca. Il console romano era Marco Claudio Marcello, console plebeo, che dieci anni prima aveva sottomesso la Padania (ma non sospettava che si chiamasse così, ed infatti…..), ed ora prendeva una città prestigiosa ed opulenta, e, per dimostrare la bravura di un console plebeo, faceva un ingente bottino, specie di opere d’arte. E le mandava a Roma, ed erano piazzate un po’ dappertutto nella città, ed i giovani restavano incantati a guardarle, e iniziavano a discutere di estetica, tanto che il senato masticò amaro: si può sprecare il tempo così? Ecco dove ci porta un console plebeo: a fare dei giovani dei perditempo. A Siracusa in quegli anni operava un tale, di nome Archimede. Chi, il fisico? Sì, proprio lui! Costruiva delle macchine strabilianti, trasformando in oggetti concreti e funzionanti i suoi studi teorici. Il console aveva ordinato di catturarlo vivo, ma un soldato che non lo conosceva, entrò in casa sua e gli domandò chi fosse. Ma quello, tutto assorto nei suoi disegni, nemmeno se ne accorse. Il soldato aveva fretta, non voleva perdersi la festa che i suoi compagni stavano vivendo sulla pelle dei siracusani, e, per non sbagliarsi, lo ammazzò. Un episodio increscioso, ma che dico?, doloroso: ma si sa, in guerra…….

E invece , e nessuno lo poteva immaginare, quel colpo di spada poneva fine ad un’epoca, e soprattutto ad una cultura: quella scientifica dell’epoca ellenistica, segnatamente del secolo che stava per finire. L’espansione di Roma, che proprio dopo la guerra annibalica è straripante, provoca un’interruzione brusca di processi culturali, che avevano portato il mondo scientifico greco ad elaborare metodiche del tutto omogenee alla nostre, di noi moderni. Nel mondo greco, e per antica abitudine, circolano con grande facilità elementi della cultura orientale, mai passivamente copiati, ma rielaborati e collegati in maniera originale e secondo un processo organizzativo, grazie alla particolare situazione nelle varie poleis greche: tutte (anche se con caratteristiche diverse, vedi l’aristocratica Sparta e la democratica Atene, i due casi limite) a regime indubitabilmente democratico (non c’è un re, di solito anche sommo sacerdote, che detti le decisioni, ma queste scaturiscono da un confronto e da un voto – tra gli àristoi a Sparta e tra tutti i cittadini ad Atene -), in cui la potenziale platea degli “studiosi”, come degli artisti dei filosofi e dei letterati, ma anche degli atleti e degli operatori economici, è molto più vasta che nelle regioni a regime monarchico. Inoltre l’impostazione prevalente in Grecia è di tipo logico e razionale. Di qui nasce la centralità dell’essere umano come oggetto da osservare, e quindi l’umanesimo in filosofia e nelle arti figurative. Ma anche l’inclinazione a guardare al di là della natura, oltre la fisica quindi, cioè la metafisica e l’astrazione. Anche di tipo matematico. I romani, che pure sono appassionati di filosofia, ed avvertono il fascino delle arti figurative, hanno un’impostazione del tutto concreta e pratica: studiano tutti filosofia (e per questo i  rampolli delle famiglie che contano vanno in Grecia), ma non producono alcun ragguardevole filosofo (il più importante è Cicerone, ma vive nel tempo dell’eclettismo ed è un eclettico, una maniera – nemmeno una corrente – di fare filosofia, assemblando – direbbero in Francia – elementi distinti di distinte filosofie; e, dopo un secolo, Seneca, filosofo morale, come un secolo dopo ancora Marco Aurelio, l’imperatore filosofo), ma lo scopo della pratica filosofica è quello di affinare l’oratoria, strumento principe della lotta politica, e quindi pratico; abbelliscono, se ne hanno i mezzi economici, le loro dimore con statue greche depredate nel mondo, o con loro copie, o assoldando se non comprando l’artista greco, allo scopo di rendere eleganti le proprie dimore, non certo per amore dell’arte, vista sempre come attività da schiavi o da graeculi, come con disprezzo chiamavano i greci. Ma anche nelle attività pratiche i romani seguono strade del tutto diverse da quelle greche: la lingua latina è uno STRARDINARIO SPECCHIO E STRUMENTO di un approccio nettamente logico e razionale. C’è un problema da risolvere? Bene, la soluzione non sta nell’applicazione di formule matematiche elaborate in astratto, ma la si rintraccia studiando ed analizzando la questione, con il potente aiuto della ferrea logica del latino, una specie di computer senza fili e corrente, ma installato nel cervello dei romani. Ebbe a dire Lucio Lombardo Radice, il nostro più illustre matematico del secondo novecento (ribadisco, un matematico), che tra tutte le lingue, presenti e passate, quella che decisamente è più omogenea alla logica informatica è il latino. Per questo lo vogliono eliminare, perché insegna a ragionare. Ma nelle scuole dei ricchi resterà!

Nel mondo greco il livello della speculazione ASTRATTA raggiunge cime paragonabili a quelle raggiunte nella scienza moderna. Anzi, c’è da dire che tutta la scienza moderna riceve un potentissimo stimolo all’inizio del nostro Rinascimento, quando si torna a conoscere la scienza greca ed ellenistica (l’ellenismo lo facciamo per tradizione iniziare dalla morte di Alessandro Magno, 323 a.C.), o direttamente o tramite la mediazione araba. (Per le tre proposizioni che ora seguono, mi avvalgo del saggio di Lucio Russo “La rivoluzione dimenticata”, Feltrinelli, pgg. 33 e sgg.). Le caratteristiche essenziali dell’attività scientifica greca sono le seguenti:

     1, Le loro (degli scienziati greci) affermazioni non riguardano oggetti concreti, ma enti teorici specifici. La geometria euclidea parla di angoli e segmenti, che non esistono in natura;
    2.  La teoria ha una struttura rigorosamente deduttiva: in sostanza nella teoria astratta vi sono tutti gli elementi necessari alla soluzione di problemi pratici, che in realtà sono esercizi sulla teoria;
    3.  Le applicazioni al mondo reale sono basate su regole di corrispondenza tra gli enti della teoria e gli oggetti concreti. In altri termini una teoria risulta valida se sperimentabile, e se gli esperimenti danno invariabilmente la conferma della giustezza della teoria.

