L U C R E Z I O
Nel secondo verso della
sua opera (De rerum natura, cioè LA NATURA) Lucrezio si rivolge a Venere
nutrice (ALMA VENUS), perché riporti la pace nell’impero romano, martoriato
dalle guerre civili. La lotta politica a Roma si era radicalizzata, imboccando
la strada della violenza, quando tribuni della plebe erano divenuti Tiberio
Gracco prima, e poi suo fratello Caio, imparentati con gli Scipioni (Scipione
l’Africano era il nonno della loro madre, Cornelia), ma malgrado ciò ostili allo
strapotere dei patrizi. E tutto ciò inizia nel 140 a.C., e va avanti fino a
Lucrezio ed anche dopo la sua morte, finché Ottaviano nel 31 a.C. sconfigge
Antonio e Cleopatra, facendo richiudere le porte spalancate del tempio di
Giano. Era uso tenerle aperte, se v’era in corso una qualche guerra per Roma, e
da tempo immemorabile ormai erano aperte. Ottaviano Augusto amerà in modo particolare
di essere considerato restaurator pacis, tanto che l’Ara Pacis è il monumento celebrativo più amato da lui, e ne mena
vanto anche nelle Res gestae, elenco delle sue imprese. Ma quale uomo non si
sarebbe turbato positivamente davanti alla bellezza di Venere Callipigia
(foto)?
L’opera di Lucrezio è
una trattazione in versi della filosofia epicurea, di cui il poeta è entusiastico
seguace e banditore. Si pensa di solito che gli ambiti della filosofia
(ragione) e della poesia (sentimento) siano lontani e difficili da amalgamare.
Lucrezio c’è riuscito. Cosa l’ha spinto? Due sono i fattori della sua
decisione: a) l’entusiasmo per il maestro di vita, di nome Epicuro; b) la
condizione di grave incertezza esistenziale in cui versano i romani, verso i
quali un sentimento di pietà e misericordia lo spinge a poetare. Dopo un secolo
di guerre “civili” i romani sono disorientati, sfiniti, come lo siamo oggi noi,
e hanno difficoltà a trovare una ragione
di vita, una stella polare a cui riferirsi per andare avanti. E Lucrezio pensa
che la filosofia epicurea. IN QUANTO DECISAMENTE RAZIONALE, sia proprio quello
che ci vuole per la salvezza dei concittadini suoi. E lui prova ad
illustrargliela, in versi, e poi spiegherò il perché della scelta.
L’obiettivo primario di
Epicuro è di liberare gli esseri umani da due paure tremende, due macigni che
appesantiscono ed a volte annichiliscono la vita dei mortali: a) la religione e
la paura verso gli dèi; b) la paura della morte. Ma, per raggiungere il suo
obiettivo, Epicuro deve costruire tutto un sistema filosofico, atto a dar conto
di quanto succede nella nostra vita. Provo qui a cogliere alcuni elementi
nodali dell’epicureismo, avvertendo che un post su FB inevitabilmente porta ad
una esposizione per forza di cose compressa e non sistematica.
Epicuro parte da una
prima proposizione: tutti gli esseri viventi sono spinti dalla natura a cercare
il piacere ed a fuggire il dolore ed il turbamento che ne deriva. Quando dicevo
questo in classe, mi guardavano con la faccia, che voleva dire: “E ci voleva
Epicuro, per dire ciò?”. Allora domandavo cosa fosse per loro il piacere, e per
converso il dolore. E qui si rendevano conto che la speculazione epicurea era
partita da una banalità, se vogliamo, ma subito si impennava. Capivano che
definire dolore e piacere è cosa tutt’altro che facile e condivisibile: masochisti
e sadici hanno idee opposte. Epicuro non fa discendere la nostra realtà dal
cielo (universale) alla terra (particolare, individuale), ma segue il processo
inverso: individuazione dei dati reali, loro analisi, catalogazione, e poi
salire a formulare idee generali. Il più diretto mediatore tra noi e la realtà
sono i sensi: quindi la prima conoscenza è quella sensibile. I sensi, come dei
sensori diremmo noi, intercettano gli stimoli, li elaborano, e poi li
trasmettono ad una centrale (chiamatela mente, oppure anima: quello è, una
centrale), che li sistema e li inquadra in un contesto più ampio. E di cosa
sono fatti i sensi? Di atomi, dice Epicuro sulla scia di atomisti precedenti.
Non si tratta dell’atomo della fisica moderna, ma della parte più piccola
immaginabile di una materia. Anzi, tutto l’esistente è fatto di atomi, ed un
flusso continuo di atomi è all’origine del creato. Durante il fluire, gli atomi
si urtano, si incontrano, e forse si aggregano. A casaccio? No, chiarisce
Lucrezio, perché gli atomi hanno la libertà di decidere se come e quando deviare
nel fluire. Sommando la libertà di decidere connaturata ai singoli atomi, che
compongono il nostro essere, viene fuori la libertà di scelta di ognuno di noi.
