domenica 26 aprile 2015


                                             LA SCIENZA NEL TEMPO ANTICO


Correva l’anno 212 a.C. (ci avete fatto caso a come corre il tempo?) e sul far dell’estate siciliana i soldati romani dilagavano nella città di Siracusa, mettendola a soqquadro. Due anni era durato l’assedio della città, che aveva creduto ad Annibale e s’era ribellata ai romani. Ma Roma era un osso tosto da rosicchiare, e ad una ad una stava riprendendo tutte le città ribelli come Siracusa, antica prospera ed un dì potente città greca. Il console romano era Marco Claudio Marcello, console plebeo, che dieci anni prima aveva sottomesso la Padania (ma non sospettava che si chiamasse così, ed infatti…..), ed ora prendeva una città prestigiosa ed opulenta, e, per dimostrare la bravura di un console plebeo, faceva un ingente bottino, specie di opere d’arte. E le mandava a Roma, ed erano piazzate un po’ dappertutto nella città, ed i giovani restavano incantati a guardarle, e iniziavano a discutere di estetica, tanto che il senato masticò amaro: si può sprecare il tempo così? Ecco dove ci porta un console plebeo: a fare dei giovani dei perditempo. A Siracusa in quegli anni operava un tale, di nome Archimede. Chi, il fisico? Sì, proprio lui! Costruiva delle macchine strabilianti, trasformando in oggetti concreti e funzionanti i suoi studi teorici. Il console aveva ordinato di catturarlo vivo, ma un soldato che non lo conosceva, entrò in casa sua e gli domandò chi fosse. Ma quello, tutto assorto nei suoi disegni, nemmeno se ne accorse. Il soldato aveva fretta, non voleva perdersi la festa che i suoi compagni stavano vivendo sulla pelle dei siracusani, e, per non sbagliarsi, lo ammazzò. Un episodio increscioso, ma che dico?, doloroso: ma si sa, in guerra…….

E invece , e nessuno lo poteva immaginare, quel colpo di spada poneva fine ad un’epoca, e soprattutto ad una cultura: quella scientifica dell’epoca ellenistica, segnatamente del secolo che stava per finire. L’espansione di Roma, che proprio dopo la guerra annibalica è straripante, provoca un’interruzione brusca di processi culturali, che avevano portato il mondo scientifico greco ad elaborare metodiche del tutto omogenee alla nostre, di noi moderni. Nel mondo greco, e per antica abitudine, circolano con grande facilità elementi della cultura orientale, mai passivamente copiati, ma rielaborati e collegati in maniera originale e secondo un processo organizzativo, grazie alla particolare situazione nelle varie poleis greche: tutte (anche se con caratteristiche diverse, vedi l’aristocratica Sparta e la democratica Atene, i due casi limite) a regime indubitabilmente democratico (non c’è un re, di solito anche sommo sacerdote, che detti le decisioni, ma queste scaturiscono da un confronto e da un voto – tra gli àristoi a Sparta e tra tutti i cittadini ad Atene -), in cui la potenziale platea degli “studiosi”, come degli artisti dei filosofi e dei letterati, ma anche degli atleti e degli operatori economici, è molto più vasta che nelle regioni a regime monarchico. Inoltre l’impostazione prevalente in Grecia è di tipo logico e razionale. Di qui nasce la centralità dell’essere umano come oggetto da osservare, e quindi l’umanesimo in filosofia e nelle arti figurative. Ma anche l’inclinazione a guardare al di là della natura, oltre la fisica quindi, cioè la metafisica e l’astrazione. Anche di tipo matematico. I romani, che pure sono appassionati di filosofia, ed avvertono il fascino delle arti figurative, hanno un’impostazione del tutto concreta e pratica: studiano tutti filosofia (e per questo i  rampolli delle famiglie che contano vanno in Grecia), ma non producono alcun ragguardevole filosofo (il più importante è Cicerone, ma vive nel tempo dell’eclettismo ed è un eclettico, una maniera – nemmeno una corrente – di fare filosofia, assemblando – direbbero in Francia – elementi distinti di distinte filosofie; e, dopo un secolo, Seneca, filosofo morale, come un secolo dopo ancora Marco Aurelio, l’imperatore filosofo), ma lo scopo della pratica filosofica è quello di affinare l’oratoria, strumento principe della lotta politica, e quindi pratico; abbelliscono, se ne hanno i mezzi economici, le loro dimore con statue greche depredate nel mondo, o con loro copie, o assoldando se non comprando l’artista greco, allo scopo di rendere eleganti le proprie dimore, non certo per amore dell’arte, vista sempre come attività da schiavi o da graeculi, come con disprezzo chiamavano i greci. Ma anche nelle attività pratiche i romani seguono strade del tutto diverse da quelle greche: la lingua latina è uno STRARDINARIO SPECCHIO E STRUMENTO di un approccio nettamente logico e razionale. C’è un problema da risolvere? Bene, la soluzione non sta nell’applicazione di formule matematiche elaborate in astratto, ma la si rintraccia studiando ed analizzando la questione, con il potente aiuto della ferrea logica del latino, una specie di computer senza fili e corrente, ma installato nel cervello dei romani. Ebbe a dire Lucio Lombardo Radice, il nostro più illustre matematico del secondo novecento (ribadisco, un matematico), che tra tutte le lingue, presenti e passate, quella che decisamente è più omogenea alla logica informatica è il latino. Per questo lo vogliono eliminare, perché insegna a ragionare. Ma nelle scuole dei ricchi resterà!

