sabato 27 dicembre 2014

TEMISTOCLE
                                   A cavallo tra la fine del VI secolo a.C. e l’inizio del V, nell’Attica meridionale, in una zona ancora oggi denominata LAVRIO, fu trovato un giacimento d’argento. Che festa ad Atene!!! Siamo ricchi!!! Si convoca l’ecclesìa come in greco si chiama l’assemblea, e si discute della ricchezza piovuta dal cielo all’improvviso. E gli ateniesi stanno per approvare una proposta, che prevede la coniazione di tante tante monete d’argento, da distribuire in parti esattamente uguali ad ogni singolo ateniese. Proposta equa e democratica, no? Chi anche tra noi avrebbe da obiettare? Dunque ci si accinge al voto, quando Temistocle prende la parola, perché lui non è d’accordo. Immaginarsi la stizza e la contrarietà di tanti, che ormai già quasi le toccavano le monete sonanti. Temistocle! Ma sei impazzito? come fai ad opporti ad una proposta così giusta? E lui spiega: le terre – UNICA FONTE PER LA NOSTRA VITA – sono nelle mani di pochi, e da questi andiamo a comprare ciò che ci occorre per vivere, noi e i nostri figli; da loro continueremo a comprare, e per un po’ faremo festa e staremo allegri, ma le dracme, per tante che possano essere, prima o poi finiranno. E vi domando, o ateniesi sciocchi: alla fine del giro non succederà forse che chi è oggi ricco (perché ha le terre), domani non lo sarà di più? mentre voi che eravate poveri, per un periodo starete bene, ma poi non tornerete poveri, anzi più poveri di prima, perché tutta la ricchezza derivata dall’argento confluirà in poche mani e la distanza tra ricchi e poveri sarà cresciuta? Non sarà forse così? Il ragionamento non faceva una piega, e gli ateniesi gli domandarono allora che cosa proponesse. E lui: diamo in appalto lo sfruttamento delle miniere a chi ha i mezzi per farlo, ma imponiamo come canone di affitto la costruzione di una nave per ogni talento (unità di misura del peso) d’argento estratto. Ad occhio e croce ne dovremmo estrarre 100 talenti, quindi Atene avrà 100 navi, che oggi non ha. I vantaggi per gli ateniesi? Serviranno boscaioli, falegnami, carpentieri, costruttori di funi e di vele, costruzione di vasi d’argilla per il trasporto di granaglie e liquidi (vino ed olio), e poi ci vorranno marinai e rematori, e strutture portuali, tutte da costruire ancora, insomma faremo nascere una realtà ed un’attività, quali oggi non ci sono .Lavoro e stipendi per tutti!  E poi il possesso delle navi da trasporto stimolerà la produzione di beni da commerciare, e nasceranno fabbriche. E chi farà tutto ciò? VOI, O ATENIESI CORTI DI CERVELLO! Ed avrete lavoro stipendiato voi, e poi i vostri figli e nipoti per anni ed anni . Pensate ancora che sarebbe meglio avere le monete d’argento e non tutto questo? Senza contare gli effetti politici e sociali, e la politica estera: Atene sarà una grande potenza, altro      che un sacchetto di monete!
Non erano poi così sciocchi gli ateniesi, e seguirono la sua proposta, ed allora per davvero nacque Atene, come siamo abituati a pensarla noi, fin dai banchi delle elementari.
 TEMISTOCLE E’ IL VERO PADRE DELLA GRANDE ATENE E DELLA DEMOCRAZIA .
Atene divenne una potenza marinara, ma ancora non ne era pienamente consapevole. Occorreva una prova, ma una prova veramente difficile, e gliela procurò Temistocle. Appoggiò la rivolta delle città greche di Asia Minore (la rivolta ionica) contro il re di Persia, e costui si attaccò a  questo pretesto, per cercare di allargare il suo regno verso occidente. Il re Dario mandò un corpo di spedizione in Grecia, che venne però sbaragliato dagli ateniesi nella leggendaria, ma storica, battaglia di Maratona (490 a.C.). Allora Dario meditò un’invasione, una sommersione in piena regola della Grecia, con Atene primo obiettivo. Ma nel 485 morì, e gli successe Serse, che riprese il progetto. Così nel 480 un’immensa armata parti