E’ esattamente quello che facciamo oggi. E, come oggi, anche allora alla elaborazione teorica e scientifica  seguivano tutte le applicazioni tecniche, insomma la tecnologia. Ed anche allora, come oggi, la scienza può procedere per astrazioni, fino al punto di modificare la realtà in atto.

Conviene a questo punto citare un po’ di nomi. Tutti conoscono il nome di Euclide, ma non sempre lo si sa collocare nello spazio e nel tempo. La sua geometria è stata la pietra angolare di tanta nostra cultura, soprattutto perché propone il metodo dimostrativo astratto, uno straordinario stimolo per l’intelligenza di chi vi si dedica. MA LA TENDENZA IN ITALIA, E NON SOLO, NELLE VARIE RIFORME DELLA SCUOLA (LA BUONA SCUOLA IN PRIMIS) E’ QUELLA DI IMPEGNARE I CERVELLI IN QUESTIONI BANALMENTE PRATICHE: si vede che non interessa stimolare i cervelli. La geometria è definita EUCLIDEA e NON EUCLIDEA, insomma sempre Euclide c’è di mezzo, a 2300 anni di distanza dalla sua vita. E’ noto anche Archimede (anche se ho paura che qualcuno lo conosca per via di Paperino di Disney), il siracusano, ma frequentatore di Alessandria e dei colleghi ivi residenti anche con scambi epistolari. Prima dell’ellenismo vivono Pitagora (una volta a scuola si parlava di tavola pitagorica e di teorema di Pitagora), e Talete, matematico, astronomo (previde un’eclisse di sole), uomo politico, filosofo: misurò l’altezza della Piramide di Cheope. Come fece? Con una semplice proporzione: ad una certa ora del giorno misurò la propria ombra (A) e quella della piramide (B), conosceva la propria altezza (C), e dunque: C:A=X:B, dove X è l’altezza della piramide da determinare. Potete farlo con la vostra casa o con un albero. Ma tornando all’ellenismo citiamo Erofilo, fondatore della medicina moderna e profondo conoscitore dell’anatomia e della fisiologia umane. E poi Eratostene di Cirene, capace con una elementare dimostrazione matematica e geometrica di misurare quasi con precisione assoluta le dimensioni della terra. Aristarco di Samo intuì con esattezza il sistema eliocentrico della nostra realtà astronomica, ma fu sconfitto dal mostro sacro Aristotele (e poi Tolomeo), che metteva la terra al centro del sistema solare. Ipparco di Nicea elaborò un metodo semplice ma potenzialmente esatto per misurare la distanza tra terra e sole. Studiando questi due ultimi ,si è formato Galileo, ed anche Copernico e Newton, anticipatori come sono delle teorie della gravitazione. E poi Ctesibio, straordinario produttore di oggetti tecnologici derivati dalle teorie scientifiche. E Ipazia, sacrificata religiosamente dall’oscurantismo cristiano prorompente, ultimo fiore della cultura pagana,  E poi…….

Ma vi faccio grazia di una filastrocca di nomi. Se siete curiosi, è sufficiente andare sul web, e guardare “la scienza ellenistica”.

Per oggi mi fermo qui.
Domenica prossima LUCREZIO, ma ci avviamo alla sospensione di questa attività. Tutti ar mare/ tutti ar mare/ a mostrà le chiappe chiare………..
Buona domenica e diffondete CONDIVIDENDO.

P.S.: negli ultimi giorni ho parlato più volte del 25 aprile, ma ho dimenticato un nome, che ora indico: RAFFAELE PERSICHETTI. E’ stato il primo morto della resistenza italiana, negli scontri a porta San Paolo a Roma l’8 settembre 1943. Ci tengo per questo, e poi perché era un collega, un professore di latino e greco. E speriamo che non si debba tornare a tanto. Anche se………

NELLE FOTO: IL FARO DI ALESSANDRIA, ED IPAZIA NEL FILM AGORA'

sabato 18 aprile 2015

Nelle foto: Catullo, Cesare, Cicerone

ODIO ED AMO
ODIO ED AMO.  Come io riesca a farlo, tu forse vorresti sapere. Non lo so. Ma sento che accade, e mi torturo. (carme 85).
In latino il verbo dell’odio è ODI, un verbo che ha solo il perfetto, che di solito rendiamo con uno dei tempi verbali del passato, escluso il trapassato prossimo. Ma per questo perfetto e per quello di alcuni non numerosi verbi, le grammatiche parlano di perfetto “logico” o anche “resultativo”. In poche parole, se io oggi ti odio, è perché nel passato più o meno recente tu me l’hai fatta proprio sporca: da allora parte il mio odio, e dura ancora. La parola “perfetto” sta ad indicare un’azione conclusa, definita per sempre, non suscettibile di cambiamento: quindi nel caso nostro l’odio è un dato definitivo, antico, radicato, immodificabile. Catullo lo abbina ad AMO, un verbo al presente, un tempo che indica l’adesso, ma chissà domani! Oggi ti amo, ma domani? L’odio invece è fisso.

Sono due soli versi, ma hanno scatenato le interpretazioni, tanto che potremmo costituire non dico una biblioteca, ma una intera parete con ciò che si è scritto nei secoli su questo distico. Mi divertivo a domandare agli studenti quale fosse, secondo loro, il contrario dell’amore. Invariabilmente mi rispondevano “l’odio”. E questo a dispetto di questa poesia di Catullo, che dimostra che l’amore e l’odio sono le due facce di un’unica medaglia, quindi hanno la stessa natura, e, se hanno la stessa natura, come fanno ad essere l’uno il contrario dell’altro? Nel carme 83 dice:

“Lesbia, alla presenza del marito, parla molto male di me,/ e questa per quello scemo è la massima letizia./ Asino! Non ti accorgi di nulla? Se lei, dimentica di noi, tacesse,/ allora sarebbe guarita. Invece starnazza e straparla,/  si ricorda bene, e, cosa più grave, è irata./ Cioè brucia ed è cotta.”.