Nel mondo greco il livello della speculazione ASTRATTA raggiunge cime paragonabili a quelle raggiunte nella scienza moderna. Anzi, c’è da dire che tutta la scienza moderna riceve un potentissimo stimolo all’inizio del nostro Rinascimento, quando si torna a conoscere la scienza greca ed ellenistica (l’ellenismo lo facciamo per tradizione iniziare dalla morte di Alessandro Magno, 323 a.C.), o direttamente o tramite la mediazione araba. (Per le tre proposizioni che ora seguono, mi avvalgo del saggio di Lucio Russo “La rivoluzione dimenticata”, Feltrinelli, pgg. 33 e sgg.). Le caratteristiche essenziali dell’attività scientifica greca sono le seguenti:

     1, Le loro (degli scienziati greci) affermazioni non riguardano oggetti concreti, ma enti teorici specifici. La geometria euclidea parla di angoli e segmenti, che non esistono in natura;
    2.  La teoria ha una struttura rigorosamente deduttiva: in sostanza nella teoria astratta vi sono tutti gli elementi necessari alla soluzione di problemi pratici, che in realtà sono esercizi sulla teoria;
    3.  Le applicazioni al mondo reale sono basate su regole di corrispondenza tra gli enti della teoria e gli oggetti concreti. In altri termini una teoria risulta valida se sperimentabile, e se gli esperimenti danno invariabilmente la conferma della giustezza della teoria.

E’ esattamente quello che facciamo oggi. E, come oggi, anche allora alla elaborazione teorica e scientifica  seguivano tutte le applicazioni tecniche, insomma la tecnologia. Ed anche allora, come oggi, la scienza può procedere per astrazioni, fino al punto di modificare la realtà in atto.

