sabato 30 maggio 2015




POST DI RIEPILOGO SU STORIA E CULTURA DI ROMA ANTICA

Nata da modestissime origini (un agglomerato di capanne di pali frasche e fango, popolato da clan familiari diretti dal pater familias, dediti a povera e stentata economia di sopravvivenza, agricola e pastorale), a metà dell’VIII secolo scaturisce dalla socìetas tra le famiglie (gentes), stanziate sulle alture che si affacciano sul Tevere presso l’isola Tiberina, e che circondano una valle acquitrinosa e insalubre (malaria), utilizzata come cimitero.

Nel post di domenica passata ho scritto che la Grecia ha inventato sia il termine sia la sostanza della democrazia, indicandola come caso unico in quel tempo. Per la verità anche nell’estremo occidente, nella terra chiamata Esperia (tramonto) dai greci, nella sua zona centrale, proprio in quell’agglomerato di capanne si vive un’esperienza assai simile. Essendo, infatti, la nuova città, chiamata Roma e non si sa perché, una sorta di federazione tra clan familiari, l’organo direttivo è il senato (senes=vecchi), istituto di cui fanno parte i vari pater familias ed i loro successori, il primogenito maschio. Ma le decisioni devono per statuto essere sottoposte al parere del popolo, mentre la loro esecuzione pratica è affidata ad un magistrato ELETTIVO (quindi NON dinastico) ed a vita, il REX (dal verbo REGERE). Di qui la sigla: SPQR (Senatus PoplulusQue Romanus). Ma l’esperienza romana non ha avuto la risonanza e la diffusione di quella greca.

Come è stato possibile allora che una città così modesta nelle origini e così fuori dei grandi circuiti culturali abbia poi finito per divenire ROMA? La domanda è impegnativa, e il respiro di un post di FB è troppo breve, perché la risposta sia esaustiva. Proviamo ad indicare alcuni dei fattori.

1.      La lingua. Il latino è l’immagine e nello stesso tempo il prodotto ed un fattore di un modo di procedere straordinariamente logico, di una razionalità ferrea, tanto che ha potuto fare a meno della strepitosa crescita della scienza greca, assai simile alla nostra. La scienza greca era astratta, del tutto estranea alla concretezza romana: c’è da risolvere un problema? Bene, lo si analizzi, cioè lo si riduca ai suoi elementi semplici ed essenziali. Poi, procedendo con una sorta di logica binaria, come nell’informatica, si vada decisi alla soluzione. Non è intelligente l’atteggiamento di chi, oggi, è ostile allo studio del latino, in quanto “roba vecchia”. Al contrario proprio oggi, epoca in cui regna la babele dei linguaggi e delle idee, il latino sarebbe oltremodo utile, addestrando ed abituando le menti dei giovani alla logica;

2.      L’esercito, straordinario strumento quasi invincibile, faccia militare del prisma dell’organizzazione romana in tutti i settori;

3.      La razionalità concreta. Nel bel film di Magni, “Scipione detto anche l’africano”, il protagonista intima al filosofo greco Carneade di lasciare Roma entro 24 ore, perché parla in modo sgradito a Publio. “Forse che nella libera repubblica romana non si può dire tutto, e quindi non è libera?”. “A Roma se po’ dì tutto, quello che se capisce, però. Quello che nun se capisce, nun se po’ dì, perché non è onesto. Quindi tempo 24 ore e devi lasciare la città!”. Càpita di sentir dire che “tutte le opinioni sono valide”, ma si vorrebbe dire legittime. Per una elementare considerazione razionale due opinioni differenti non possono essere valide entrambe: almeno una è errata, se non tutt’e due. Legittime, non valide. A Roma una cosa simile non la si ammetteva, e qui da noi invece si continua a crogiolarsi nell’illusione;

4.      Lo straordinario, eccezionale attaccamento alla Patria. Per lunghi secoli i dissidi tra classi sociali (erano tre, patrizi – cioè discendenti dei patres -, cavalieri – diremmo oggi borghesia affaristica –, e plebei, gli altri), che pure non sono mancati, nella minaccia dall’esterno hanno trovato la ragione perché fossero ricomposti. Noi siamo decisamente lontani, se troviamo la maniera di sentirci italiani solo con la Nazionale di calcio et similia, essendo piuttosto inclini al provincialismo ed al campanilismo esasperato (tra i francesi Parigi è Parigi, e tutti la sentono propria: qui da noi, benché Roma per diversi aspetti valga più di Parigi, è vista con malanimo da chi romano non è, eppure ha civilizzato tutti); o, in certe tragiche fasi della nostra storia, al nazionalismo guerrafondaio (l’interventismo nel primo conflitto mondiale, e poi nel secondo) e colonialista, involuzione tragica e funesta del Risorgimento (oggi messo nel dimenticatoio: “siam pronti alla vita”, cantavano i bambini all’inaugurazione dell’Expo a Milano, stravolgendo il senso e la lettera dell’Inno). Come abbiamo visto, la storia romana ci presenta episodi tremendi di tale attaccamento (i consoli Bruto e Torquato, che non esitano a giustiziare i propri figli, pur di salvare la Patria). I romani non gradivano che si mettessero in scena commedie, i cui personaggi fossero romani: il teatro, luogo della finzione, non era adatto a rappresentare in modo comico l’austero civis, anche perché autori ed attori erano persone di infima condizione sociale, per lo più di origine greca, come il teatro del resto. Va da sé che non ci si debba augurare di arrivare a tanto, ma certo la passione che ci mettiamo ad autodenigrarci…….

5.      La grande apertura mentale. Avrebbero avuto tutte le ragioni per essere spocchiosi verso i popoli vinti, ed invece i romani sono sempre stati attenti a studiare il modo di fare altrui, non avendo minimamente problemi ad adottare modalità straniere. Faceva parte del bottino, e si è trasformato in un arricchimento incalcolabile. Tale atteggiamento l’hanno avuto con tutti, ma specie con la Grecia, da cui i romani hanno imparato molto, non di rado superando i maestri. Se i greci vantano Omero, i romani gli oppongono Virgilio, ma Omero è datato, mentre Virgilio è attuale, vale anche per noi; all’oratoria di Demostene i romani oppongono quella di Cicerone, e non c’è paragone; i greci hanno inventato la Storia con Erodoto, l’hanno perfezionata con Tucidide, ma i romani l’hanno praticata alla grande con Sallustio Cesare Livio Tacito; i filosofi greci hanno inventato il poema filosofico-didascalico, ma Lucrezio sullo stesso tema ha elaborato un capolavoro della letteratura mondiale, attuale anche oggi; grandiose sono le stagioni della lirica greca (arcaica e poi ellenistica), ma Catullo e la poesia neoterica non ha nulla da invidiare a quelle. Non ci sono stati filosofi a Roma, se si eccettuano Cicerone Seneca e Marco Aurelio: per forza!, la filosofia è attività di astrazione, mentre a Roma si vuole stare con i piedi ben piantati a terra. Apprezzano la filosofia i romani, ma come propedeutica all’oratoria, strumento principe dell’interesse principe dei romani, la res publica, la politica. Ed io trovo che l’arco sia l’elemento architettonico logico ed ideale per esprimere la mentalità romana: ha un inizio, lo sviluppo e poi la fine, tutto ben ancorato al suolo. Come il cornicione del Colosseo, che lo salva dall’effetto ottico di fuga verso l’alto, riallacciandolo al suolo su cui sorge;

6.      I romani hanno conquistato e sottomesso, ed hanno anche lasciato una scia di sangue dietro di sé. Ma i popoli sottomessi, dopo un primo impatto critico, hanno percepito i vantaggi del far parte di un impero universale: commercio e movimenti in sostanza liberi su un vasto territorio, che i padroni hanno dotato di porti, strade, saline,  fori, templi, teatri, acquedotti…

Perché Roma è tramontata (l’impero, intendo)? Anche qui elenco qualche ragione, parziale spiegazione di un fenomeno complesso:

1.      Leggo ancora su qualche libro sbagliato, o mi càpita di sentire dire, che all’origine della fine dell’impero sta la diffusione del Cristianesimo, perché nella sua etica vi sarebbero i fattori di disgregazione. Una stupidaggine bella e buona (ve lo dice un ateo convinto): a partire dall’impero di Costantino il grande il Cristianesimo ha avuto una presenza via via sempre più importante, fino a divenire con Teodosio religione dell’impero. Il vescovo di Milano, Ambrogio (non me ne vogliano gli amici milanesi, ma era un romano, chiamandosi Aurelio), rifiutò ed impedì l’accesso al tempio da parte dell’imperatore, di ritorno dalla strage da lui compiuta a Salonicco. La Chiesa cattolica è organizzata in diocesi, esattamente come era ormai suddiviso il territorio dell’impero. Quindi la religione non solo non mirava a demolire l’impero, al contrario vi si inseriva in modo del tutto organico;

2.      La ragione vera è il progressivo ed irrimediabile distacco tra classe dirigente e popolazione, distacco in atto già nella lingua (popolare contro aulica), ed ancor più marcato sotto il profilo economico. Poche famiglie si accaparravano la fetta più grande della ricchezza romana, un po’ come succede da noi, come indico nel punto seguente. Ad un certo punto pochi sentivano l’orgoglio dell’essere civis romanus, e quindi l’arrivo dei barbari, al di là degli eventi tragici che comportava, era visto solo come un cambiamento di padrone, cosa del tutto indifferente per la gente. La lettura del Satyricon di Petronio ci dà conto della lontananza del sentire comune da quella Virtus esaltata e agognata dai grandi (Seneca, Livio, Orazio eccetera), e che per secoli aveva guidato l’agire romano;

3.      Le invasioni barbariche sono spesso indicate come fattore della fine dell’impero. Ma è l’esatto contrario. Incursioni di barbari nel territorio romano c’erano state periodicamente, ma erano state regolarmente annullate (cimbri e teutoni nel 100 a.C.: sterminati, ad esempio). Questo fu possibile per la salvezza dell’integrità dell’impero, finché non s’era determinato il distacco tra classe dirigente e popolo, di cui parlavo prima. Poi nessuno oppose resistenza: era un guscio vuoto, ormai. Allora sulla base di questa lezione storica mi viene molto da grattarmi la testa  quando mi càpita di osservare il distacco oggi esistente tra la nostra classe dirigente e popolo, e l’astensionismo è un brutto segno di ciò : il 63% della nostra ricchezza nazionale è nelle mani del 16% delle famiglie, e vi sono pensionati a quaranta mila € al mese accanto a disoccupati, esodati, precari e malpagati e pensionati al minimo……;

4.      Sradicamento dei piccoli e medi contadini dai processi economici e produttivi. L’economia italica non regge la concorrenza con i prodotti di provenienza orientale, per cui si assiste a due fenomeni, già negativi da soli, figurarsi in combinazione tra loro: spopolamento delle campagne, con trasferimento a Roma e nelle città, al servizio dei potenti (patroni) come CLIENTI (come oggi), con relativa perdita della dignità (come oggi: la clientela è uno dei fenomeni sociali e culturali più ripugnanti in Italia); diffusione del latifondismo, condotto con l’uso massiccio della manodopera schiavistica, ed  inevitabile perdita della produttività;

5.      La miopia della classe dirigente romana a partire dal I secolo a.C.: il gretto conservatorismo ha impedito quel rinnovamento della repubblica, che avrebbe risparmiato ai romani l’esperienza devastante della monarchia imperiale. L’UOMO DELLA PROVVIDENZA!!!! Già con Augusto se ne parlò, ma non è andata proprio così. Non è MAI andata così. E’ meglio non farsi illusioni: è un’illusione il buon papà nazionale, ed è meglio impegnarsi;

6.      Infine una cronica e strisciante crisi demografica: in proporzione al territorio la popolazione era scarsa. A causare ciò, da una parte l’insorgere periodico di pestilenze, dall’altra il calo di natalità: le condizioni agiate di vita inducevano le donne a desiderare meno figli, anche a causa della mortalità per gestazione e parto. Le famiglie che avevano fatto la storia di Roma, a causa di ciò ed anche per le stragi indiscriminate per le lotte politiche a fine repubblica e durante l’impero, si erano via via estinte, senza che si riuscisse a sostituirle. E le guerre.

E con ciò per ora ho chiuso. Mi è stato richiesto un post su Alessandro Magno: lo farò, ma penso fra un paio di domeniche. Chi ne ha voglia, potrà trovare tutti i miei post in un blog ( google, blogger.com – questermocolle fulviomarino). Mi farò vivo poi a settembre: studierò una modalità nuova, per chi vorrà ancora seguirmi.

Ed ora un invito a farmi un regalo: acquistate e fate acquistare il mio libro intitolato “IL PIFFERAIO TRAGICO”. Ma mi piace pensare che sarebbe un regalo anche per voi: chi l’ha letto, l’ha trovato molto piacevole. Come lo si acquista? Andando su  “ilmiolibro.it”, oppure in qualsiasi libreria Feltrinelli, presso cui lo si deve prenotare, specificando che fa parte de “ilmiolibro.it”.  Sapete come scrivo, e mi pare che lo gradiate. Il libro vuole essere uno specchio della nostra realtà negli ultimi decenni, con note tragiche accanto a note comiche, battute fulminanti accanto a tratti discorsivi. E poi la memoria: molti rivivranno al séguito delle pagine atmosfere lontane…….

                                         GRAZIE A TUTTI, E A PRESTO (SPERO)! ciao

sabato 23 maggio 2015






POST DI STORIA E CULTURA GRECA ANTICA

La storia greca inizia con una catastrofe (crollo del mondo miceneo e del suo sistema), attraversa un arco luminoso di diversi secoli, inventando la civiltà occidentale, e termina con un’altra catastrofe (la guerra del Peloponneso tra Sparta ed Atene). Non è che prima non ci fosse nulla, e nemmeno che dopo non ci sarà più nulla: ma la fase più originale e creativa sta in questi limiti. Prima c’era la civiltà cretese, sintesi delle civiltà orientali dei grandi fiumi, Tigre Eufrate Nilo; dopo ci sarà la sontuosa civiltà ellenistica, che media tra il mondo classico e noi.

Diversi sono i “doni”, che i greci hanno fatto alla civiltà occidentale, doni tanto vitali, che sono in atto anche ai nostri tempi, e senza i quali molto di ciò che oggi caratterizza i nostri tempi non ci sarebbe stato e non ci sarebbe. Non solo, ma tendono a diffondersi ulteriormente. LA DEMOCRAZIA, cioè il potere alla maggioranza, è un’invenzione del tutto originale della Grecia, dal nome fino ai suoi principi costitutivi. La legge, la norma non è più il prodotto di una gentile concessione del dio (come era stato anche in Grecia fino al miceneo, 1200 a.C. circa, ed era così ancora nel mondo che circondava la Grecia), che si manifesta attraverso gli atti di un monarca, dio anche lui o discendente o prediletto del dio, ma la norma è l’esito di un confronto e di un dibattito TRA UGUALI, all’inizio (epoca arcaica, 900-500 a.C. circa) limitatamente ad un gruppo ristretto di migliori (àristoi, quindi aristocrazia), e poi esteso alla massa (demos, quindi democrazia): possibilità e diritto uguali per tutti di dire tutto e di parlare di tutto, e poi diritto di elettorato attivo e passivo (ma sono esclusi schiavi e donne). La realtà della democrazia nella Storia oscilla tra l’ideale platonico (“la chiamano democrazia, ma è un’aristocrazia – di mente e di animo – con l’approvazione delle masse”), e la gestione dei demagoghi, primo dei quali e superiore a tutti Pericle, pronti ad orientare le decisioni dell’assemblea (organo supremo) verso decisioni a loro utili, con l’uso spregiudicato dei mezzi di formazione delle opinioni, oratoria giornali TV…….