dall’Asia, per fagocitare in un sol boccone la Grecia intera. E’ l’anno della strepitosa ed eroica impresa di Leonida alle Termopili, straordinaria già in sé e senza le fesserie di film come 300; della grandiosa vittoria navale di Atene a Salamina, nelle cui strette acque Temistocle – sempre lui! – riuscì ad organizzare un tranello in piena regola, ed i persiani abboccarono alla grande; e nel 479 a Platea gli spartani sbaragliarono le truppe di terra persiane, mentre nei pressi di Samo, nella zona chiamata Micale, gli ateniesi distrussero ciò che si era salvato a Salamina della poderosa flotta persiana. Cercavano un prova, gli ateniesi, della validità del loro sistema, quello democratico, ed il trionfo sulla Persia la diede!!!
                                   Temistocle, allora, ritenne ormai inadeguato il vecchio porto ateniese del Falero, e ne fece costruire uno nuovo, il Pireo, tuttora uno dei più importanti del Mediterraneo. Atene ormai è tutta proiettata sul mare, ed i grandi proprietari terrieri, gli aristocratici che prima del Lavrio comandavano indisturbati in città, dovettero mettersi sulla difensiva, di fronte alla nuova rampante classe sociale, alla ricchezza figlia non della terra ma del commercio, quella dei mercanti e del demos (=classe numerosa). Atene non si affaccia direttamente sul mare, perché sorge alcuni km all’interno. Temistocle, dunque, perché il mare fosse l’autentico punto di forza della città, fece costruire le lunghe mura, due muraglioni che scorrevano paralleli dal Pireo fino ad Atene, formando così un corridoio fortificato, che faceva sì che Atene ed il mare fossero organicamente collegati. Era inutile assediarla sulla terra ferma, perché le lunghe mura garantivano rifornimenti e sicurezza alla città. Quindi grazie a Temistocle Atene divenne Atene, un inevitabile crocevia per le merci, una fucina di pensiero, uno straordinario laboratorio per le arti, la patria della filosofia dell’eloquenza del teatro e della letteratura, e qualunque greco, ovunque nel mondo fosse nato, si sentiva attratto dalle prospettive di “carriera”, che Atene faceva balenare davanti agli occhi di tutti. Era la New York del tempo.  E la presenza di tutta l’intellighenzia greca in città fece crescere la cultura ateniese, facendola divenire la base, il sostrato della nostra civiltà, anche di noi, uomini del 2000: senza Atene, l’Atene di Temistocle, noi non ci saremmo o non saremmo così come siamo.
                                   Alcuni paesi sudamericani, quando il resto del mondo e l’Europa in particolare si massacrava nella seconda guerra mondiale, rifornirono di cibo, specialmente carne, i  paesi in guerra. Insomma avevano anche loro le miniere d’argento, ma gli mancò Temistocle. La guerra finì, l’Europa si risollevò, ed a quelli la carne restò invenduta. E sappiamo quali guai stanno passando ancora. Gli sceicchi, invece, qualche Temistocle ce l’hanno: sanno bene che i giacimenti di petrolio prima o poi si asciugheranno, e si stanno comprando attività produttive a migliaia, anche da noi (ad esempio Alitalia). Quando il petrolio finirà, avranno fatto tanti di quegli investimenti del loro argento, che domineranno l’economia mondiale. E noi? Noi andremo da loro con il cappello in mano, ad elemosinare un posticino di lavoro proprio in quelle aziende che erano nostre, e loro se le saranno comprate. Ma in fondo, che ce frega? Noi c’avemo er tabblet, ‘a TV a 80 pollici (più si ingrandisce il teleschermo e peggiori diventano i programmi), e er cellulare che fa pure il caffè, ‘a Roma e ‘a Lazzzie. Ma non saremo più capaci di capire l’italiano. Ci vorrebbe non un Temistocle, ma qualche migliaio, e meglio ancora che ognuno di noi provasse ad essere un po’ Temistocle. Ad esempio, non parcheggiando in seconda fila, tanto per iniziare. ALLA PROSSIMA E BUON ANNO A TUTTI.
BUON 2015!
Il pifferaio tragico