Altrimenti tutto sarebbe casuale, e sarebbe difficile spiegare la libertà, a
cui si lega la responsabilità.
Quest’aggregato di
atomi, che compone gli esseri viventi, a cosa mira durante la vita? A cercare
il piacere ed a fuggire il dolore. Ma cos’è il piacere? Sulla base
dell’esperienza e dell’osservazione diretta, Epicuro sostiene che il massimo
piacere c’è quando non si avverte il turbamento
causato dal mancato soddisfacimento dei bisogni. Soddisfare i bisogni E’
il piacere. E il dolore? È l’esatto contrario: non soddisfare i bisogni causa
turbamento, ed il turbamento che non trova limite è la causa prima del dolore. E
qual è il turbamento più grande? E’ la paura della morte. Ma – dice Epicuro –
dato che noi siamo un aggregato di atomi, e, finché siamo aggregati c’è in noi
la vita, se ne deduce che la morte è quella condizione che interviene, quando
l’aggregato degli atomi si disgrega. Ma, se siamo disgregati, non siamo più in
condizione di avvertire alcun dolore, nemmeno la morte, perché per avvertire dobbiamo essere integri.
Insomma, per dirla con un apparente gioco di parole, non è proprio il caso di
avere paura della morte: infatti noi e lei non ci incontriamo mai, in quanto,
se ci siamo noi, non c’è lei, e, quando c’è lei, noi non ci siamo più.
E l’anima? Anche
l’anima è materiale, quindi anch’essa si disgrega con la disgregazione del
nostro corpo. Con tanti saluti a tutte le chiacchiere sull’al di là. E, se l’al
di là non esiste, non si capisce bene la funzione di tutto quell’apparato
religioso, che all’al di là è legato. Plutone, Proserpina, Ade, Diana
infernale, Caronte, Cerbero, l’Averno, le ombre? Favole per bambini: quando si
muore, tutto finisce, gli atomi si disgregano e tornano nel grande fluire
atomico, per ricombinarsi chissà come! Dunque una vita da saggio è una vita
priva di turbamento. E, per giungere a tale condizione, è necessario studiare
bene tutta la realtà, per scoprire così che le cose VERAMENTE importanti non
sono poi tante. Mangiare, ad esempio, è un bisogno naturale e necessario, e
soddisfarlo non richiede una grande fatica, che porta turbamento; mangiare cose
prelibate, è naturale ma non necessario, anzi per procurarsele l’uomo può
andare incontro a fatiche che turbano; mangiare cose prelibate in stoviglie
preziose in un bel palazzo, non è né naturale né necessario, ed il suo
procacciamento può essere fonte di gravi affanni e turbamenti. Ma è saggio, chi
si dà una vita senza turbamenti, nella ATARASSIA, ed essere saggio non è uno
sport, ma un modo per vivere come meglio non si può.
Anche gli dèi sono
saggi, perché vivono – in una imprecisata regione degli inermundia -la perfetta
ATARASSIA. Pregarli e venerarli è inutile: non si occupano degli uomini,
intanto perché non ne sentono alcun bisogno, e poi per non rischiare la loro
condizione di perfetta beatitudine. Per le medesime ragioni è inutile temerli.
Allora templi, sacrifici, oracoli, sacerdoti, miti, altari, riti, feste,
cerimonie, offerte, a cosa servono? Gli dèi vanno onorati – dice Epicuro – solo
in quanto saggi e modelli da imitare. Ma non adorati né temuti. Figurarsi se
discorsi del genere, e quelli sull’anima, potevano andare bene ai romani prima
(la religione è uno dei tre pilastri della Società romana) , ed ai cristiani
dopo.
ATARASSIA, cioè
imperturbabilità. Ma anche la poesia provoca turbamento! Ma allora Lucrezio è
in contraddizione!. Però ho appena detto che la dottrina epicurea era piuttosto
ostica alla mentalità romana, per l’idea che Epicuro ha della religione, ed
anche per il suo invito a vivere in separatezza, mentre per il romano
tradizionale la RES PUBLICA è il massimo dei valori. E Lucrezio spiega che il
ricorso da parte sua alla poesia lo rende simile al medico che deve propinare
l’amara medicina ai bambini recalcitranti: cosparge di miele (la poesia per
Lucrezio) intorno all’orlo del bicchiere, cosi che, ingannato dal dolce
iniziale, il bambino mandi giù la medicina amara (la filosofia epicurea), e con
ciò guarisca. E così pure l’invocazione a Venere al secondo verso: perché
invocarla, se per Epicuro gli dèi non ascoltano? Ma non è la Venere olimpica,
bensì la forza vitale insita nella natura. Si tenga poi presente che il De
rerum natura è un poema epico, e nell’epica l’invocazione alla divinità è un
fatto tradizionale e canonico. Straordinaria è poi la rapsodia sull’umanità
antica e primitiva: nel mito antico gli uomini primitivi vivevano nell’età
dell’oro, senza lavorare, perché la terra dava frutti spontanei in abbondanza.