LA SCRITTURA ALFABETICA. Non l’hanno inventata loro, ma i fenici. I greci hanno avuto una particolare capacità di appropriarsi di prodotti culturali altrui, rielaborarli in modo del tutto originali, e poi trasmetterli all’umanità. L’alfabeto greco, ripreso da etruschi e romani, oggi tende alla diffusione universale, perché è lo strumento fondamentale dell’inglese e di internet. Strumento semplice (lo si impara a cinque anni), estremamente duttile e di facile uso. La democrazia lo richiedeva: la partecipazione aveva bisogno vitale della conoscenza, la quale per lungo tempo si è trasmessa per via orale quanto ai prodotti letterari, ma poi aveva bisogno dello scritto quanto a decreti, leggi, proclami, insomma il diritto. Verba volant scripta manent. Non solo la scrittura alfabetica presero dagli altri, ma una gran quantità di altri prodotti culturali e materiali: in tal senso la democrazia si rivelò un formidabile moltiplicatore di effetti. Infatti la possibilità per TUTTI di partecipare a TUTTO moltiplicò le probabilità di sviluppi successivi, dato che in teoria ogni singolo individuo era nel diritto e nella possibilità di elaborare e proporre la propria soluzione, e non un numero ristretto di teste: più cresce il numero dei pensatori, più la soluzione eccellente è possibile.
Anche la MONETA i greci la copiarono, esattamente dai lidi, e, passando per l’attività dei cambiavalute e degli usurai (banche), ha dato luogo a quella merce particolare – la moneta e la sua economia – che noi chiamiamo finanza, e che tanto bene sta facendo alla nostra vita.

Dagli egizi impararono la STATUARIA e la PITTURA, ma poi le hanno sviluppate in modo del tutto originale, dando luogo ad una interminabile stagione di primato artistico dei greci, e ad un’idea dell’arte figurativa, trasmessa all’Europa ed al mondo mediante i romani, con un rapporto di discendenza diretta fino ai giorni nostri.

Del tutto greca è l’invenzione della FILOSOFIA, come attività di ricerca della verità mediante la logica e la razionalità. Quasi mai si negano le verità rivelate e religiose, ma anche queste sono interpretate alla luce di una analisi logica e razionale. Un nome tra i tanti e su tutti, Platone, straordinario pensatore ineguagliato anche ai giorni nostri, nonché straordinario poeta. La sete di sapere, che produce la filosofia, porta anche all’avvio di un inimmaginabile processo di sviluppo delle scienze fisiche mediche e matematiche.

Fondamentale è poi il contributo dei greci nella storia del teatro, e non si va lontano dal vero, quando si dice che è una loro invenzione. Non che in altre culture mancasse, perché il recitare è per così dire una caratteristica del genere umano, ma la struttura e la maniera greca hanno caratterizzato non solo l’antichità, ma poi sono state un inevitabile riferimento per tutto il teatro occidentale, o per uniformarsi o per differenziarsi, ma sempre con il teatro greco ci si è dovuti misurare. Senza tralasciare alcune opere teatrali, ancora oggi trascinanti, come l’Edipo re o l’Antigone ed anche l’Elettra di Sofocle, o la Medea di Euripide, o la trilogia dell’Orestea di Eschilo, o le Nuvole di Aristofane.

Si può qui non fare cenno ai grandi autori di LETTERATURA? Il primo, il più decisivo fra tutti, Omero, ha informato di sé l’intera cultura greca, come dire occidentale. Il poeta è l’inventore del cinema: sa trovare le parole giuste, affinché le immagini create dalla sua mente attraversino l’etere, colpiscano l’udito degli ascoltatori, e si ricompongano nella loro mente, le medesime che erano nella testa del poeta. Sono personaggi, atti, gesta pensati dal poeta, trasmessi con il tramite delle parole, e riformatisi nella mente dell’uditore, il quale, stando seduto in un qualche luogo, si abbandona alla narrazione del cantore, lascia il corpo là dov’è, ma con la mente naviga nello spazio e nel tempo, per poi tornare alla fine del racconto, felice per l’esperienza spirituale vissuta.al medesimo obiettivo mirava l’inventore della STORIOGRAFIA, Erodoto, con la sua monumentale ricerca di storia usi costumi e cultura del mondo esterno ai greci, Italia compresa. Un’opera godibilissima, per la gran massa di notizie e curiosità, che mi permetto di suggerire come lettura sotto l’ombrellone.

Poi è arrivato Pericle, uomo di grande spessore, ma affossatore della democrazia, incarnazione sublime dell’Uomo della Provvidenza, che tanto affascina, illude e delude le masse, che poi avranno tempo per leccarsi le ferite. L’uomo della provvidenza, come lo si vagheggia, quello che – chissà perché ? – si dedicherà al bene della Nazione non c’è mai stato: è saggio rimboccarsi le maniche, e dare ognuno il proprio contributo, e non comportarsi da “idioti”, come la lingua greca chiama coloro che si astengono dalla partecipazione politica, consegnando se stessi la propria vita e quella dei figli al ciarlatano ed al piazzista di turno. Se non finisce in tragedia (come è stato per noi con la guerra) è già un miracolo.

Le nostre radici sono là, in quel mondo greco uscito rinnovato e vitale dalla catastrofe del mondo miceneo (terremoti? Siccità? Invasioni?), ed artefice di una cultura di cui siamo impregnati anche noi moderni, e spesso non ce ne rendiamo conto. Fa male all’anima, quello che stanno combinando gli esaltati assassini e sanguinari dell’ISIS, con la demolizione delle tracce archeologiche ed artistiche del mondo antico, quelle statue profanate con il tritolo ed il martello pneumatico, quelle colonne abbattute. Loro, i nuovi barbari, hanno capito o solo intuito l’importanza di quelle testimonianze storiche, e le vogliono abolire. Spetta a noi differenziarci da loro, recuperare le radici della nostra Storia, irrobustirle, dare loro nuova vita e visibilità, ed andare cauti con la frenesie del “cambiamento”. Si dà infatti un’equazione priva di logica, secondo cui il cambiamento è costituzionalmente positivo. Signori miei! E se si cambia in peggio, è proprio il caso di cambiare?

DOMENICA PROSSIMA PROPORRO’ ANALOGO LAVORO DI SINTESI PER QUANTO RIGUARDA ROMA, E POI CI SALUTIAMO, DOPO UNA SCORRIBANDA INIZIATA A NOVEMBRE, CHE HA RAGGIUNTO UN LUSINGHIERO RISULTATO: SONO STATI COINVOLTI DONNE E UOMINI DI TUTT’ITALIA ED ANCHE RESIDENTI ALL’ESTERO, NUMEROSI I GIOVANI, MA MI SONO MOLTO CARI ANCHE I MENO GIOVANI, CHE TALI      SONO PER L’ANAGRAFE, MA CHIARAMENTE NON NELLA TESTA E NELL’ANIMO

sabato 16 maggio 2015



TITO MANLIO TORQUATO , LUCIO PAPIRIO CURSORE, DECIO MURE
nostri antenati, ma noi abbiamo cambiato la razza

Correva (anche lui!) l’anno 340 a.C., e Roma in simultanea doveva affrontare tre guerre: contro i sanniti, gli etruschi, e, peggiore di tutte, contro i latini. Perché questa la peggiore? Perché i latini nel modo di combattere erano ormai romani, dato che  avevano fiancheggiato i romani da decenni. Dunque a parità di tecnica militare avrebbe vinto il più forte ed il più determinato. E a Roma la preoccupazione era grande. Era console Tito Manlio detto Imperioso (portatore di ferrea disciplina militare, come vedremo), ed anche Torquato. In uno scontro con un’orda di galli aveva affrontato un nemico gigantesco e tutto impennacchiato, che incuteva un giustificato timore ai romani. Lui invece no, non ebbe paura, tignoso com’era: affrontò l’erculeo gigante, lo colpì, lo abbatté, gli saltò addosso con determinazione estrema, e gli portò via la collana (torques). Così facevano i pellerossa americani con lo scalpo del nemico ucciso, ma l’avevano imparato dai bianchi, che portavano la civiltà in America, come hanno portato la democrazia in medio oriente.