Contro la degenerazione del nostro vivere attuale. Nel WEB (ilmiolibro,it) o presso tutte le librerie Feltrinelli (indicare ilmiolibro.it)

sabato 20 dicembre 2014

il 25 dicembre

? 25 DICEMBRE 2014?
…….rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
……
sei nella terra fredda,
sei nella terra negra,
il sol non ti rallegra,
né ti risveglia amor.

Chi non conosce questi versi, che Carducci dedicò al figlio Dante, morto bambino? Sono alcuni versi di “Pianto antico”, un pianto antico come il mondo, ogni volta che un genitore accompagna al cimitero il feretro del figlio morto. E Carducci era un profondo conoscitore del mondo classico.

E coglie con squisita sensibilità, da poeta, uno dei dati più rilevanti della cultura antica, per la quale la vita è fruizione di luce sole calore colori, mentre la morte è la perdita di tutto ciò, è freddo, ombra, grigiore in tutto.

Nel “De rerum natura”, Lucrezio (I secolo a.C.), uno dei colossi dell’arte e della poesia di tutti i tempi e di tutte le latitudini, dice nel V libro dell’opera, là dove con potente immaginazione e senza l’aiuto degli effetti speciali ricostruisce la realtà dell’umana condizione dei primitivi:

(Gli uomini primitivi) pari ai cinghiali setolosi nude le membra affidavano alla terra, sorpresi dall’ora della notte, e si cospargevano di fronde e foglie, e senza panico alcuno non erravano per la campagna in cerca del giorno e del sole nell’ombra della notte, ma silenti attendevano e nel sonno sepolti, fino a che la rosea faccia del sole non riportava la luce nel cielo….

Avevano fin da piccoli appreso, per esperienza, l’alternarsi di luce e buio, di giorno e notte. Ma chissà quanto tempo sarà occorso, perché il tramonto del sole ed i mortali pericoli notturni non fossero considerati come definitivi, con la paura che la luce non tornasse più. Ed avevano osservato l’alternarsi delle stagioni, oltre la vicenda giorno/notte, ed avevano visto il giro del sole farsi sempre più basso, sempre più basso, fino a coincidere quasi con l’orizzonte, dal 21 giugno (solstizio d’estate) al 21 dicembre (solstizio d’inverno). E poi eccolo il sole che torna a crescere, a risalire sull’orizzonte, e farsi sempre più ampio e quindi più lungo il giro, e poi la natura, che era sembrata morta, tornare a rivivere, tonificata e stimolata dalla luce e dal calore solari.

Negli ultimi giorni di declino del sole a Roma si celebravano i saturnali, feste religiose e sociali, qualcosa di simile al nostro carnevale (semel in anno licet insanire: una volta all’anno è consentito fare i matti), ma la fine della festa coincideva con un’altra festa, quella del sol invictus, il sole invincibile, che va a coniugarsi con quello del dio Mitra: pareva che stesse per finire sotto l’orizzonte, ma invece no, tornava a crescere. Quando? Più o meno il 25 dicembre! Toh! Guarda! Questo a Roma. Ma mica solo a Roma: in Egitto il sommo degli dèi era RA, il sole, al quale si collegavano le vicende di Osiride e suo figlio Horus e sua moglie Iside: dèi che si nascondono (per tutto il periodo di riposo della terra, apparentemente morta), che muoiono addirittura, ma poi rinascono, come il sole ogni giorno, ma soprattutto ogni anno. E che dire di Tolmuzz e di Ashtar, divinità sumere e babilonesi? E della divinità solare presso gli amerindi precolombiani? E del greco Dioniso? Tutti dèi miti riti con duplice valenza: un dio che muore e resuscita, indica una possibilità una speranza: basta immedesimarsi in lui, con la vittima misticamente trasformata nel dio, sacrificata e consumata dai mortali, che così divengono partecipi del destino di morte e resurrezione del dio, garantendosi anch’essi come il dio una seconda vita; un dio che scompare e torna diviene la metafora della natura e delle sue vicende: l’autunno che si perde nell’inverno, pare tutto finito, e poi a primavera torna la vita, come nel mito torna il dio creduto morto. E gli uccelli, dice Lucrezio, con il loro frenetico affaccendarsi, sono i primi a suonare il segnale di primavera.