Conviene a questo punto citare un po’ di nomi. Tutti conoscono il nome di Euclide, ma non sempre lo si sa collocare nello spazio e nel tempo. La sua geometria è stata la pietra angolare di tanta nostra cultura, soprattutto perché propone il metodo dimostrativo astratto, uno straordinario stimolo per l’intelligenza di chi vi si dedica. MA LA TENDENZA IN ITALIA, E NON SOLO, NELLE VARIE RIFORME DELLA SCUOLA (LA BUONA SCUOLA IN PRIMIS) E’ QUELLA DI IMPEGNARE I CERVELLI IN QUESTIONI BANALMENTE PRATICHE: si vede che non interessa stimolare i cervelli. La geometria è definita EUCLIDEA e NON EUCLIDEA, insomma sempre Euclide c’è di mezzo, a 2300 anni di distanza dalla sua vita. E’ noto anche Archimede (anche se ho paura che qualcuno lo conosca per via di Paperino di Disney), il siracusano, ma frequentatore di Alessandria e dei colleghi ivi residenti anche con scambi epistolari. Prima dell’ellenismo vivono Pitagora (una volta a scuola si parlava di tavola pitagorica e di teorema di Pitagora), e Talete, matematico, astronomo (previde un’eclisse di sole), uomo politico, filosofo: misurò l’altezza della Piramide di Cheope. Come fece? Con una semplice proporzione: ad una certa ora del giorno misurò la propria ombra (A) e quella della piramide (B), conosceva la propria altezza (C), e dunque: C:A=X:B, dove X è l’altezza della piramide da determinare. Potete farlo con la vostra casa o con un albero. Ma tornando all’ellenismo citiamo Erofilo, fondatore della medicina moderna e profondo conoscitore dell’anatomia e della fisiologia umane. E poi Eratostene di Cirene, capace con una elementare dimostrazione matematica e geometrica di misurare quasi con precisione assoluta le dimensioni della terra. Aristarco di Samo intuì con esattezza il sistema eliocentrico della nostra realtà astronomica, ma fu sconfitto dal mostro sacro Aristotele (e poi Tolomeo), che metteva la terra al centro del sistema solare. Ipparco di Nicea elaborò un metodo semplice ma potenzialmente esatto per misurare la distanza tra terra e sole. Studiando questi due ultimi ,si è formato Galileo, ed anche Copernico e Newton, anticipatori come sono delle teorie della gravitazione. E poi Ctesibio, straordinario produttore di oggetti tecnologici derivati dalle teorie scientifiche. E Ipazia, sacrificata religiosamente dall’oscurantismo cristiano prorompente, ultimo fiore della cultura pagana,  E poi…….

Ma vi faccio grazia di una filastrocca di nomi. Se siete curiosi, è sufficiente andare sul web, e guardare “la scienza ellenistica”.

Per oggi mi fermo qui.
Domenica prossima LUCREZIO, ma ci avviamo alla sospensione di questa attività. Tutti ar mare/ tutti ar mare/ a mostrà le chiappe chiare………..
Buona domenica e diffondete CONDIVIDENDO.

P.S.: negli ultimi giorni ho parlato più volte del 25 aprile, ma ho dimenticato un nome, che ora indico: RAFFAELE PERSICHETTI. E’ stato il primo morto della resistenza italiana, negli scontri a porta San Paolo a Roma l’8 settembre 1943. Ci tengo per questo, e poi perché era un collega, un professore di latino e greco. E speriamo che non si debba tornare a tanto. Anche se………

NELLE FOTO: IL FARO DI ALESSANDRIA, ED IPAZIA NEL FILM AGORA'

sabato 18 aprile 2015

Nelle foto: Catullo, Cesare, Cicerone

ODIO ED AMO
ODIO ED AMO.  Come io riesca a farlo, tu forse vorresti sapere. Non lo so. Ma sento che accade, e mi torturo. (carme 85).
In latino il verbo dell’odio è ODI, un verbo che ha solo il perfetto, che di solito rendiamo con uno dei tempi verbali del passato, escluso il trapassato prossimo. Ma per questo perfetto e per quello di alcuni non numerosi verbi, le grammatiche parlano di perfetto “logico” o anche “resultativo”. In poche parole, se io oggi ti odio, è perché nel passato più o meno recente tu me l’hai fatta proprio sporca: da allora parte il mio odio, e dura ancora. La parola “perfetto” sta ad indicare un’azione conclusa, definita per sempre, non suscettibile di cambiamento: quindi nel caso nostro l’odio è un dato definitivo, antico, radicato, immodificabile. Catullo lo abbina ad AMO, un verbo al presente, un tempo che indica l’adesso, ma chissà domani! Oggi ti amo, ma domani? L’odio invece è fisso.

Sono due soli versi, ma hanno scatenato le interpretazioni, tanto che potremmo costituire non dico una biblioteca, ma una intera parete con ciò che si è scritto nei secoli su questo distico. Mi divertivo a domandare agli studenti quale fosse, secondo loro, il contrario dell’amore. Invariabilmente mi rispondevano “l’odio”. E questo a dispetto di questa poesia di Catullo, che dimostra che l’amore e l’odio sono le due facce di un’unica medaglia, quindi hanno la stessa natura, e, se hanno la stessa natura, come fanno ad essere l’uno il contrario dell’altro? Nel carme 83 dice:

“Lesbia, alla presenza del marito, parla molto male di me,/ e questa per quello scemo è la massima letizia./ Asino! Non ti accorgi di nulla? Se lei, dimentica di noi, tacesse,/ allora sarebbe guarita. Invece starnazza e straparla,/  si ricorda bene, e, cosa più grave, è irata./ Cioè brucia ed è cotta.”.