Dunque, concludevo io, l’odio e l’amore hanno un unico contrario: l’INDIFFERENZA!

Fatemi soffermare un attimo su quel “dimentica di NOI”: “di noi” dice, non “di me”. Certo gli serve per la metrica, ma a me piace pensare che quel NOI non sia un espediente metrico, né un plurale maiestatis, ma che voglia dire proprio NOI, io e lei, lei ed io, due cuori una capanna. Scemo d’un marito! Catullo avrebbe voluto un rapporto di tipo coniugale, ma lei aveva altro per la testa.

Catullo, dunque, è innamorato ed ha una relazione con una donna ufficialmente sposata. E se ne vanta, anzi si fa beffe del cornuto – pardon! del marito -, e lo mette per iscritto. Stiamo parlando di Clodia, che in realtà si chiamava Claudia, ma poi divenne Clodia con la pronuncia plebea del suo nome, dopo che anche suo fratello era divenuto Clodio da Claudio, per divenire tribuno della plebe, e di lì iniziare la scalata politica. Per fare il tribuno della plebe dovevi essere plebeo, e lui insieme con la sorella lo divenne, pur appartenendo ad una antica ed illustre famiglia patrizia (vedi Appio Claudio Cieco, ma anche altri). Su Clodia e Clodio il web consente di trovare molte notizie. Ma nelle poesie Catullo la chiama Lesbia, in collegamento con Saffo di Lesbo, la poetessa dell’eros.

E la tormentata vicenda amorosa tra Catullo e Lesbia è la materia più presente nei componimenti del giovane poeta Gaio Valerio Catullo, un romano del Garda, vissuto al tempo di Cesare e Cicerone (I secolo a.C.) (Valerio, quindi collegato ad una delle più antiche famiglie romane: ricordate Valerio Publicola, quello che divenne console al posto di Collatino, dopo il colpo di stato del 510 a.C. insieme a Bruto?  È nel post dedicato proprio al 510 a.C.). Vi sono momenti belli:

“Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamo,/ e i commenti dei vecchi troppo severi/ valutiamoli tutti un centesimo./ Al sole è concesso di tramontare ma poi tornare;/ noi invece, una volta tramontata la breve giornata/ un’unica notte dovremo dormire e per sempre./ Dammi mille baci, e poi cento,/ e poi altri mille, ed ancora cento,/ e poi ancora mille e poi ancora cento./ Poi, dopo che ne avremo contati molte migliaia,/ sparigliamoli tutti, per non saperli,/ o perché qualche malvagio non possa fare il malocchio,/ venendo a sapere quanti sono tra noi i baci.”. (Carme 5)

Ma anche momenti brutti, e tuttavia Catullo non sa decidersi a troncare (Carme 8):

“Misero Catullo, smetti di fare il matto,/ e ciò che vedi finito consideralo finito./ Splendettero un dì luminosi i giorni,/ quando solevi andare dove la fanciulla ti conduceva/ amata da noi quanto nessuna amata sarà./ Là si facevano quelle molte cose giocose,/ che tu volevi e lei non rifiutava./ Rifulsero davvero per te giorni luminosi./ Ora lei non vuole più; tu pure, fermo, non volere,/ e non seguire lei che fugge, e non vivere come un misero,/ ma con mente ferma sopporta, resisti./ Addio, fanciulla. Catullo ormai resiste,/ e non ti cercherà e non ti chiamerà se non vuoi;/ tu però te ne pentirai, quando non ti cercherà nessuno./ Sventurata, guai a te; quale vita ti resta!/ Chi ora verrà da te? A chi sembrerai bella?/ Chi ora amerai? Di chi dirai di essere?/ Chi bacerai? A chi morderai le labbra?/ Ma tu, Catullo, ostinato, resisti.”. Vi pare davvero finita? In questo carme usa termini della lingua familiare, ad accentuare il sapore di intimità e di mancato distacco (basium – bacio – come nel carme precedente, invece di osculum; e bella, invece di pulchra). E  nel carme 70:

“Con nessuno – dice la mia donna – preferirebbe sposarsi/ tranne me, neanche se a cercarla fosse Giove in persona./ Lo dice: ma ciò che dice una donna ad un amante spasimante,/ nel vento conviene scriverlo, e nell’acqua rapinosa.”.  E poi ancora, carme 72:

“Dicevi un tempo di conoscere solo Catullo,/ Lesbia, e di non voler tenere al posto mio Giove nemmeno./ Ti ho amato non tanto come nel volgo una amante,/ ma come un padre ama figli e generi./ Ora ti conosco bene; per questo, anche se brucio da non dire quanto,/ tuttavia per me molto poco vali e pesi./ “Come è possibile?” dirai. Perché un tale torto un amante/ lo costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno.”.  Capito? Amare di più e voler bene di meno!!! Poi uno scatto di nervi, che lo rende volgare (Carme 58): “Celio, la nostra Lesbia, quella Lesbia,/ quella Lesbia, che Catullo lei sola/ più che se stesso ed i suoi tutti ha amato,/ ora nei quadrivi e nei vicoli/ scortica di Remo i magnanimi nipoti.”. Un romano che appariva sbagliato, si diceva che discendesse da Remo, ed ironico è quel “magnanimi”, come quando diciamo “smilzo” ad uno corpulento. Alla fine Catullo cede per lo sfinimento, e nel Carme 76 (di cui qui cito i versi finali) si consegna ed affida agli dèi, in quella che forse è la più autentica preghiera dell’intera letteratura classica, un disperato grido di dolore e di abbandono: solo la misericordia divina  potranno esorcizzare il suo male:

O dei, se è da voi avere pietà, o se a qualcuno mai/portaste proprio in punto di morte l’estremo sostegno,/
guardate la mia miseria, e , se con purezza ho vissuto,/questa peste portatemi via e rovina,(pestem perniciemque)/che dentro strisciandomi nel profondo come un torpore,/
da tutta l’anima mia ha cacciato la gioia./Ormai non chiedo più questo, che cambiando mi ami lei,/
o – cosa impossibile – voglia essere pudica:/per me stesso star bene desidero e deporre questo male tetro./
Concedetemi questo, in cambio della mia devozione, o dei.