Il cristianesimo trionfante, dove lo ritenne conveniente,  si sovrappose ai culti pagani. Ecco allora che la nascita di Gesù la collocano proprio al 25 dicembre (ma gli studi più avanzati ipotizzano il mese di marzo), e l’anno della sua nascita a fare da spartiacque nella cronologia: avanti e dopo la nascita di Cristo. Ma non è così, e finora non è stato possibile dire una parola definitiva. Ci sono da mettere d’accordo tre dati fondamentalmente: il Vangelo dice che Gesù nacque quando in Galilea regnava Erode: ma questo re è morto il 4 a.C.: dice il falso o si sbaglia il Vangelo? Il secondo dato è quello del censimento, a causa del quale Giuseppe e Maria incinta vanno da Nazareth, dove vivevano, a Betlemme , luogo di origine di Giuseppe, perché così prescriveva il bando, che ognuno si facesse censire nel luogo di origine della famiglia del capofamiglia. Ma in quel tempo ci furono diversi censimenti , generali e locali, nessuno dei quali all’anno 1. A scombinare ulteriormente il quadro, la stella cometa, a causa della quale la sacra famiglia trovò tutti pieni gli alberghi, occupati da astronomi ed astrologi di tutto l’oriente, in quanto Betlemme era luogo ideale d’osservazione. E Giuseppe e Maria dovettero arrangiarsi nella stalla, che in latino si dice praeseps (recinto). Il censimento più probabile è da ritenersi quello del 6 d.C.

Altro potrei aggiungere, ma non voglio approfittare troppo della vostra pazienza. Un’avvertenza, però: lungi da me l’intenzione di trattare questi argomenti, per mettere in dubbio o addirittura negare i fondamenti della fede. Il mio è solo un discorso puramente storico, che nulla ha a che vedere con gli elementi della fede ed il diritto e la legittimità di credere da parte dei fedeli. Del resto, che Cristo sia nato il 25 dicembre di 2014 anni fa o il 16 aprile non penso che intacchi minimamente le fondamenta della fede cristiana.

A TUTTI VOI UN SINCERO E SENTITO AUGURIO DI BUONE FESTE, SPECIALMENTE SERENE, E CON UN PIZZICO DI OTTIMISMO PER IL FUTURO: PRIMA O POI HA DA PASSA’  ‘A  NUTTATA! E CHE CASPITA!!! E GRAZIE ANCORA PER GLI AUGURI.

Domenica prossima vi intratterrò sulla figura di Temistocle, buona per constatare ancora una volta che certi meccanismi politici tali erano e tali sono ancora. Dunque a sapere la storia si trae qualche vvantaggio e non da poco: date certe premesse, le conseguenze non possono che essere quelle che seguono nella storia, mutatis mutandis (cambiato ciò che c’è da cambiare). Cinquecento anni prima di Cristo, e 2014 anni dopo.