Dunque, concludevo io, l’odio e l’amore hanno un unico contrario: l’INDIFFERENZA!

Fatemi soffermare un attimo su quel “dimentica di NOI”: “di noi” dice, non “di me”. Certo gli serve per la metrica, ma a me piace pensare che quel NOI non sia un espediente metrico, né un plurale maiestatis, ma che voglia dire proprio NOI, io e lei, lei ed io, due cuori una capanna. Scemo d’un marito! Catullo avrebbe voluto un rapporto di tipo coniugale, ma lei aveva altro per la testa.

Catullo, dunque, è innamorato ed ha una relazione con una donna ufficialmente sposata. E se ne vanta, anzi si fa beffe del cornuto – pardon! del marito -, e lo mette per iscritto. Stiamo parlando di Clodia, che in realtà si chiamava Claudia, ma poi divenne Clodia con la pronuncia plebea del suo nome, dopo che anche suo fratello era divenuto Clodio da Claudio, per divenire tribuno della plebe, e di lì iniziare la scalata politica. Per fare il tribuno della plebe dovevi essere plebeo, e lui insieme con la sorella lo divenne, pur appartenendo ad una antica ed illustre famiglia patrizia (vedi Appio Claudio Cieco, ma anche altri). Su Clodia e Clodio il web consente di trovare molte notizie. Ma nelle poesie Catullo la chiama Lesbia, in collegamento con Saffo di Lesbo, la poetessa dell’eros.

E la tormentata vicenda amorosa tra Catullo e Lesbia è la materia più presente nei componimenti del giovane poeta Gaio Valerio Catullo, un romano del Garda, vissuto al tempo di Cesare e Cicerone (I secolo a.C.) (Valerio, quindi collegato ad una delle più antiche famiglie romane: ricordate Valerio Publicola, quello che divenne console al posto di Collatino, dopo il colpo di stato del 510 a.C. insieme a Bruto?  È nel post dedicato proprio al 510 a.C.). Vi sono momenti belli:

“Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamo,/ e i commenti dei vecchi troppo severi/ valutiamoli tutti un centesimo./ Al sole è concesso di tramontare ma poi tornare;/ noi invece, una volta tramontata la breve giornata/ un’unica notte dovremo dormire e per sempre./ Dammi mille baci, e poi cento,/ e poi altri mille, ed ancora cento,/ e poi ancora mille e poi ancora cento./ Poi, dopo che ne avremo contati molte migliaia,/ sparigliamoli tutti, per non saperli,/ o perché qualche malvagio non possa fare il malocchio,/ venendo a sapere quanti sono tra noi i baci.”. (Carme 5)

Ma anche momenti brutti, e tuttavia Catullo non sa decidersi a troncare (Carme 8):

“Misero Catullo, smetti di fare il matto,/ e ciò che vedi finito consideralo finito./ Splendettero un dì luminosi i giorni,/ quando solevi andare dove la fanciulla ti conduceva/ amata da noi quanto nessuna amata sarà./ Là si facevano quelle molte cose giocose,/ che tu volevi e lei non rifiutava./ Rifulsero davvero per te giorni luminosi./ Ora lei non vuole più; tu pure, fermo, non volere,/ e non seguire lei che fugge, e non vivere come un misero,/ ma con mente ferma sopporta, resisti./ Addio, fanciulla. Catullo ormai resiste,/ e non ti cercherà e non ti chiamerà se non vuoi;/ tu però te ne pentirai, quando non ti cercherà nessuno./ Sventurata, guai a te; quale vita ti resta!/ Chi ora verrà da te? A chi sembrerai bella?/ Chi ora amerai? Di chi dirai di essere?/ Chi bacerai? A chi morderai le labbra?/ Ma tu, Catullo, ostinato, resisti.”. Vi pare davvero finita? In questo carme usa termini della lingua familiare, ad accentuare il sapore di intimità e di mancato distacco (basium – bacio – come nel carme precedente, invece di osculum; e bella, invece di pulchra). E  nel carme 70:

“Con nessuno – dice la mia donna – preferirebbe sposarsi/ tranne me, neanche se a cercarla fosse Giove in persona./ Lo dice: ma ciò che dice una donna ad un amante spasimante,/ nel vento conviene scriverlo, e nell’acqua rapinosa.”.  E poi ancora, carme 72:

“Dicevi un tempo di conoscere solo Catullo,/ Lesbia, e di non voler tenere al posto mio Giove nemmeno./ Ti ho amato non tanto come nel volgo una amante,/ ma come un padre ama figli e generi./ Ora ti conosco bene; per questo, anche se brucio da non dire quanto,/ tuttavia per me molto poco vali e pesi./ “Come è possibile?” dirai. Perché un tale torto un amante/ lo costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno.”.  Capito? Amare di più e voler bene di meno!!! Poi uno scatto di nervi, che lo rende volgare (Carme 58): “Celio, la nostra Lesbia, quella Lesbia,/ quella Lesbia, che Catullo lei sola/ più che se stesso ed i suoi tutti ha amato,/ ora nei quadrivi e nei vicoli/ scortica di Remo i magnanimi nipoti.”. Un romano che appariva sbagliato, si diceva che discendesse da Remo, ed ironico è quel “magnanimi”, come quando diciamo “smilzo” ad uno corpulento. Alla fine Catullo cede per lo sfinimento, e nel Carme 76 (di cui qui cito i versi finali) si consegna ed affida agli dèi, in quella che forse è la più autentica preghiera dell’intera letteratura classica, un disperato grido di dolore e di abbandono: solo la misericordia divina  potranno esorcizzare il suo male:

O dei, se è da voi avere pietà, o se a qualcuno mai/portaste proprio in punto di morte l’estremo sostegno,/
guardate la mia miseria, e , se con purezza ho vissuto,/questa peste portatemi via e rovina,(pestem perniciemque)/che dentro strisciandomi nel profondo come un torpore,/
da tutta l’anima mia ha cacciato la gioia./Ormai non chiedo più questo, che cambiando mi ami lei,/
o – cosa impossibile – voglia essere pudica:/per me stesso star bene desidero e deporre questo male tetro./
Concedetemi questo, in cambio della mia devozione, o dei.

La tormentata vicenda con Lesbia fa la parte del leone nell’opera di Catullo. Ma sono presenti anche temi di natura la più diversa. Nel Carme 93, ad esempio, se la prende con Cesare, ma non sappiamo il perché:

“Non mi curo troppo, o Cesare, di volerti piacere,/ e nemmeno di sapere se sei bianco o nero.”.  Seguì la riconciliazione. Cosa impossibile con Cicerone: “O eloquentissimo tra i discendenti di Romolo,/ quanti ce ne sono stati e quanti ce ne sono, Marco Tullio,/  e quanti ce ne saranno negli anni a venire,/ sentitissime grazie Catullo/ ti rivolge, pessimo poeta tra tutti,/ tanto peggiore fra tutti poeta/ quanto tu avvocato eccellente fra tutti”.  I superlativi sono una palese presa in giro. E vanno letti al contrario.

In quale occasione Catullo ha scritto ciò? Non lo sappiamo, ma l’ostilità e l’antipatia del giovane poeta verso lo stagionato oratore-scrittore-filosofo-uomo politico avevano più di un motivo di essere. Era stato Cicerone ad etichettare come “poeti nuovi” Catullo ed i suoi sodali. Si tenga presente che l’aggettivo “novus”, in una cultura fortemente legata alla tradizione come quella romana, aveva un valore negativo (tabulae novae – cancellazione dei debiti – promettevano i candidati, magari tirando fuori dal cilindro tesoretti imprevisti, come fa Renzi ed ha fatto Berlusca; res novae= rivoluzione; homo novus= uomo senza antenati illustri). Dove le novità di Catullo & C? Intanto nei temi trattati: per tutti i Cicerone del tempo, ogni scritto doveva essere di ammaestramento, utile alla cosa pubblica, obiettivo, e questi “novi” cantavano i loro amorazzi; in secondo luogo i “novi” introducono a Roma un modo di fare poesia appreso dall’arte alessandrina, nella quale era criterio basilare la CURA DELL’ESPRESSIONE, per cui in un carme non potevi toccare nemmeno una sillaba, frutto com’era di accurato e raffinato LABOR LIMAE. (E’ colpa loro se, quando vi mettete a scrivere, cambiate lingua). Ma v’erano altri motivi di ostilità reciproca tra Cicerone e Catullo: vita austera per l’uno, dissoluta per l’altro; impegnata in politica secondo tradizione per l’uno, fuori dagli schemi per l’altro; devozione a patria famiglia divinità (= pìetas le tre cose insieme), esibita indifferenza verso tutto ciò in Catullo. Aggiungiamo che Cicerone maltrattò pubblicamente Clodia (in tribunale in difesa di Celio, da lei accusato di furto e tentato omicidio), insinuando rapporti incestuosi tra la donna ed il fratello (non vorrei inimicarmi tuo marito, pardon!, tuo fratello – dice l’oratore -: quando arrivo a questo punto, mi confondo sempre!), e definendola “amica di tutti”! Ce n’era abbastanza, no? Ma Catullo trattava anche l’amicizia (C. 13):