Navigando navigando sulla terra ferma, i due eserciti (romano e latino) erano arrivati in Campania, in cerca del luogo idoneo a farsi una bella battaglia e massacrarsi a dovere. Ed il luogo fu la zona del Vesuvio. Torquato, il console imperioso, aveva dato ordine tassativo di non prendere iniziative di alcun genere, ed attendere gli ordini del console. Suo figlio, comandante di un reparto di cavalleria, mandato ad ispezionare, si fece invece indurre ad uno scontro con un reparto nemico: attaccò, inseguì, vinse, fece bottino, e, tutto contento, tornò da papà, per riscuotere il meritato elogio. Ma quello, per tutta risposta, lo fece legare al palo e decapitare: quando il console dà un ordine, TUTTI devono ubbidire. “Se io ti salvo – disse in sintesi – avrò seguito il sentimento umano di padre. Ma la disciplina dell’esercito è lo strumento più importante per la salvezze e la grandezza di Roma, di fronte alla quale gli interessi privati vanno messi da parte. Salvare te significa minare la disciplina e quindi la patria: il bene di uno rischia di tradursi nel danno di tutti.”. Lo pregarono ed implorarono, ma non ci fu verso: lo fece decapitare. Mi pare che oggi viga lo stesso cervello: quello che dovrebbe essere ovvio, non lo è, tanto che si deve fare una LEGGE sul conflitto di interessi, e sono venti anni e più, e non ci si riesce. Dice Tacito, un altro antico, e quindi non capiva nulla, rispetto ai sapientoni di oggi, che più il codice abbonda di leggi, più corrotta è la Società. Ed oggi il codice è esagerato! A volte non basta nemmeno un avvocato…..

Ma quella battaglia cruciale vide un altro episodio straordinario, che oggi sarebbe semplicemente inimmaginabile. Era venuto fuori dagli indovini, che avrebbe vinto quell’esercito il cui capo si fosse sacrificato. Il collega di Manlio, il console Decio Mure, fece la devotio, cioè consacrava agli dei le schiere dei nemici, dando in cambio della vittoria di Roma la propria vita. Si vestì come il cerimoniale prescriveva e per morire si lanciò nel folto dei nemici, che lo massacrarono. Ma i soldati romani, trascinati dall’esempio, si scatenarono con ferocia inaudita, e vinsero la battaglia. Sicuramente Renzi e gli altri farebbero lo stesso. Siamo o non siamo gli eredi dei romani?
I romani antichi (antenati di tutti gli Ivano e di tutte le Jessica di Verdone, dei coatti e dei furbi o presunti tali dei tempi nostri), ed i sanniti (a loro volta antenati di tutti gli Antonio Razzi, senatore e quindi esatto rappresentante di certa Italia) iniziarono a suonarsele di santa ragione a partire dal 343 a.C., per circa cinquant’anni, un’enormità anche oggi, figurarsi per un’epoca in cui la durata media della vita era di quarant’anni, non continuativamente, ma a più riprese. In palio c’era la Campania, a quei tempi FELIX, mica come è per noi, che l’abbiamo trasformata nella terra della camorra, dei fuochi e dell’insulsa anarchia: ci siamo migliorati anche qua, per cui abbiamo tutte le ragioni per guardare agli antichi con giustificata aria di superiorità, anzi per ignorarli proprio, facendo spallucce sulla storia, che ha prodotto il Colosseo Pompei ed il diritto romano, ad esempio. La Campania e le ricche città di origine greca. E la lotta durò tanto, perché si scontravano due popoli, che, a dirli tignosi, si è detto nulla. Alla fine la spuntarono i romani, perché resistettero di più. Come mai? Leggete questo episodio e poi quello appresso. Così sarà chiaro il perché.

Siamo nel 340, quindi all’inizio del confronto. I romani hanno scelto un dittatore, Lucio Papirio Cursore (lo chiamavano così, in quanto dedito all’esercizio della corsa, insomma amava fare jogging: anche questo!). Attenzione che la parola “dittatore” ha un valore diverso da quello odierno: la dittatura era una magistratura straordinaria, o per fronteggiare una situazione di fronte alla quale le magistrature ordinarie non funzionavano (e serviva un energico serrate le file, come facciamo noi, quando nominiamo un commissario in un’azienda, ad esempio), o per un compito ben precisato. E qui si trattava di condurre le operazioni contro i sanniti. La durata era di sei mesi, o il periodo necessario per concludere la cosa. Il dittatore militare nominava il magister equitum, il capo della cavalleria, che, in sua assenza, era il suo vice. Bene: Papirio nomina suo vice Quinto Fabio, giovane di ottima famiglia, e per questo ambizioso la sua parte. Gli eserciti romano e sannita stanno uscendo dai propri accampamenti, per darsele di santa ragione, quando il pullarius avverte il dittatore che c’è qualcosa che non va. Chi era costui? Era uno addetto a controllare i polli. I polli? Certo! Erano considerati messaggeri degli dèi, e, se mangiavano, tutto era a posto, altrimenti non andava bene. E quel mattino non avevano mangiato. Quindi, disse il pullarius, è il caso che tu vada a Roma, a prendere di nuovo gli auspici, cioè i messaggi degli dèi. E così Papirio partì per Roma.
Ma, prima di allontanarsi, chiamò il suo vice, Quinto Fabio, e lo ammonì a non prendere iniziativa alcuna in sua assenza: solo difesa, niente attacco. E partì. Ma il giovane Fabio non se ne diede per inteso, organizzò i suoi, e partì all’attacco dei sanniti, sbaragliandoli (forse anche due volte), e facendo cospicuo bottino. Lo fece ammucchiare e bruciare, dice Livio (libro VIII cap. 30), perché non se ne appropriasse il dittatore, come suo vanto di guerra: se è vero, capito le intenzioni del giovane Fabio? La notizia di questi eventi arrivò a Roma, e Papirio si imbestialì alla grande (oltre che correre, era anche alquanto fumantino). Di corsa – e si capisce! Cursore! – tornò nel Sannio, l’ira gli metteva le ali ai piedi. Fabio, intanto, prevedendo la reazione del dittatore, aveva arringato le truppe, implorandole di difenderlo dall’imminente grandinata. Papirio arrivò, convocò l’assemblea, e, davanti a tutti, comandò a Fabio di dire quali erano stati i suoi ordini prima di partire. E quello non poté negare. “Dunque tu eri ben consapevole di violare gli ordini del dittatore, quando hai fatto ciò che hai fatto!”. La cosa era di estrema gravità: se si cominciano a trasgredire gli ordini del dittatore, addio disciplina, addio vittorie, addio Roma! Quindi ordina al littore di legare al palo il trasgressore per decapitarlo. Insomma siamo di nuovo nella situazione di Manlio, anche se Fabio non era figlio del capo. Nasce un tumulto violento tra i soldati, che rumoreggiano e gridano contro il dittatore, al punto che questi è costretto ad accogliere una loro richiesta: si vada a Roma, e si ponga la questione davanti al popolo.  Ma davanti al popolo si ripete la medesima situazione: il popolo che protesta e chiede che si risparmi il giovane, e Papirio a difendere la legge, che DEVE valere più di tutto e di tutti. Interviene anche il padre di Quinto Fabio, uomo di prestigio e che tante benemerenze aveva dalla repubblica romana. Ma tutto è inutile, Papirio non recede, e si sta quasi per arrivare all’esecuzione, quando padre e figlio si presentano in veste dimessa, si gettano ai piedi del dittatore e chiedono clemenza, con l’appoggio del popolo. A questo punto Papirio cambia il comando, ritira l’accusa  e fa salva la vita del giovane: era un atto di clemenza il suo, sotto la spinta del popolo e del senato, ma la colpa rimaneva ed il colpevole l’ammetteva, e l’autorità del dittatore e della legge restavano integre. La legge, soprattutto. Oggi i ministri ai propri figli procurano ottimi posti di lavoro, rolex, lauree in Albania, tanto per dire: la stirpe è nettamente migliorata.