Chi vuole acquistare il mio capolavoro Il pifferaio tragico, deve recarsi da Feltrinelli e prenotarsi, specificando che fa parte della collana ilmiolibro.it










domenica 14 dicembre 2014

APPIO CLAUDIO CIECO



APPIO CLAUDIO CIECO
Padre della via Appia (e non solo: leggete, leggete……)
                                       
Appio Claudio, Figlio di Caio, Cieco , Censore Console due volte, Dittatore, Interré tre volte, Pretore due volte, Edile Curule due volte, Questore, Tribuno Militare tre volte, tolse molte città fortificate ai sanniti, sconfisse l’esercito di sabini ed etruschi, impedì la pace con il re Pirro, durante la censura fece costruire la via Appia, portò l’acqua a Roma, ed edificò il tempio di Bellona 
(CARRIERA POLITICA ISCRITTA SU UNA LASTRA DEDICATORIA)
350-271 avanti Cristo
Una carriera politica, come si vede da questa lastra celebrativa, di tutto rispetto. Benché importante, però, la carriera da lui percorsa non fu rara a Roma, non diversa da quelle di alcuni Scipioni, Metelli, Messalla, Giulii eccetera.  La sua collocazione nella storia romana è importante per altro. Intanto il soprannome, Cieco. Lo divenne in età avanzata (cataratte?), ma i suoi antagonisti politici divulgarono la voce che fosse stato accecato dagli dèi. Perché? Le versioni sono due su questo: lo castigarono, perché gli attribuivano l’intenzione di mescolare divinità greco-latine con divinità germano-galliche, e gli dèi mediterranei lo punirono per questo. La seconda versione, che appare più credibile (ma non si può escludere una sintesi tra le due), parla di accecamento per aver tradito la sua parte politica, il patriziato, a vantaggio della plebe. LA MACCHINA DEL FANGO NON L’ABBIAMO INVENTATA NOI! Rinnegato! Come? E perché? Le lotte dei plebei negli anni della prima fase repubblicana (dal 510 in poi) contro lo strapotere dei patrizi avevano portato ad una prima conquista: le leggi delle XII tavole. Molto dure, ma con un enorme pregio: erano scritte. Dunque venivano sottratte una buona volta all’arbitrio dei patrizi, che le raccontavano come pareva a loro comodo. Però le leggi scritte non bastano, perché le norme di procedura ed applicazione delle leggi sono rilevanti anch’esse del pari. Anche oggi vediamo che qualche delinquente è rilasciato per un vizio di forma. La procedura è una garanzia di giustizia, che rende più attendibile una condanna o un’assoluzione. Quindi non la si può trascurare. Dunque le leggi delle XII tavole, se erano un gran passo in avanti, non risolvevano il problema dei soprusi dei patrizi, unici a conoscere le norme di procedura. Ecco che Appio Claudio incaricò un suo liberto, Flavio, di fare la redazione scritta delle norme di procedura (definito come ius flavianum), con ciò togliendo un’arma micidiale dalle mani dei patrizi. Per questo sarebbe stato accecato. Questo per quanto riguarda il COME. Quanto al PERCHE’, la spiegazione è tutta politica. Appio aveva iniziato a percorrere la strada dello sviluppo economico della città, fondato non più sul possesso della terra (per lo più in mano ai patrizi, e per questo erano potenti nella città), ma sullo sviluppo dei commerci, come chiarirà qualche altra iniziativa del Nostro. Aveva quindi bisogno dell’appoggio e del sostegno delle masse: facendo scrivere le norme di procedura, sottraeva una parte del potere ai patrizi, mettendo i plebei nelle condizioni di richiedere e ottenere maggiore giustizia. Ma altro ancora fece. Fu il primo a costruire un acquedotto (Aqua Appia) per il rifornimento idrico della città, che fino ad allora si era servita del Tevere e dei pozzi, ormai inidonei a soddisfare le necessità di una città in forte crescita demografica. Fu il primo di una serie di 13 acquedotti, capaci di portare a Roma (e da lontano) una quantità d’acqua superiore a quella che arriva oggi (2014) nella capitale d’Italia. E l’ingegneria fu straordinaria, tra bacini di raccolta, tunnel, vasche di decantazione, sifoni inversi, e pendenza costante e ben calibrata: il tutto solo sulla scorta dell’osservazione e della LOGICA,   supportata ed alimentata da una lingua dalla logica ferrea, come nessuna altra lingua mai. E senza le nostre prodigiose macchine. La lapide ci dice poi che fece costruire la via Appia, che da lui prende il nome, e tante suggestioni evoca ancora oggi, se la si percorre (un’ottima scampagnata!). Le strade i romani le facevano con il criterio ed il progetto per una lunga durata, quindi sulla base di strutture ragionate e studiate perché durassero, e non come oggi, quando la manutenzione delle strade è fatta in modo tale da doverci rimettere le mani di continuo. E sono soldi! E cresce il PIL!  (ma è il gioco delle tre carte il nostro). Era il primo tratto di una via che portava a Brindisi, porto d’imbarco per Grecia ed oriente, e terminava a Capua. Ma una strada, impegnativa e costosa, non la costruisci su un territorio, se non lo ritieni definitivamente tuo. E per i romani, sia i pro che i contro Appio, ormai quelle terre erano romane in via definitiva, e la prima, ma non unica, destinazione d’uso era quella militare: una strada per i trasferimento rapido delle truppe da Roma. Sull’esempio dell’Appia, l’intero territorio dell’impero dai romani è stato dotato di uno straordinario reticolo viario. Poi in Italia venne Pirro dall’Epiro (Albania), con l’intenzione di costituire un regno in Magna Grecia. Era inevitabile quindi che si scontrasse con Roma, anche se non tutto il meridione era sotto Roma (mancavano Lucania, Puglia, Calabria). In quell’occasione i romani per la prima volta videro gli sconosciuti elefanti (li chiamarono buoi lucani), e furono sconfitti ad Ascoli Satriano ed Eraclea. Ma Pirro ci rimise molti uomini (le famose vittorie di Pirro!) e si convinse che con Roma non l’avrebbe spuntata. Cambiò allora disegno, e voleva conquistare la Sicilia. Ma, per coprirsi le spalle, doveva fare la pace con Roma. Mandò quindi degli ambasciatori a parlare con il senato romano. Appio Claudio, ormai vecchio e cieco, si fece accompagnare in senato, fece una potente orazione  (fonti antiche ce lo tramandano come oratore trascinante), che concluse più o meno così: “Se Pirro vuole la pace, esca prima dall’Italia! “. Dall’Italia? Non ha detto “dal territorio romano”, ma dall’Italia. Insomma questa uscita è rivelatrice di una convinzione che evidentemente girava a Roma, cioè che l’Italia (intesa come parte centro-meridionale, comprese Emilia Romagna, Marche, Umbria e Liguria), se non era tutta romana, era destino che lo diventasse. Chiara impostazione imperialistica.