La tormentata vicenda con Lesbia fa la parte del leone nell’opera di Catullo. Ma sono presenti anche temi di natura la più diversa. Nel Carme 93, ad esempio, se la prende con Cesare, ma non sappiamo il perché:

“Non mi curo troppo, o Cesare, di volerti piacere,/ e nemmeno di sapere se sei bianco o nero.”.  Seguì la riconciliazione. Cosa impossibile con Cicerone: “O eloquentissimo tra i discendenti di Romolo,/ quanti ce ne sono stati e quanti ce ne sono, Marco Tullio,/  e quanti ce ne saranno negli anni a venire,/ sentitissime grazie Catullo/ ti rivolge, pessimo poeta tra tutti,/ tanto peggiore fra tutti poeta/ quanto tu avvocato eccellente fra tutti”.  I superlativi sono una palese presa in giro. E vanno letti al contrario.

In quale occasione Catullo ha scritto ciò? Non lo sappiamo, ma l’ostilità e l’antipatia del giovane poeta verso lo stagionato oratore-scrittore-filosofo-uomo politico avevano più di un motivo di essere. Era stato Cicerone ad etichettare come “poeti nuovi” Catullo ed i suoi sodali. Si tenga presente che l’aggettivo “novus”, in una cultura fortemente legata alla tradizione come quella romana, aveva un valore negativo (tabulae novae – cancellazione dei debiti – promettevano i candidati, magari tirando fuori dal cilindro tesoretti imprevisti, come fa Renzi ed ha fatto Berlusca; res novae= rivoluzione; homo novus= uomo senza antenati illustri). Dove le novità di Catullo & C? Intanto nei temi trattati: per tutti i Cicerone del tempo, ogni scritto doveva essere di ammaestramento, utile alla cosa pubblica, obiettivo, e questi “novi” cantavano i loro amorazzi; in secondo luogo i “novi” introducono a Roma un modo di fare poesia appreso dall’arte alessandrina, nella quale era criterio basilare la CURA DELL’ESPRESSIONE, per cui in un carme non potevi toccare nemmeno una sillaba, frutto com’era di accurato e raffinato LABOR LIMAE. (E’ colpa loro se, quando vi mettete a scrivere, cambiate lingua). Ma v’erano altri motivi di ostilità reciproca tra Cicerone e Catullo: vita austera per l’uno, dissoluta per l’altro; impegnata in politica secondo tradizione per l’uno, fuori dagli schemi per l’altro; devozione a patria famiglia divinità (= pìetas le tre cose insieme), esibita indifferenza verso tutto ciò in Catullo. Aggiungiamo che Cicerone maltrattò pubblicamente Clodia (in tribunale in difesa di Celio, da lei accusato di furto e tentato omicidio), insinuando rapporti incestuosi tra la donna ed il fratello (non vorrei inimicarmi tuo marito, pardon!, tuo fratello – dice l’oratore -: quando arrivo a questo punto, mi confondo sempre!), e definendola “amica di tutti”! Ce n’era abbastanza, no? Ma Catullo trattava anche l’amicizia (C. 13):

“Che bel pranzo farai da me, mio Fabullo,/ tra pochi – a dio piacendo – giorni,/ se ti sarai portato una buona cena  /ed abbondante, nonché una candida fanciulla/ e vino e sale ed ogni gradevolezza./ Queste cose se, ripeto, ti sarai portato, caro mio,/ pranzerai bene; infatti  del tuo Catullo/ la saccoccia piena è di ragnatele./ In cambio però riceverai amore puro/ cioè quanto di più elegante esiste:/ ti darò infatti un unguento, che alla mia ragazza/ hanno dato Venere e gli Amorini,/ e quando tu lo annuserai, pregherai gli Dei,/ che i trasformino tutto in un naso.”. Non diciamo noi “sono tutt’orecchi”? Nel Carme 84 si diverte alle spalle di un certo Arrio, fine dicitore:

“CHòmmoda diceva, quando volera dire COmmoda/ Arrio, e le insidie divenivano HINSIDIE,/ ed era pronto a credere di aver parlato da stupire,/ se poteva dire HINSIDIE./ Credo che così sua madre e suo zio materno libero,/ così il nonno materno e la nonna parlassero./ Mandato in Siria costui, riposavano le orecchie di tutti /, che sentivano queste medesime parole con leggerezza,/ senza temere aggiunte di tal natura,/ quand’ecco all’improvviso si diffonde un nunzio terribile,/ le onde Ionie, dopo che Arrio era andato là,/ non erano più ionie , ma HIONIE!”. Amava le aspirate: un toscano? O un calabrese? Boh! Così Arrio era sistemato. Ma peggio andò ad Ignazio spagnolo:

“Ignazio, poiché candidi ha i denti,/ ride ad ogni dove. Se allo scranno di un imputato/ si va, mentre l’oratore scioglie (di tutti) il pianto,/ ride, lui; se al rogo di un devoto figlio/ si piange, mentre la madre lamenta quell’unico figlio perduto,/ ride lui. Qualunque cosa sia, ovunque sia,/ qualunque cosa faccia, ride: ha questo morbo,/ per nulla elegante, penso, né civile./ Dunque ti devo ammonire, caro il mio Ignazio:/ se tu fossi romano, o sabino o tiburtino/ o un umbro ciccione o un etrusco obeso/ o un nero lanuvino o un traspadano/ pieno di denti, per metterci anche i miei,/ o qualunque altro, che lava in modo civile i denti,/ non vorrei tuttavia quale che sia l’occasione vederti ridere:/ nulla infatti è più sciocco di una risata sciocca./ Si dà il caso, però, che tu sia celtibero: ed in terra di Celtiberia,/ quello che uno di notte ha pisciato, con questo al mattino suole/ sfregare i denti e la rosea gengiva,/ e quindi, più sono puliti i tuoi denti, più questo rivelerà che hai bevuto pipì.”. Ancora una bella botta finale.