Qualche anno dopo, nel 321, l’esercito romano penetra nel Sannio per l’ennesimo tentativo di risolvere il problema sanniti. Il console si comporta scioccamente, e, senza le ovvie precauzioni, si infila in un canalone nei pressi di una località denominata Caudium. Ma, quando i soldati arrivano dall’altra parte, trovano bloccata l’uscita da massi e tronchi, scaraventati giù a bella posta dai sanniti, guidati da Gaio Ponzio Telesino, il giovane comandante. I romani fanno per tornare indietro, ma anche l’altra uscita nel frattempo è stata bloccata. Ed i sanniti da sopra possono colpirli come e quando vogliono e fare una strage. Sorpreso dalla facilità della vittoria, il giovane Ponzio chiede consiglio all’esperto padre su cosa fare dei romani. “Ammazzali tutti!”, suggerisce il padre. Ma al figlio pare un’enormità! “Allora lasciali liberi!”, è il nuovo suggerimento. Ma anche questo non va al giovane. “Li umilierò!”. Ma il vecchio non è d’accordo: “O li ammazzi tutti, e così i romani se ne staranno buoni a leccarsi le ferite per un po’ di tempo; o li lasci liberi, creando in loro un grosso debito di riconoscenza. Se li umili, te le faranno pagare!”. Vincere è bene, stravincere no! Ma il giovane – che capiscono i vecchi? – fa di testa sua: fa sapere al console che farà salva la vita dei soldati romani, a patto che lascino tutto lì sul posto, e che escano in fila indiana disarmati ed in mutande. Il prezzo della vittoria sarà una pace con clausole favorevoli ai sanniti. Ed il console accetta. Dovranno passare attraverso una specie di porta da rugby molto bassa (le forche caudine), così da doversi inchinare davanti ai nemici, che assistono tra frizzi e lazzi. Ed in questa miserabile condizione l’esercito romano torna a casa, e si becca gli insulti dei romani, che li accusano di viltà. Il giovane Ponzio si presenta a Roma per reclamare il premio della vittoria. I senatori gli domandano con chi ha concordato il premio. E lui ad indicare il console. Ma, gli fanno notare, a Roma comanda il senato, quindi il console non poteva né lui doveva prendere un accordo simile. Quindi fosse contento, già se poteva tornare a casa incolume. Aveva ragione il vecchio!!! E la guerra finì nel 290 a.C.

CARI AMICI CHE MI SEGUITE IN TUTTA ITALIA E QUALCUNO ANCHE ALL’ESTERO, CON QUESTO DI OGGI SIAMO GIUNTI ALL’ULTIMO POST, ALMENO PER ORA. IL MARE RICHIAMA SEMPRE PIU’ ME “SCRITTORE” E VOI, LETTORI. FARO’ ANCORA UNO O DUE INTERVENTI A RIEPILOGO DI TUTTI GLI SCRITTI, UNA SINTESI RAGIONATA, ALMENO NELLE INTENZIONI, E POI BUONA ESTATE A TUTTI. RINGRAZIO PER LA FEDELTA’ DI ALCUNI E PER LA PAZIENZA DI TUTTI. SARO’ BEN LIETO DI RISPONDERE A VOSTRI QUESITI, ANCHE RISERVATI, SE NE SARO’ CAPACE

Tutti ar mare/ tutti ar mare,/ a mostrà le chiappe chiare…….

sabato 9 maggio 2015



Nelle foto: Triremi (totale), Termopili monumento, triremi (sezione)

LE GUERRE PERSIANE

Con questo titolo si indicano gli eventi bellici verificatisi tra il 499 ed il 479 a.C., una guerra tra le città greche ed il potente impero persiano.


CAUSE LONTANE. Tornarono da Delfi, dove si erano recati a consultare l’oracolo di Apollo, i messi del re di Lidia Creso, devoto al dio come pochi. Era preoccupato il re di Lidia, perché i persiani, sotto la guida del re Ciro il Vecchio stavano conquistando territori su territori, ed ormai erano ai confini della Lidia. Aveva mandato a chiedere cosa fare di fronte ad un vicino così ingombrante, e l’oracolo aveva sentenziato: “Distruggerai un grande regno.”. Dichiara guerra a Ciro, e, sconfitto, si salva per miracolo dal rogo da vivo, ed ottiene dal vincitore di mandare a Delfi le catene che l’avevano legato, a titolo di ringraziamento ironico per il bel consiglio. E l’oracolo: “Ti avevo detto che avresti distrutto un grande regno, ma non ti ho detto quale. Nei fatti hai distrutto il tuo.”. Insomma i preti hanno sempre ragione! Ma cosa c’entrano Creso e Ciro con le guerre persiane? C’entrano, c’entrano. Sulle coste dell’Anatolia che si affacciano sul Mediterraneo, c’era una miriade di colonie greche. Creso le aveva rese tutte sue tributarie, ma la cosa filava via tranquilla. Come mai? Ufficialmente dipendevano da Creso, di fatto potevano vivere nel modo che credevano: democrazia in politica, libertà massima individuale, con il solo ovvio limite delle leggi, possibilità di scelta su cosa fare nella vita, libertà d’impresa in campo economico. Quest’ultima era all’origine di tutto: le città coloniali greche erano gli snodi di scambio tra il bacino mediterraneo e l’oriente, perfino quello estremo, con evidenti benefici economici ed anche culturali. Da lì vicino, infatti, cioè dalla Fenicia imparano l’alfabeto letterale, semplice ed elastico, tanto che  lo si insegna ai bambini, trasmesso poi ai latini, ed oggi usiamo quello, anzi va espandendosi nel mondo; e dalla Lidia l’uso della moneta, diffusosi rapidamente in tutto il mondo, dando luogo alla finanza, che tanto bene ci sta facendo, a noi, uomini del 2000! Sconfitto Creso, la Lidia e le colonie greche passarono sotto il controllo persiano, e la situazione cambiò radicalmente. Addio all’autonomia, addio alla libera iniziativa individuale, addio al sistema economico basato sull’impresa, addio alla democrazia! L’impero persiano è accentrato, come tutti gli antichi regni orientali. È diviso in satrapie, i romani avrebbero detto province, con una struttura piramidale, al cui culmine il satrapo, che risponde direttamente e personalmente al Grande Re (come lo chiamano i greci), con l’autosufficienza produttiva per obiettivo, mentre il surplus va gestito dal centro generale a vantaggio di tutti. Un sistema chiuso, in cui domina il lavoro coatto. In una parola i greci vedono minacciata gravemente la loro CIVILTA’, che in economia si basa sulla libera iniziativa e sugli schiavi. Inizia dunque un periodo di tensioni via via crescenti, fino all’aperta RIVOLTA IONICA.



IONIA. L’area geografica della costa anatolica è fittamente abitata da migranti greci, che provengono da tutta la Grecia, su impulso e con la prevalenza etnica e culturale dell’Attica. Gli ioni non sono una sottogruppo greco, come i dori o gli eoli, ma un miscuglio, culturalmente e linguisticamente molto legato ad Atene. Ed Atene infatti sarà quasi l’unica città che sosterrà la rivolta, darà aiuto, e si esporrà alla rappresaglia persiana.