Ma Appio si rivela come personaggio proteso  verso il cambiamento, a tutto danno dei patrizi tradizionalisti, anche nei rari frammenti a noi giunti della sua produzione scritta. Gli appartiene la sentenza “Quisque suae fortunae faber est.” Ognuno è artefice della propria sorte.  A noi sembra una cosa ovvia. Ma, se la collochiamo nel tempo, appare rivoluzionaria. In una città dominata da un formidabile senso di appartenenza e di collettività (non raramente i patrizi avevano costretto all’ubbidienza i plebei, con la scusa di guerre con i popoli confinanti, che essi stessi scatenavano ad hoc: nulla di nuovo sotto il sole!), uno che si alza e dice che OGNUNO, ogni singolo individuo è artefice della propria sorte, mette in dubbio quella granitica convinzione. Inoltre quell’ognuno sgancia il destino dei singoli individui dalla divinità, e per la classe dirigente romana la religione è sempre stata un potente collante per e con il popolo, ma anche strumento di dominio. Dunque un’affermazione rivoluzionaria, in linea con la cultura greca, di cui Appio era propugnatore, che esalta l’individuo, ed apre scenari politici nuovi, verso sviluppi che si affermeranno qualche tempo dopo , con le grandi personalità. Quanto rivela quell’ognuno!!!
La gens Claudia era migrata a Roma nel 504, sei anni dopo la cacciata di Tarquinio il superbo e degli etruschi da Roma, e la fondazione della Repubblica (ne parleremo un’altra volta): s’era portata appresso un  seguito di circa 7000 persone, ed aveva ricevuto un buon tratto di terreno a ridosso dell’Aniene. Da dove veniva Attus (Appius), il capostipite? Fonti antiche parlano di Regillo, nel territorio sabino, identificata con molti dubbi con Marcellina, presso Tivoli. I moderni lo fanno muovere da Caere (Cerveteri), anche perché la zona del lago di Bracciano è stata zona particolarmente cara ai Claudii: c’è l’antica via Clodia (=Claudia), e tutto nella toponomastica e nell’onomastica inclina a chiamarsi con questo nome (acqua Claudia, residenza Claudia, forum Clodii, centro principale del lago presso Anguillara nell’antichità……).