Infine faceva parte del gusto alessandrino l’imitazione o anche la gara con modelli consacrati. In quest’ottica si inquadra il famoso carme della gelosia, in emulazione con Saffo (vedi il post di questa): situazioni diverse, ma argomenti simili. Come se Catullo volesse dire: “Vedete quanto sono bravo? Posso gareggiare con Saffo, e quasi quasi la supero.”.

Domenica la SCIENZE nell’antichità, da Pitagora ad Ipazia (forse). Ciao

sabato 28 marzo 2015


ERA OTTAVIO, MA DIVENNE OTTAVIANO. E POI AUGUSTO

Era il 15 marzo dell’anno 44 a.C. (le idi di marzo). Non si sentiva gran che bene Cesare quel giorno, e di uscire di casa non aveva molta voglia. Tanto più che sua moglie Calpurnia era inquieta: un sonno ammorbato l’aveva agitata per tutta la notte, e si era svegliata stanca e con un presentimento che non sapeva definire. Ma, quando il marito si preparò ad uscire, quel vago malessere di lei si materializzò in lei, e per un attimo molto rapido lo condensò su Cesare. E vide uno scenario veloce ma tremendo. Ma ormai lui s’era deciso ad andare: vedere gente l’avrebbe distratto e rinfrancato. Così si diresse verso il teatro di Pompeo (il primo teatro in muratura della città: prima erano di legno i teatri, li montavano per l’occasione e subito li smontavano, perché non divenissero luogo di aggregazione e magari di sedizione e ribellione. Pompeo l’aveva fatto in muratura, ed ancora oggi ne restano tracce nella toponomastica dalle parti di piazza Campo dei fiori a Roma). Cesare dunque si  avviò verso il suo destino, rispondendo al saluto dei tanti che  incontravano il grande Cesare. Uno gli si avvicinò, e gli diede un biglietto, su cui c’era scritto che i congiurati lo stavano aspettando per ucciderlo. Lui non lo lesse e distrattamente se lo mise in tasca, con il proposito di leggerlo più tardi: poteva benissimo essere uno dei tanti biglietti di petizione e simili che gli arrivavano quando girava per Roma. Ventitré coltellate tolsero dal mondo il figlio più grande di sempre di Roma, e forse dell’intera Storia. Ad ucciderlo furono dei giovani idealisti, nutriti di filosofia stoica, secondo la quale non si poteva aspirare al sommo bene, la virtù, se mancava la libertà. E lui l’aveva abolita, esercitando un potere di tipo monarchico assoluto. La grande intelligenza, la risolutezza nel carattere, la straordinaria abilità militare (mai sconfitto, anche nelle condizioni più intricate), una geniale capacità nello scrivere, una cultura a vasto raggio (il nostro calendario da lui prende il nome, calendario giuliano, avendo egli diviso l’anno in 12 mesi – prima era di dieci – con l’introduzione dell’anno bisestile ogni quattro anni), l’adesione allo spirito della filosofia epicurea, per cui era capace di un solenne distacco da tutto, lo avevano posto su un piedistallo troppo alto, tanto che l’unico rimedio al suo potere autocratico era l’eliminazione fisica. Ma, come spesso capita agli idealisti, i congiurati avevano creduto che bastasse eliminare il dittatore, perché le cose tornassero da sole al loro posto, e non si erano preoccupati di elaborare un sensato piano di azione ad eliminazione avvenuta.
Anche Cicerone, settantenne, aveva creduto che la morte di Cesare avrebbe riportato le cose allo status quo ante. Ne scaturirono gli schieramenti: da una parte Marco Antonio, il braccio destro di Cesare, che dai cesariani e dagli anti cesariani era visto come l’automatico erede del morto; dall’altra Cicerone, il senato, i congiurati, e tutti i nostalgici della repubblica. Ma Cesare anche da morto riuscì a sparigliare i giochi: aprirono il suo testamento, nel quale dava una serie di disposizioni a favore dei plebei, e nominava come suo esecutore testamentario ed erede tale Ottavio. Ottavio?  E chi è costui? Mah! Mi pare….. ma no,  non può essere lui!..... quello ha diciotto anni, non può essere lui!..... è un nipote trasversale, figlio di una cugina o qualcosa di simile di Cesare, che oggi sta in Grecia a fare i suoi studi…. Ma ha diciotto anni, non può mica essere lui! Ed invece era proprio lui! Ancora una volta Cesare aveva visto giusto! Il ragazzotto se ne venne di corsa a Roma, dichiarò di accettare l’eredità di Cesare, eseguì le sue volontà, pagando di tasca propria là dove i soldi lasciati da Cesare non bastavano. E dunque divenne figlio adottivo di Cesare. Un figlio adottivo assumeva i nomi del padre adottante, ed il suo nome originario diveniva un aggettivo. Per questo lui prese il nome di Caio Giulio Cesare Ottaviano.
La giovane età fece credere ai volponi di poterlo giocare a loro piacimento. Una cospicua parte dei cesariani, per fedeltà a Cesare e per antipatia verso Marco Antonio, si schierò con il ragazzo. Cicerone pensò di allisciarselo un po’, giocando sul proprio prestigio e sulla propria astuzia. Ma il giovane non impiegò molto, per far vedere di quale pasta fosse fatto. Già nel medesimo anno, 44 a.C. , ci fu un primo confronto tra Ottaviano, schieratosi dalla parte della legalità repubblicana, e Marco Antonio: l’evento è noto come la guerra di Modena, nel corso della quale morirono i due consoli legittimi, Irzio e Pansa. Antonio allora pensò di agire di astuzia: incontrò a Brindisi Ottaviano, e decisero di agire di comune accordo. Il senato lo recepì, e diede l’incarico ad un triunvirato di sistemare le cose dell’impero. Ed i triunviri erano Ottaviano Antonio e Lepido. E a Lepido fu affidata una carica prestigiosa, ma in sostanza priva di potere, e lo fecero Pontefice massimo (un ruolo religioso, ma di nomina civile, che con il nostro pontefice ha in comune solo il nome). I due protagonisti veri, Antonio ed Ottaviano, si divisero il compito di mettere ordine all’impero, e ad Ottaviano toccarono Roma l’Italia e l’Europa occidentale, mentre ad Antonio le province orientali.  Prima però si dovevano sistemare i conti con gli uccisori di Cesare, che avevano coagulato intorno a sé tutti nostalgici della repubblica, gli idealisti e simili, tra cui il giovane Orazio, ancora non noto come poeta. Con la battaglia di Filippi, in Grecia centrale, i congiurati furono quasi tutti eleminati, ed Orazio si salvò, abbandonando lo scudo e dandosela a gambe, cosa su cui poi farà autoironia. Quando i due s’erano accordati con il triunvirato, decisero anche l’eliminazione dei rispettivi nemici personali, con le famigerate liste di proscrizione, elenchi di cittadini che si potevano uccidere senza commettere reato. In cima alla lista di Antonio c’era Cicerone, che per tutto l’anno 44 aveva attaccato durissimamente Antonio, con le famose orazioni chiamate Filippiche (con riferimento alle orazioni di Demostene contro Filippo II il macedone alla metà del IV secolo a.C., in difesa della libertà di Atene e della Grecia). E il giorno 8 dicembre del 43 a.C. Cicerone fu raggiunto a Formia dai sicari di Antonio, mentre tentava invano di prendere il mare per andare in Grecia, ed ucciso: gli tagliarono testa e mani, ed il tutto finì esposto nel foro. La civile Roma!