COLONIE. Nella storia greca il termine è sbagliato. E’ un vocabolo latino, derivato dal verbo còlere, cioè coltivare. Specialmente nella penisola italica (ma non solo) i romani confiscavano parte del territorio ai nemici vinti, e tale terra costituiva l’ager publicus. Questo era distribuito con certi criteri ai cittadini romani, specie militari a fine leva, come premio di milizia. In zone lontane da Roma si  impostavano delle vere e proprie città, abitate da ex soldati, veri avamposti di Roma, per dare terra ai romani ma anche controllare da vicino popolazioni di fresca sottomissione. L’attività dei coloni era appunto coltivare, ma era sufficiente che tornassero a Roma, per riprendere all’istante tutti i diritti del civis. Le “colonie” greche, invece, erano veri e propri trasferimenti, dalla madrepatria alla nuova città, del tutto autonoma ed indipendente dalla madrepatria. In greco si dice “apoikìa”, cioè allontanamento dalla patria. Dunque il vocabolo colonia non si adatta al sistema greco. Infatti, una volta partiti, non si era più cittadini della città di origine.


Le “colonie” greche, dunque, si ribellano al nuovo padrone, e la tensione sfocia nella distruzione di Mileto nel 499 a.C., malgrado l’aiuto ateniese. Frìnico, tragediografo ateniese, di cui abbiamo pochi frammenti, mise in scena la tragedia “La distruzione di Mileto”, gettando nella disperazione gli spettatori, al punto che fu proibito da allora in poi rappresentarla ancora. (Per gli effetti “internazionali” della rivolta ionica puoi rivedere il mio post intitolato ANNO 510.).
Dario I, dunque, re di Persia, soffocò nel sangue la rivolta greca. Ma quale importanza potevano avere per lui quelle città? Dal punto di vista pratico l’importanza era scarsa. Ma il modello di vita greco era visto con ostilità e sospetto dai persiani, un pessimo esempio ed una tentazione per gli altri sudditi dell’impero. Un po’ come per gli USA un regime comunista o socialista (Cuba, Cile di Allende) in un paese americano, o le primavere di Praga ed ungherese, o l’eurocomunismo agli occhi dei sovietici. Dario non ha digerito l’appoggio di Atene ai ribelli, e questo fatto tra l’altro è anche un’ottima scusa per provare ad allargarsi un altro po’ in occidente. E pensa alla guerra:

PRIMA GUERRA PERSIANA. Nel 490 a.C. circa 60 mila soldati si imbarcano, per aggredire Atene. Sbarcano in prossimità dell’isola di Eubea, sulla piana di Maratona. Atene, che evidentemente prevedeva questa mossa, ha mandato lì il suo esercito, forte di 10 mila uomini, più mille di Platea, città della Beozia. Il rapporto numerico è di uno a sei tra ateniesi e persiani. Ma, incredibile a dirsi!, gli ateniesi partono all’attacco, tra lo sconcerto dei nemici, che pensano che quelli siano pazzi. Sotto la spinta di Milziade, il generale, gli ateniesi sfondano al centro, e poi con manovra a tenaglia prendono in mezzo i nemici, e li mettono in fuga. Scappano i persiani sulle navi al largo, e Mardonio, capo persiano, dà ordine di fare rotta verso sud: se l’esercito di Atene è lì, chi difende la città? Allora la vuole prendere senza difesa. Ma Milziade vede la direzione delle navi, capisce l’intento, e dà ordine ai soldati di mettersi in assetto di marcia, e con un trasferimento quasi tutto di corsa, si affanna a giungere sulla costa ateniese, prima dell’arrivo delle navi. La manovra riesce, e, quando le navi persiane arrivano in vista del porto ateniese del Falero, vedono la fila dei militari ateniesi schierati ad aspettarli. Fanno allora inversione di rotta, e se ne tornano in patria. Quanto dista Maratona da Atene? 42 km  e qualche centinaio di metri: è esattamente la distanza che devono coprire coloro che gareggiano nella Maratona. La leggenda parla di un tale Filippide, che avrebbe fatto una corsa folle, per comunicare ad Atene la vittoria a Maratona. E sarebbe morto per lo sforzo. In realtà la corsa disperata l’ha fatta l’esercito intero. E felicemente. Morirono in 192, i loro corpi furono cremati, e i resti sepolti sotto il tumulo ancor oggi visitabile. Al tumulo fu aggiunto il seguente epigramma di Simonide di Ceo: « Gli Ateniesi, difensori degli Elleni, a Maratona distrussero le forze dei Medi, d'oro vestiti. ». Proclamavano gli ateniesi la loro superiorità culturale, e non ne facevano mistero, anzi si comportavano come tali.



 Dario non la prese proprio bene. Non che Atene e la Grecia fossero così importanti per lui, ma insomma, una bella lezione a ‘sti greci poteva essere un bell’ammaestramento per gli altri, tanto più che i greci definivano “barbari” (=quelli che quando parlano, dicono “bar, bar, bar”) i persiani, e non perdevano occasione per vantare la vittoria a Maratona. Perciò si diede a preparare una invasione in grande stile, con migliaia e migliaia di uomini e centinaia e centinaia di navi. Ma nel 485 morì, e gli successe sul trono il figlio Serse, che riprese il suo progetto.


SECONDA GUERRA PERSIANA. L’immensa armata doveva essere trasferita in Europa, attraversando Il Bosforo. A traghettarla, si sarebbe perduto un sacco di tempo. Fece allora costruire un ponte di barche, ed a cavallo attraversò il mare, e gli dèi gli avrebbero poi fatto pagare quest’atto di arroganza e tracotanza. Gli ateniesi si allarmarono, e Temistocle mandò incontro ai persiani la flotta, che riportò un primo successo al capo Artemisio. Atene, però, non era difendibile, e quindi si decise di abbandonarla, trasferendo gli abitanti sull’isola di Salamina. Ma occorreva tempo, ed allora Leonida ed i suoi trecento, insieme ad altre truppe, fu mandato a presidiare il passo delle Termopili, con l’ordine di resistere ad oltranza, fino alla morte. A più ondate i persiani provarono a passare, ma quelli, come esaltati dal pensiero della morte eroica, li respinsero sempre, evento memorabile già così com’è stato, e senza gli artifici del film 300. Alla fine i barbari passarono, e distrussero Atene ormai svuotata degli abitanti (la devastazione è la premessa per la sontuosa ricostruzione di Pericle - vedi il post Aspasia e Pericle). Si era intanto formata una coalizione greca (anche se non tutti ritenevano di dover combattere, e per varie ragioni), alla cui testa era Sparta, riconosciuta come la più forte in armi.  E gli spartani hanno un piano: fortificare il Peloponneso, e costringere i persiani ad una lotta di logoramento. Temistocle questo non lo vuole: una vittoria sotto la guida spartana lui la vedeva come una condanna per Atene ad un ruolo subalterno, e lui come ateniese non amava questa prospettiva. Medita di costringere tutti ad una battaglia navale, lì nelle strette acque di Salamina, nella quale la flotta ateniese sarebbe  determinante. Perciò, fingendosi amico del re (non sarebbe stato certo né l’unico né il primo tra i greci), mandò Sicinno, un suo fidato, a svelare al re i piani degli spartani: “Se tu, invece, li attacchi domani qui a Salamina, con un’unica battaglia risolvi il problema.”. Serse abbocca, e nottetempo blocca con la flotta il mare di Salamina. Ai greci non resta che combattere, ed è un trionfo. Le triremi ateniesi erano agili e veloci, i soldati lottavano per la loro patria, le navi persiane erano goffe e pesanti, ed il risultato fu un massacro di persiani: molti di loro non sapevano nuotare ed annegarono, e quelli che raggiunsero a nuoto Salamina, vennero subito uccisi. Serse, che s’era fatto sistemare il trono sulla terraferma per assistere al trionfo, di fronte alla disfatta si diede a precipitosa fuga, salvandosi per miracolo. L’esercito dei persiani dovette aspettare la stagione buona per tornare, ma fu intercettato in Beozia, nella piana di Platea, e sconfitto dagli spartani l’anno dopo (479), e così pure ciò che restava della flotta venne distrutto dagli ateniesi nel mare di Samo, nella zona ancora oggi chiamata Micale. Alla testa degli ateniesi c’era Santippo, il padre di Pericle. Nell’anno di Salamina (480) in Sicilia ci fu la battaglia di Imera, nella quale i siracusani sconfissero i cartaginesi. Serse, infatti, aveva sobillato i punici, che da secoli contendevano l’isola ai greci, perché  attaccassero ad occidente, mentre lui attaccava da oriente: i due settori greci non avrebbero potuto aiutarsi. Ma la sconfitta fu su entrambi i fronti. E Salamina fu la rampa di lancio per la potenza e la cultura ateniesi. I greci avevano percorso una strada del tutto originale, quella della democrazia, ed occorreva un’esperienza probante sull’efficacia del sistema. E la vittoria era la prova che la strada era giusta. Si legga e si rifletta su quanto afferma Eschilo nella sua tragedia  “I persiani” (una delle poche tragedie ispirate a fatti realmente storici). Siamo nella reggia di Sardi, il dramma è concluso, ma lì non ne sanno ancora nulla. Arriva la regina, che ha fatto un brutto sogno ed ora interpella i vecchi persiani, che compongono il coro, e chiede notizie su Atene, e, ragionando da persiana, vuol sapere il nome del capo dei vincitori di così grande armata. Ed il coro risponde: “Non usano frecce, ma aste e scudi; non hanno ricchezze, ma una fonte d’argento (=le miniere del Laurio, vedi post su Temistocle); chi è il grande condottiero dell’esercito?
          