IL PIFFERAIO TRAGICO
Siamo tutti convinti che si deve cambiare. OK! Ma abbiamo chiaro cos’è che non va? Solo gli occhi non orientati dall’abitudine possono vedere ciò che ai più sfugge, e cogliere i nodi da sciogliere. Mettete una rana in una pentola d’acqua fredda, e poi accendete un fuoco bassissimo: la temperatura crescerà molto lentamente, tanto che la rana si adatterà mano mano, distratta come sarà anche dalla TV costantemente accesa. Quando percepirà il pericolo, sarà forse tardi. Così uno che torna da noi dopo anni di assenza, nota ciò che agli altri sfugge, perché vi si sono abituati. Il racconto oscilla tra viaggi nella memoria, individuale e collettiva, osservazione del reale, e proiezioni sul futuro. Sì perché il tutto si conclude con una proposta, un’ipotesi di salvezza……

Il pifferaio tragico, di Fulvio Marino. E’ in catalogo (codice ISBN 9 888 910 85 160) presso Feltrinelli (in libreria specificare che si tratta di un lavoro reperibile in “ ilmiolibro.it”); o acquistabile in feltrinelli.it, oppure in ilmiolibro.it     Un dono per il nuovo anno

domenica 7 dicembre 2014

Homo sum, humani nihil a me alienum puto
Tranquilli, non è difficile: “Sono un essere umano, e sono convinto che mi riguarda tutto ciò che càpita ad ogni singolo essere umano.”.

L’ha scritto Terenzio, commediografo latino vissuto circa 150 anni prima di Cristo (la commedia si intitola “Eautontimorùmenos”, termine greco, che vuol dire “punitore di se stesso”). E’ una della miriade di massime latine (e greche), che fanno dei nostri antenati gli artefici del nostro modo di essere. Il potere – economico e politico, (questo servo di quello) – vuole farci dimenticare questa nostra nobile discendenza, proteso com’è alla creazione da incubo dell’homo oeconomicus, l’individuo ad una sola dimensione, quella del produttore/consumatore, devoto e adoratore pagano del vitello d’oro 2014, il PIL. LA CIVILTA’CLASSICA E’ IL SUO PRINCIPALE NEMICO. Nella massima di Terenzio c’è l’espressione della latina humanitas, a sua volta figlia della greca filantropia. La filantropia indica un atteggiamento di premura e di attenzione verso il nostro prossimo, una delicatezza di sentimenti e di modi, una simpatia verso tutti i nostri simili, educata e spontanea nello stesso tempo, che porta a vedere negli altri uomini i nostri compagni di viaggio. I latini vanno un po’ oltre, e proclamano ciò che è valido ancora oggi, ancor di più oggi, nel nostro mondo che s’è ristretto: dobbiamo scegliere tra solidarietà e competitività estrema. E i latini dicono solidarietà.