Una domanda viene spontanea: come mai Antonio affida Roma l’Italia e l’occidente ad Ottaviano? La risposta è che egli fa un calcolo: quelle regioni erano un intrico tale di problemi, un coacervo di interessi contrastanti, una situazione a dir poco problematica, un qualcosa di così rognoso, che di certo il giovane Ottaviano si sarebbe bruciato le penne. Tanto per rincarare la dose, Antonio da lontano suscitò altri problemi al rivale. Ad esempio creò malcontento in Italia attraverso l’azione di suo fratello Lucio Antonio, cosa che sfociò in una guerra aperta (bellum perusinum, guerra di Perugia) nel 41. Vinse Ottaviano, ma, per istigare i soldati a combattere, aveva promesso terre in cambio, che egli dovette per forza di cose confiscare ai legittimi proprietari (ci rimise anche Virgilio), cosa che acuì il malcontento degli italici contro Ottaviano.
Questi erano già in estrema difficoltà, in quanto Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, con la propria flotta aveva messo in atto un vero e proprio blocco navale in Sicilia, con ciò strozzando l’economia italica e dell’occidente. Anche costui reclamava la sua parte nel gioco politico, ed usava questo strumento, la flotta, per rimediarla, e si faceva chiamare “Duce Nettunio”.  Passarono cinque anni molto difficili per il giovane Ottaviano, finche nel 36 a.C. la sua flotta, comandata da Marco Agrippa (quello che ha costruito il Pantheon a Roma), non sconfisse il duce nettunio nella battaglia di Nauloco, nella quale Sesto perse la vita. Lo sblocco della Sicilia capovolse completamente la situazione: la riapertura dei traffici, la pacificazione dei mari italici, il riordino di Roma e dell’Italia diedero lustro ad Ottaviano, e da quel momento divenne il paladino ed il beniamino dell’occidente.
Intanto Antonio aveva posto il suo quartier generale ad Alessandria d’Egitto, irretito dalle moine di Cleopatra. Questa era divenuta faraone, quando Cesare, inseguendo Pompeo dopo la vittoria di Farsalo, se ne vide presentare il capo mozzato su un vassoio, per iniziativa di Tolomeo XIII, faraone giovanissimo e fratello di Cleopatra. Lo detronizzò ed al suo posto insediò la sorella. E questa con Cleopatra fu l’unica vera debolezza di Cesare. Ora aveva incastrato Antonio, che teneva corte come un monarca orientale. La cosa fece scandalo a Roma, anche perché la propaganda di Ottaviano alimentava lo sdegno popolare. Si favoleggiò anche di un progetto dei due amanti di trasferire la capitale dell’impero da Roma ad Alessandria. Fu subito chiaro a tutti che la questione sarebbe stata districata con le armi. E nel 31 a.C. (ancora dopo cinque anni) nelle acque di Azio (Grecia centrale) la flotta romana italica ed occidentale, guidata per conto di Ottaviano da Marco Agrippa, sconfisse la flotta degli amanti. Cleopatra fuggì, seguita da Antonio, che, giunto ad Alessandria, di fronte alla (falsa) notizia della morte di lei, si suicidò, e morì in braccio a lei. Invece lei aspettò l’arrivo del vincitore, ed egli giunse, e lei provò anche con lui il giochetto della seduzione, ma Ottaviano era di tempra ben diversa, e le promise di portarla a Roma, per esibirla nel proprio trionfo, esporla al ludibrio dei romani, per poi strozzarla. Ma lei, che aveva messo nel conto di non riuscire a sedurre il giovanotto, aveva preparato tutto, e si fece mordere dal serpente, morendo in casa sua.
La battaglia di Azio fu vissuta dalla gente del tempo non come una logica contesa tra due pretendenti al potere, ma come uno scontro di civiltà: di qua Roma l’Italia l’Occidente, di là l’oriente; di qua una mentalità che premia un modo di sentire virile, fatto di fatica e di lavoro che fa sentire realizzato chi lo compie, di là un modo di vivere molle e vizioso; di qua la tradizione repubblicana ed il civis romanus sum, di là un gregge di sudditi; di qua la severitas e la luminosa tradizione romano-italica, di là l’effeminatezza ed il lusso e la vita dedita al piacere.
Grazie a Mecenate Ottaviano si avvalse del sostegno (sincero, sia chiaro) dei più grandi poeti e letterati del tempo (Virgilio, Orazio, Livio), per propagandare il suo progetto di restaurazione degli antichi costumi romani. Pensò di restaurarli con le leggi, e sbagliò, perché i costumi si modificano con l’educazione e non con la repressione, e vale anche oggi. Tre erano le classi sociali romane: alla prima (i senatori) Ottaviano diede la carriera politica gli onori ed i governatorati di province ricche e pacificate (tenne per sé quelle ribelli, così da tenere sotto controllo – lui solo - le forze armate); alla terza, la plebe, diede tanta propaganda, privilegi di modesta portata e l’orgoglio di essere di Roma; la vera beneficiaria fu la seconda classe, quella dei cavalieri: erano mercanti, e lui diede loro un impero pacificato, in cui arricchire con i traffici. Tanto che girarono le statue, specie in oriente, di Ottaviano in veste di Hermes (Mercurio): era il protettore dei mercanti, dei ladri, ma anche il messaggero degli dèi (gira gira è la versione pagana del Verbo incarnato). Giravano teorie palingenetiche (rinnovamento) e soteriologiche( di salvezza), e lui sembrava mandato apposta.
Più volte gli offrirono la corona di re, cosa pessima a Roma, che lui, ovviamente, rifiutò. Alla fine fece il modesto, e si fece attribuire la tribunicia potestas, la carica più umile, ma potentissima, essendo caratterizzata dalla SACRALITA’della persona del tribuno della plebe, e dal diritto inappellabile di VETO. Aggiunse un piccolo aggettivo, PERPETUA, ed il gioco era fatto. Per celebrare l’evento, siamo nel 27 a.C., aggiunse ai suoi nomi anche quello di Augusto, che vuol dire “l’accresciuto”.
Uomo durissimo ed implacabile: lo sperimentò Ovidio, mandato in esilio e mai più perdonato. Si narra anche di un suo sostenitore, tale Vedio Pollione, di cui si diceva che desse gli schiavi in pasto alle murene, e che aveva una sontuosa villa dalle parti di Napoli, villa che chiamò Pausis Lypon, che in greco vuol dire “sospensione degli affanni”: pronunciate insieme, le due parole danno Pausìlypon, cioè Posillipo. E la villa è ancora visibile. Un giorno Augusto stava da lui, e ad uno schiavo cadde di mano una coppa di cristallo. Vedio si infuriò ed ordinò di gettare lo schiavo alle murene. Ma intervenne Augusto, e, visto che quello non recedeva, ordinò di portare tutta la cristalleria e lui la fece a pezzi. E Vedio dovette cedere, sapendo che con Augusto non si scherzava. Ebbe un lungo regno, ma senza figli. Alla fine lasciò il potere a Tiberio, che non amava, figlio di Livia, la seconda moglie, della cui dimora sono visitabili i resti sul Palatino.