               NESSUNO,    E DI NESSUN UOMO SI DICONO SCHIAVI, NE’ SOGGETTI


E COSI’ L’UOMO DELLA PROVVIDENZA E’ BELL’E SERVITO! Auguri a chi l’aspetta. La Storia non si ripete mai, ma i meccanismi che generano i fatti sono sempre quelli. Cosa si impara da questa vicenda? Che nei momenti difficili un popolo si rimbocca le maniche, mette da parte il “particulare”, e compatto e determinato persegue i suoi obiettivi. E la vittoria è un potente stimolo ad andare avanti, specie se prima pareva impossibile. “Siam pronti alla morte”, proclamavano nel Risorgimento gli ottimisti, che hanno fatto l’Italia. “Siam pronti alla vita”, fanno cantare ai bambini, e, se tanto mi dà tanto………………  A DOMENICA PROSSIMA, con Papirio Cursore e le guerre sannitiche.

sabato 2 maggio 2015



L U C R E Z I O

Nel secondo verso della sua opera (De rerum natura, cioè LA NATURA) Lucrezio si rivolge a Venere nutrice (ALMA VENUS), perché riporti la pace nell’impero romano, martoriato dalle guerre civili. La lotta politica a Roma si era radicalizzata, imboccando la strada della violenza, quando tribuni della plebe erano divenuti Tiberio Gracco prima, e poi suo fratello Caio, imparentati con gli Scipioni (Scipione l’Africano era il nonno della loro madre, Cornelia), ma malgrado ciò ostili allo strapotere dei patrizi. E tutto ciò inizia nel 140 a.C., e va avanti fino a Lucrezio ed anche dopo la sua morte, finché Ottaviano nel 31 a.C. sconfigge Antonio e Cleopatra, facendo richiudere le porte spalancate del tempio di Giano. Era uso tenerle aperte, se v’era in corso una qualche guerra per Roma, e da tempo immemorabile ormai erano aperte. Ottaviano Augusto amerà in modo particolare di essere considerato restaurator pacis, tanto che l’Ara Pacis è il  monumento celebrativo più amato da lui, e ne mena vanto anche nelle Res gestae, elenco delle sue imprese. Ma quale uomo non si sarebbe turbato positivamente davanti alla bellezza di Venere Callipigia (foto)?

L’opera di Lucrezio è una trattazione in versi della filosofia epicurea, di cui il poeta è entusiastico seguace e banditore. Si pensa di solito che gli ambiti della filosofia (ragione) e della poesia (sentimento) siano lontani e difficili da amalgamare. Lucrezio c’è riuscito. Cosa l’ha spinto? Due sono i fattori della sua decisione: a) l’entusiasmo per il maestro di vita, di nome Epicuro; b) la condizione di grave incertezza esistenziale in cui versano i romani, verso i quali un sentimento di pietà e misericordia lo spinge a poetare. Dopo un secolo di guerre “civili” i romani sono disorientati, sfiniti, come lo siamo oggi noi,  e hanno difficoltà a trovare una ragione di vita, una stella polare a cui riferirsi per andare avanti. E Lucrezio pensa che la filosofia epicurea. IN QUANTO DECISAMENTE RAZIONALE, sia proprio quello che ci vuole per la salvezza dei concittadini suoi. E lui prova ad illustrargliela, in versi, e poi spiegherò il perché della scelta.

L’obiettivo primario di Epicuro è di liberare gli esseri umani da due paure tremende, due macigni che appesantiscono ed a volte annichiliscono la vita dei mortali: a) la religione e la paura verso gli dèi; b) la paura della morte. Ma, per raggiungere il suo obiettivo, Epicuro deve costruire tutto un sistema filosofico, atto a dar conto di quanto succede nella nostra vita. Provo qui a cogliere alcuni elementi nodali dell’epicureismo, avvertendo che un post su FB inevitabilmente porta ad una esposizione per forza di cose compressa e non sistematica.

Epicuro parte da una prima proposizione: tutti gli esseri viventi sono spinti dalla natura a cercare il piacere ed a fuggire il dolore ed il turbamento che ne deriva. Quando dicevo questo in classe, mi guardavano con la faccia, che voleva dire: “E ci voleva Epicuro, per dire ciò?”. Allora domandavo cosa fosse per loro il piacere, e per converso il dolore. E qui si rendevano conto che la speculazione epicurea era partita da una banalità, se vogliamo, ma subito si impennava. Capivano che definire dolore e piacere è cosa tutt’altro che facile e condivisibile: masochisti e sadici hanno idee opposte. Epicuro non fa discendere la nostra realtà dal cielo (universale) alla terra (particolare, individuale), ma segue il processo inverso: individuazione dei dati reali, loro analisi, catalogazione, e poi salire a formulare idee generali. Il più diretto mediatore tra noi e la realtà sono i sensi: quindi la prima conoscenza è quella sensibile. I sensi, come dei sensori diremmo noi, intercettano gli stimoli, li elaborano, e poi li trasmettono ad una centrale (chiamatela mente, oppure anima: quello è, una centrale), che li sistema e li inquadra in un contesto più ampio. E di cosa sono fatti i sensi? Di atomi, dice Epicuro sulla scia di atomisti precedenti. Non si tratta dell’atomo della fisica moderna, ma della parte più piccola immaginabile di una materia. Anzi, tutto l’esistente è fatto di atomi, ed un flusso continuo di atomi è all’origine del creato. Durante il fluire, gli atomi si urtano, si incontrano, e forse si aggregano. A casaccio? No, chiarisce Lucrezio, perché gli atomi hanno la libertà di decidere se come e quando deviare nel fluire. Sommando la libertà di decidere connaturata ai singoli atomi, che compongono il nostro essere, viene fuori la libertà di scelta di ognuno di noi. Altrimenti tutto sarebbe casuale, e sarebbe difficile spiegare la libertà, a cui si lega la responsabilità.

Quest’aggregato di atomi, che compone gli esseri viventi, a cosa mira durante la vita? A cercare il piacere ed a fuggire il dolore. Ma cos’è il piacere? Sulla base dell’esperienza e dell’osservazione diretta, Epicuro sostiene che il massimo piacere c’è quando non si avverte il turbamento  causato dal mancato soddisfacimento dei bisogni. Soddisfare i bisogni E’ il piacere. E il dolore? È l’esatto contrario: non soddisfare i bisogni causa turbamento, ed il turbamento che non trova limite è la causa prima del dolore. E qual è il turbamento più grande? E’ la paura della morte. Ma – dice Epicuro – dato che noi siamo un aggregato di atomi, e, finché siamo aggregati c’è in noi la vita, se ne deduce che la morte è quella condizione che interviene, quando l’aggregato degli atomi si disgrega. Ma, se siamo disgregati, non siamo più in condizione di avvertire alcun dolore, nemmeno la morte,  perché per avvertire dobbiamo essere integri. Insomma, per dirla con un apparente gioco di parole, non è proprio il caso di avere paura della morte: infatti noi e lei non ci incontriamo mai, in quanto, se ci siamo noi, non c’è lei, e, quando c’è lei, noi non ci siamo più.