Riportata al giorno d’oggi, la massima di Terenzio dice: i sette miliardi di individui (per non parlare di animali piante acque….) formano un unico corpo, composto da sette miliardi di cellule, distinte l’una dall’altra, inutili se isolate, organiche se collegate. Non può la testa disinteressarsi dell’infezione che tormenta l’alluce del piede, se non per altro, almeno per gretto calcolo utilitaristico. Non curata, infatti, l’infezione si diffonderà, e, quando la testa finalmente se ne occuperà, potrebbe già essere tardi. In altri termini nessuno può ignorare la morte del negretto minatore, vittima della frana nella miniera del Congo, in cui scavava per estrarre i diamanti, che faranno ricchi gli altri non lui, il cobalto, l’uranio che faranno ricchi gli altri non lui, ed il coltan, minerale indispensabile per il funzionamento dei nostri cellulari tablet PC et similia, che grondano sangue di nostri simili ed hanno ridotto gli italiani allo stadio di bambinoni, dalla crescita bloccata in una fase preadolescenziale senza fine e da manicomio collettivo. Per accaparrarseli, sono capaci di passare in fila la notte davanti al negozio!!! E si guardano in cagnesco l’un l’altro, come verso pericolosi concorrenti per una conquista decisiva per la vita! E mi riguarda, dice Terenzio, la persona o anche solo l’immagine femminile degradata a genere di consumo, ma anche quella maschile, la prepotenza dei potenti, e l’offensiva pensione della canonica vecchietta (4 pensioni su 10 sotto i mille €), specie se paragonata ai vergognosi compensi e guadagni, sia nel pubblico che nel privato (10 famiglie su 100 detengono il 50% della ricchezza del Paese, le altre 90 si litigano il rimanente 50%). E la disoccupazione, e la sottocupazione, ed il ricatto del padrone, ed il suicidio per Equitalia, e l’esodato ridotto alla disperazione, ed il precario con i capelli bianchi, e gli schiavi in campagna, ed i pubblici amministratori che oltraggiano la propria dignità con volgari grassazioni……


C’è un progetto di riforma della scuola, anche in Italia, che espelle Terenzio e tutto il resto dallo studio dei giovani: è il nuovo che avanza! Ma è stravecchio tutto ciò, perché mira a portare l’orologio indietro, a quando la Cultura, quella con la maiuscola, era roba per pochi, e li dotava degli strumenti del comando (anni cinquanta), per salvare il privilegio. Siamo come quell’albero fiero e vanitoso per la sua chioma, che è visibile a tutti e da tutti è ammirata, ma ignora (o finge di ignorare) che sono le radici a tenerlo ben ancorato al suolo e a dargli linfa e nutrimento, e quindi anche la sua chioma frondosa dipende da quelle. Uno slogan: CONTRO L’UOMO AD UNA SOLA DIMENSIONE, PER LA QUALITA’ DELLA TUA VITA, PER LA DIFESA ED IL POTENZIAMENTO DELLA DEMOCRAZIA, NUTRI IL TUO SPIRITO CON LA CULTURA DELL’HUMANITAS (lettere, antiche e moderne, filosofia, arte, musica, scienze naturali, matematica….).


IL PIFFERAIO TRAGICO
Siamo tutti convinti che si deve cambiare. OK! Ma abbiamo chiaro cos’è che non va? Solo gli occhi non orientati dall’abitudine possono vedere ciò che ai più sfugge, e cogliere i nodi da sciogliere. Mettete una rana in una pentola d’acqua fredda, e poi accendete un fuoco bassissimo: la temperatura crescerà molto lentamente, tanto che la rana si adatterà mano mano, distratta come sarà anche dalla TV costantemente accesa. Quando percepirà il pericolo, sarà forse tardi. Così uno che torna da noi dopo anni di assenza, nota ciò che agli altri sfugge, perché vi si sono abituati. Il racconto oscilla tra viaggi nella memoria, individuale e collettiva, osservazione del reale, e proiezioni sul futuro. Sì perché il tutto si conclude con una proposta, un’ipotesi di salvezza……
Il pifferaio tragico, di Fulvio Marino. E’ in catalogo (codice ISBN 9 888 910 85 160) presso Feltrinelli (in libreria specificare che si tratta di un lavoro reperibile in “ ilmiolibro.it”); o acquistabile in feltrinelli.it