domenica 22 marzo 2015


LA PRIMAVERA , E POI I NOTTURNI
(nella poesia antica e non solo)
SUGGERIMENTO: prima di abbandonarvi alla lettura, mettete nello stereo la Primavera di Vivaldi e la sesta sinfonia di Beethoven (la pastorale). E prima dei notturni, il notturno n. 2 di Chopin in mi bemolle, o anche il n. 1 in si bemolle.. (Le traduzioni sono mie, tranne l’ultima, ed ho cercato di farle letterali, con  il medesimo ordine espositivo originale).

LUCREZIO (I secolo a.C., età di Cesare) : proemio del De rerum Natura

Te, o dea, te fuggono i venti, te le nuvole del cielo/
(te) ed il tuo arrivo. A te la terra operosa i dolci/
fiori sommette, a te sorridono le distese del mare, /
e placato   risplende di luce diffusa il cielo./

Appena si spalanca infatti l’immagine primaverile del giorno/
e libera trionfa dello zefiro l’aura nutrice,/
subito gli aerei uccelli te, o divina, ed il tuo/
arrivo manifestano, colpiti nel cuore dalla tua potenza./

Poi subito i branchi selvatici scorrazzano sui pascoli fertili/
e guadano i rapidi rivi: così ogni specie dal piacere presa/
ti segue desiderosa, dove ognuna tu spingi ad andare./

Infine per i mari ed i monti ed i fiumi rapaci/
e degli uccelli le case frondose  e le verdeggianti campagne ,/
a tutti instillando nel petto il piacer dell’amore,/
tu fai sì che vogliose le stirpi si riproducano ancora.

Sono alcuni versi del proemio dell’opera lucreziana. La dea, qui celebrata, in apparenza è Venere, in realtà è la voluptas, quel meccanismo misterioso e naturale nello stesso tempo, che allaccia al piacere sessuale la riproduzione e quindi la propagazione della specie, generatim dice il poeta, cioè specie per specie. Un piccolo inganno da parte della natura. L’atto sessuale è caratterizzato dal piacere, ma si porta dietro la  procreazione e la riproduzione. L’avvento della primavera, nella personificazione ed identificazione con Venere, scatena le stirpi dopo il sonno invernale. E gli uccelli con la loro attività frenetica sono i primi a dare il segno che la natura sta per risvegliarsi. Lo avete notato?  Ma quanto  mi piace il quarto verso!!! Quale sinfonia di luce!

*********************

ORAZIO (I secolo a.C., tempo di Augusto). Dalle Odi (Carmina)

Si son dileguate le nevi, ritornano ormai nei campi le spighe /
e le chiome sugli alberi;/
cambia aspetto la terra, e riducendosi i fiumi/
scivolano lungo le rive,/

azzarda la Grazia insieme alle ninfe e le sorelle gemelle/
a menare nuda le danze./
Ma tu non sperare nell’immortalità, ti suggerisce l’anno e l’ora/
che si porta via il giorno di vita….