“Che bel pranzo farai da me, mio Fabullo,/ tra pochi – a dio piacendo – giorni,/ se ti sarai portato una buona cena  /ed abbondante, nonché una candida fanciulla/ e vino e sale ed ogni gradevolezza./ Queste cose se, ripeto, ti sarai portato, caro mio,/ pranzerai bene; infatti  del tuo Catullo/ la saccoccia piena è di ragnatele./ In cambio però riceverai amore puro/ cioè quanto di più elegante esiste:/ ti darò infatti un unguento, che alla mia ragazza/ hanno dato Venere e gli Amorini,/ e quando tu lo annuserai, pregherai gli Dei,/ che i trasformino tutto in un naso.”. Non diciamo noi “sono tutt’orecchi”? Nel Carme 84 si diverte alle spalle di un certo Arrio, fine dicitore:

“CHòmmoda diceva, quando volera dire COmmoda/ Arrio, e le insidie divenivano HINSIDIE,/ ed era pronto a credere di aver parlato da stupire,/ se poteva dire HINSIDIE./ Credo che così sua madre e suo zio materno libero,/ così il nonno materno e la nonna parlassero./ Mandato in Siria costui, riposavano le orecchie di tutti /, che sentivano queste medesime parole con leggerezza,/ senza temere aggiunte di tal natura,/ quand’ecco all’improvviso si diffonde un nunzio terribile,/ le onde Ionie, dopo che Arrio era andato là,/ non erano più ionie , ma HIONIE!”. Amava le aspirate: un toscano? O un calabrese? Boh! Così Arrio era sistemato. Ma peggio andò ad Ignazio spagnolo:

“Ignazio, poiché candidi ha i denti,/ ride ad ogni dove. Se allo scranno di un imputato/ si va, mentre l’oratore scioglie (di tutti) il pianto,/ ride, lui; se al rogo di un devoto figlio/ si piange, mentre la madre lamenta quell’unico figlio perduto,/ ride lui. Qualunque cosa sia, ovunque sia,/ qualunque cosa faccia, ride: ha questo morbo,/ per nulla elegante, penso, né civile./ Dunque ti devo ammonire, caro il mio Ignazio:/ se tu fossi romano, o sabino o tiburtino/ o un umbro ciccione o un etrusco obeso/ o un nero lanuvino o un traspadano/ pieno di denti, per metterci anche i miei,/ o qualunque altro, che lava in modo civile i denti,/ non vorrei tuttavia quale che sia l’occasione vederti ridere:/ nulla infatti è più sciocco di una risata sciocca./ Si dà il caso, però, che tu sia celtibero: ed in terra di Celtiberia,/ quello che uno di notte ha pisciato, con questo al mattino suole/ sfregare i denti e la rosea gengiva,/ e quindi, più sono puliti i tuoi denti, più questo rivelerà che hai bevuto pipì.”. Ancora una bella botta finale.

Infine faceva parte del gusto alessandrino l’imitazione o anche la gara con modelli consacrati. In quest’ottica si inquadra il famoso carme della gelosia, in emulazione con Saffo (vedi il post di questa): situazioni diverse, ma argomenti simili. Come se Catullo volesse dire: “Vedete quanto sono bravo? Posso gareggiare con Saffo, e quasi quasi la supero.”.

Domenica la SCIENZE nell’antichità, da Pitagora ad Ipazia (forse). Ciao