Ma poi la condizione umana è andata degenerando, e le età sono divenute
dell’argento, del bronzo e del ferro. Per Lucrezio, invece, gli uomini
primitivi non erano molto diversi dalle bestie, ed erano preda di quasi tutti
gli animali, più forti e più veloci di loro. Ma iniziarono a manifestare
qualcosa di diverso e di importante, quando imitando gli uccelli impararono la
musica, e, ascoltando il vento trascorrere tra le canne, intuirono la
fabbricazione di strumenti musicali. Era la scintilla dell’intelligenza!
Insuperabile poi è la semplice dimostrazione del fatto che empio non è
l’epicureismo, come i suoi detrattori (Cicerone in testa) proclamavano, ma la
religione stessa. La povera Ifigenia, ad esempio, fu attirata in Aulide (Grecia
del nord, donde la flotta non poteva partire per Troia, per l’ira di Diana
causata da una sua cerva ammazzata, per la quale pretendeva un sacrificio
umano, Ifigenia appunto!) con l’inganno delle nozze con Achille. Quando capì
cosa le stesse capitando “AMMUTOLITA PER IL TERRORE PIEGANDOSI SULLE GINOCCHIA
A TERRA STRAMAZZAVA. TANTI MALI HA INDOTTO A FARE LA RELIGIONE!”. E non
conosceva le religioni monoteistiche, quelle del “libro”, istigatrici di guerre
sante (?), di sterminio di eretici ed infedeli, nel nome della vera fede, ieri
come oggi! Mica una filosofia atea o agnostica!
All’inizio del primo
libro, dopo l’invocazione a Venere che fa da proemio generale, c’è la prima
esaltazione di Epicuro: la vita umana – sintetizzo – era oppressa dal peso
della religione, che si affacciava con orribile aspetto dal cielo, ma per primo
un uomo greco ardì alzare gli occhi e fissarli su di lei, senza timore di
fulmini o altro, con l’ambizione di abbattere i chiavistelli della natura. “ALLORA
LA VIVIDA POTENZA DEL SUO ANIMO TRIONFO’, E SUPERO’ ALLA GRANDE LE
FIAMMEGGIANTI MURA DELL’UNIVERSO (si credeva che fossero il confine finale), E
TUTTA L’IMMENSITA’ INVESTIGO’ CON LA MENTE ED IL CUORE…”, e da questa
scorribanda tornò a riferirci le leggi della natura, della fisica, della
scienza. “PERCIO’ LA RELIGIONE MESSA A SUA VOLTA SOTTO I PIEDI VIENE
CALPESTATA, E LA VITTORIA (= la conoscenza) CI RENDE PARI AGLI DEI”. Entusiasmo
di un proselito convinto! Così finisce l’angoscia verso il potere degli dèi. Ma
verso la morte? Verso la morte no: regolarmente chiama “mortales” gli uomini,
come ad esorcizzare il pensiero della morte sicura.
Il poema è di sei libri,
organizzati a due a due, ed ogni coppia termina con un quadro pauroso di
dissoluzione. San Girolamo, autore di una sua biografia, ci dice che compose l’opera
nelle pause della malattia. Quale? Egli parla degli effetti devastanti di un
filtro amoroso, ma a me pare più plausibile l’ipotesi dell’epilessia, allora
incontrollabile, chiamata “male sacro”.
Sentendosi prossimo a
morire, prima di aver revisionato l’opera, dispose che il suo manoscritto fosse
distrutto. Ma Cicerone – pensate un po -’ il nemico giurato dell’epicureismo,
conquistato dalla bellezza dei versi, lo impedì e lo fece pubblicare così com’era
dal suo amico Attico, ricco editore. Caduto l’impero romano, se ne perdettero
le tracce, finché un nostro umanista, Poggio Bracciolini, nel 1417 lo ritrovò
in una imprecisata biblioteca tedesca, e lo ridiffuse. E la sua lettura, con
quel suo continuo appello all’uso della RATIO, della razionalità, è stata uno
dei più potenti stimoli allo sviluppo delle scienze dall’umanesimo in poi,
insieme con la riscoperta della scienza ellenistica e di quella araba, fino ai
prodigi della scienza e della tecnica dei giorni nostri. Un robusto filo ci
lega a
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