E’ la settima ode del IV libro: la rinascita primaverile della natura ed il suo eterno ritorno  può indurti in errore, e farti credere che anche per te sarà così nei secoli dei secoli, com’è per la natura. Sarebbe un errore fatale. Perciò

Ciò che domani sarà, evita di starlo a chiedere, e/
ogni giorno che ti darà la sorte, all’attivo/
mettilo, ed i dolci amori/
non trascurare, finché giovane, né le danze,/

fino a quando da te verdeggiante la canizie è lontana/
che attarda. Ora il campo Marzio e le piazze/
e i lievi sul far della sera sussurri/
si rinnovino all’ora dell’appuntamento;/

adesso anche la risata che incanta della fanciulla/
e la svela nascosta nell’angolo buio,/
ed il pegno sfilato al suo braccio/
o al dito che resiste, per finta.

Strepitosa schermaglia amorosa di due giovani in amore: lei nascosta nel buio, e lui che arriva all’ora stabilita, e non la vede, e magari scruta ed investiga nervoso. Questo fa ridere la ragazza, ed il suono della risata e forse il brillare dei denti la segnalano. E lui finge di punirla, sottraendole il bracciale dall’avambraccio o l’anello dal dito che resiste, ma per finta (digito male pertinaci).  Che delizia quel dito che resiste per finta: dolce ipocrisia, per godere con un sotterfugio del piacere di un contatto fisico senza darlo a vedere! Se lo gustavano il tempo – poveretti loro! -, e non lo risparmiavano con i nostri strumenti, che fanno risparmiare tempo, ed invece ce lo sottraggono. Il ritmo naturale dettava i tempi, e tutto era assaporato stilla per stilla, attimo per attimo. Sei giovane, sei nella primavera della vita, il tepore è primaverile, ed allora non rinviare (vedi il post su Carpe diem). Ma anche per chi è un pochino stagionato il recupero del ritmo naturale sarebbe una grossa conquista. Difficile? Forse. Comincia intanto a provarci, spegnendo la TV per una sera, ed uscendo. Non ci riesci? Hai ragione, stai messo male! Ma dipende da te. Nel film “Basilicata coast to coast” i nostri eroi, che viaggiano a piedi per assaporare lo spazio e la distanza, arrivano in un casolare di campagna, in cui non c’è la corrente. “Quindi – domanda uno di loro – la sera niente TV?”. “E’ così” risponde il padrone di casa, un contadino cotto dal sole e sorridente. “Ma allora, che guardi la sera?”. “Guardo mia moglie!”. Una contadina con tutte le caratteristiche, ma a lui pareva bellissima, e lei tale si sentiva, grazie a lui. Capita pure a voi, vero?

****************

Quant’è bella giovinezza,/ che si fugge tuttavia!/ chi vuol esser lieto sia,/ del doman non c’è certezza.

E chi non li conosce questi versi? Sono di Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, detto anche l’ago della bilancia della politica italiana nel primo 500. Insomma un uomo della provvidenza, un Pericle fiorentino. Morto Lorenzo, tutta la sua costruzione politica franò, e forse era inevitabile, e l’Italia divenne il campo di battaglia dei grandi regni, che si erano formati in Europa. Un disastro, come Pericle per Atene. E questi sono stati i migliori! Figurarsi gli altri! Fino ad arrivare ai tempi nostri, con i Silvio, i Beppe, i Matteo  primo e secondo, neanche lontanamente accostabili a Lorenzo ed a Pericle, per spessore morale né culturale. IL NOSTRO DESTINO CE LO FACCIAMO DA SOLI.

****************** 
 LEOPARDI
(A Silvia)

Era il maggio odoroso: e tu solevi/ così menare il giorno./ Io gli studi leggiadri/ talor lasciando e le sudate carte,/ ove il tempo mio primo/  e di me si spendea  la miglior parte,/ d’in su i veroni del paterno ostello/ porgea gli orecchi al suon della tua voce,/ ed alla man veloce/ che percorrea la faticosa tela./ Mirava il ciel sereno,/ le vie dorate e gli orti,/ e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Il nostro Giacomino, da come accarezza il paesaggio, quale gli emergeva dalla memoria, appare un innamorato della vita e delle sue manifestazioni. Un innamorato tradito e deluso dalla natura, prima madre, ma poi matrigna. E la sua condizione di salute cagionevole e tutto il resto non c’entrano nulla con la sua visione pessimistica delle cose: direbbe le medesime cose, se fosse Brad Pitt, perché la natura riserva a tutti lo stesso destino, come dice in questa famosa poesia: la tomba! Ma quanta dolcezza, quanto amore, quanto trasporto di fronte allo spettacolo della natura! Per un momento il destino è dimenticato. E più volte questo l’ha dovuto chiarire, e dovrebbe anche oggi.

*****************

OMERO, Iliade VIII 555 e seguenti. NOTTURNO

Come quando nel cielo gli astri alla limpida luna intorno/
si mostrano brillanti,  e quando priva di vento è l’aria:/
si rivelano tutte le cime ed i promontori elevati/
e le valli; nel cielo l’etere immenso è infranto/
e tutte si vedon le stelle, e si bea nel cuore  il pastore….

E’ la prima parte di una similitudine (ne parleremo più in là), ed Omero ci risulta il primo poeta ad incantarsi davanti allo spettacolo del creato di notte, con quella volta celeste che si sfonda giù giù giù... , fino a rivelare tutte le stelle. Chi tra noi non s’è incantato almeno una volta, come il pastore?

*******************

ALCMANE (poeta arcaico di lirica corale e di area e cultura peloponnesiaca, quindi spartana)

                          Dormono de’ monti le vette e le valli/
e i picchi e i burroni/
e quanti esseri, che fogliano e che serpono, nutre la nera/ terra,/
e le fiere montane e la schiatta delle api/
e i mostri nei gorghi dell’iridato mare,/
e dormono degli uccelli/
                i popoli, dall’ampio alare   (traduzione di Giovanni Pascoli)