E l’anima? Anche l’anima è materiale, quindi anch’essa si disgrega con la disgregazione del nostro corpo. Con tanti saluti a tutte le chiacchiere sull’al di là. E, se l’al di là non esiste, non si capisce bene la funzione di tutto quell’apparato religioso, che all’al di là è legato. Plutone, Proserpina, Ade, Diana infernale, Caronte, Cerbero, l’Averno, le ombre? Favole per bambini: quando si muore, tutto finisce, gli atomi si disgregano e tornano nel grande fluire atomico, per ricombinarsi chissà come! Dunque una vita da saggio è una vita priva di turbamento. E, per giungere a tale condizione, è necessario studiare bene tutta la realtà, per scoprire così che le cose VERAMENTE importanti non sono poi tante. Mangiare, ad esempio, è un bisogno naturale e necessario, e soddisfarlo non richiede una grande fatica, che porta turbamento; mangiare cose prelibate, è naturale ma non necessario, anzi per procurarsele l’uomo può andare incontro a fatiche che turbano; mangiare cose prelibate in stoviglie preziose in un bel palazzo, non è né naturale né necessario, ed il suo procacciamento può essere fonte di gravi affanni e turbamenti. Ma è saggio, chi si dà una vita senza turbamenti, nella ATARASSIA, ed essere saggio non è uno sport, ma un modo per vivere come meglio non si può.

Anche gli dèi sono saggi, perché vivono – in una imprecisata regione degli inermundia -la perfetta ATARASSIA. Pregarli e venerarli è inutile: non si occupano degli uomini, intanto perché non ne sentono alcun bisogno, e poi per non rischiare la loro condizione di perfetta beatitudine. Per le medesime ragioni è inutile temerli. Allora templi, sacrifici, oracoli, sacerdoti, miti, altari, riti, feste, cerimonie, offerte, a cosa servono? Gli dèi vanno onorati – dice Epicuro – solo in quanto saggi e modelli da imitare. Ma non adorati né temuti. Figurarsi se discorsi del genere, e quelli sull’anima, potevano andare bene ai romani prima (la religione è uno dei tre pilastri della Società romana) , ed ai cristiani dopo.

ATARASSIA, cioè imperturbabilità. Ma anche la poesia provoca turbamento! Ma allora Lucrezio è in contraddizione!. Però ho appena detto che la dottrina epicurea era piuttosto ostica alla mentalità romana, per l’idea che Epicuro ha della religione, ed anche per il suo invito a vivere in separatezza, mentre per il romano tradizionale la RES PUBLICA è il massimo dei valori. E Lucrezio spiega che il ricorso da parte sua alla poesia lo rende simile al medico che deve propinare l’amara medicina ai bambini recalcitranti: cosparge di miele (la poesia per Lucrezio) intorno all’orlo del bicchiere, cosi che, ingannato dal dolce iniziale, il bambino mandi giù la medicina amara (la filosofia epicurea), e con ciò guarisca. E così pure l’invocazione a Venere al secondo verso: perché invocarla, se per Epicuro gli dèi non ascoltano? Ma non è la Venere olimpica, bensì la forza vitale insita nella natura. Si tenga poi presente che il De rerum natura è un poema epico, e nell’epica l’invocazione alla divinità è un fatto tradizionale e canonico. Straordinaria è poi la rapsodia sull’umanità antica e primitiva: nel mito antico gli uomini primitivi vivevano nell’età dell’oro, senza lavorare, perché la terra dava frutti spontanei in abbondanza. Ma poi la condizione umana è andata degenerando, e le età sono divenute dell’argento, del bronzo e del ferro. Per Lucrezio, invece, gli uomini primitivi non erano molto diversi dalle bestie, ed erano preda di quasi tutti gli animali, più forti e più veloci di loro. Ma iniziarono a manifestare qualcosa di diverso e di importante, quando imitando gli uccelli impararono la musica, e, ascoltando il vento trascorrere tra le canne, intuirono la fabbricazione di strumenti musicali. Era la scintilla dell’intelligenza! Insuperabile poi è la semplice dimostrazione del fatto che empio non è l’epicureismo, come i suoi detrattori (Cicerone in testa) proclamavano, ma la religione stessa. La povera Ifigenia, ad esempio, fu attirata in Aulide (Grecia del nord, donde la flotta non poteva partire per Troia, per l’ira di Diana causata da una sua cerva ammazzata, per la quale pretendeva un sacrificio umano, Ifigenia appunto!) con l’inganno delle nozze con Achille. Quando capì cosa le stesse capitando “AMMUTOLITA PER IL TERRORE PIEGANDOSI SULLE GINOCCHIA A TERRA STRAMAZZAVA. TANTI MALI HA INDOTTO A FARE LA RELIGIONE!”. E non conosceva le religioni monoteistiche, quelle del “libro”, istigatrici di guerre sante (?), di sterminio di eretici ed infedeli, nel nome della vera fede, ieri come oggi! Mica una filosofia atea o agnostica!

All’inizio del primo libro, dopo l’invocazione a Venere che fa da proemio generale, c’è la prima esaltazione di Epicuro: la vita umana – sintetizzo – era oppressa dal peso della religione, che si affacciava con orribile aspetto dal cielo, ma per primo un uomo greco ardì alzare gli occhi e fissarli su di lei, senza timore di fulmini o altro, con l’ambizione di abbattere i chiavistelli della natura. “ALLORA LA VIVIDA POTENZA DEL SUO ANIMO TRIONFO’, E SUPERO’ ALLA GRANDE LE FIAMMEGGIANTI MURA DELL’UNIVERSO (si credeva che fossero il confine finale), E TUTTA L’IMMENSITA’ INVESTIGO’ CON LA MENTE ED IL CUORE…”, e da questa scorribanda tornò a riferirci le leggi della natura, della fisica, della scienza. “PERCIO’ LA RELIGIONE MESSA A SUA VOLTA SOTTO I PIEDI VIENE CALPESTATA, E LA VITTORIA (= la conoscenza) CI RENDE PARI AGLI DEI”. Entusiasmo di un proselito convinto! Così finisce l’angoscia verso il potere degli dèi. Ma verso la morte? Verso la morte no: regolarmente chiama “mortales” gli uomini, come ad esorcizzare il pensiero della morte sicura.

Il poema è di sei libri, organizzati a due a due, ed ogni coppia termina con un quadro pauroso di dissoluzione. San Girolamo, autore di una sua biografia, ci dice che compose l’opera nelle pause della malattia. Quale? Egli parla degli effetti devastanti di un filtro amoroso, ma a me pare più plausibile l’ipotesi dell’epilessia, allora incontrollabile, chiamata “male sacro”.

Sentendosi prossimo a morire, prima di aver revisionato l’opera, dispose che il suo manoscritto fosse distrutto. Ma Cicerone – pensate un po -’ il nemico giurato dell’epicureismo, conquistato dalla bellezza dei versi, lo impedì e lo fece pubblicare così com’era dal suo amico Attico, ricco editore. Caduto l’impero romano, se ne perdettero le tracce, finché un nostro umanista, Poggio Bracciolini, nel 1417 lo ritrovò in una imprecisata biblioteca tedesca, e lo ridiffuse. E la sua lettura, con quel suo continuo appello all’uso della RATIO, della razionalità, è stata uno dei più potenti stimoli allo sviluppo delle scienze dall’umanesimo in poi, insieme con la riscoperta della scienza ellenistica e di quella araba, fino ai prodigi della scienza e della tecnica dei giorni nostri. Un robusto filo ci lega a

L  U  C  R  E  Z  I  O