sabato 2 maggio 2015



L U C R E Z I O

Nel secondo verso della sua opera (De rerum natura, cioè LA NATURA) Lucrezio si rivolge a Venere nutrice (ALMA VENUS), perché riporti la pace nell’impero romano, martoriato dalle guerre civili. La lotta politica a Roma si era radicalizzata, imboccando la strada della violenza, quando tribuni della plebe erano divenuti Tiberio Gracco prima, e poi suo fratello Caio, imparentati con gli Scipioni (Scipione l’Africano era il nonno della loro madre, Cornelia), ma malgrado ciò ostili allo strapotere dei patrizi. E tutto ciò inizia nel 140 a.C., e va avanti fino a Lucrezio ed anche dopo la sua morte, finché Ottaviano nel 31 a.C. sconfigge Antonio e Cleopatra, facendo richiudere le porte spalancate del tempio di Giano. Era uso tenerle aperte, se v’era in corso una qualche guerra per Roma, e da tempo immemorabile ormai erano aperte. Ottaviano Augusto amerà in modo particolare di essere considerato restaurator pacis, tanto che l’Ara Pacis è il  monumento celebrativo più amato da lui, e ne mena vanto anche nelle Res gestae, elenco delle sue imprese. Ma quale uomo non si sarebbe turbato positivamente davanti alla bellezza di Venere Callipigia (foto)?

L’opera di Lucrezio è una trattazione in versi della filosofia epicurea, di cui il poeta è entusiastico seguace e banditore. Si pensa di solito che gli ambiti della filosofia (ragione) e della poesia (sentimento) siano lontani e difficili da amalgamare. Lucrezio c’è riuscito. Cosa l’ha spinto? Due sono i fattori della sua decisione: a) l’entusiasmo per il maestro di vita, di nome Epicuro; b) la condizione di grave incertezza esistenziale in cui versano i romani, verso i quali un sentimento di pietà e misericordia lo spinge a poetare. Dopo un secolo di guerre “civili” i romani sono disorientati, sfiniti, come lo siamo oggi noi,  e hanno difficoltà a trovare una ragione di vita, una stella polare a cui riferirsi per andare avanti. E Lucrezio pensa che la filosofia epicurea. IN QUANTO DECISAMENTE RAZIONALE, sia proprio quello che ci vuole per la salvezza dei concittadini suoi. E lui prova ad illustrargliela, in versi, e poi spiegherò il perché della scelta.

L’obiettivo primario di Epicuro è di liberare gli esseri umani da due paure tremende, due macigni che appesantiscono ed a volte annichiliscono la vita dei mortali: a) la religione e la paura verso gli dèi; b) la paura della morte. Ma, per raggiungere il suo obiettivo, Epicuro deve costruire tutto un sistema filosofico, atto a dar conto di quanto succede nella nostra vita. Provo qui a cogliere alcuni elementi nodali dell’epicureismo, avvertendo che un post su FB inevitabilmente porta ad una esposizione per forza di cose compressa e non sistematica.

Epicuro parte da una prima proposizione: tutti gli esseri viventi sono spinti dalla natura a cercare il piacere ed a fuggire il dolore ed il turbamento che ne deriva. Quando dicevo questo in classe, mi guardavano con la faccia, che voleva dire: “E ci voleva Epicuro, per dire ciò?”. Allora domandavo cosa fosse per loro il piacere, e per converso il dolore. E qui si rendevano conto che la speculazione epicurea era partita da una banalità, se vogliamo, ma subito si impennava. Capivano che definire dolore e piacere è cosa tutt’altro che facile e condivisibile: masochisti e sadici hanno idee opposte. Epicuro non fa discendere la nostra realtà dal cielo (universale) alla terra (particolare, individuale), ma segue il processo inverso: individuazione dei dati reali, loro analisi, catalogazione, e poi salire a formulare idee generali. Il più diretto mediatore tra noi e la realtà sono i sensi: quindi la prima conoscenza è quella sensibile. I sensi, come dei sensori diremmo noi, intercettano gli stimoli, li elaborano, e poi li trasmettono ad una centrale (chiamatela mente, oppure anima: quello è, una centrale), che li sistema e li inquadra in un contesto più ampio. E di cosa sono fatti i sensi? Di atomi, dice Epicuro sulla scia di atomisti precedenti. Non si tratta dell’atomo della fisica moderna, ma della parte più piccola immaginabile di una materia. Anzi, tutto l’esistente è fatto di atomi, ed un flusso continuo di atomi è all’origine del creato. Durante il fluire, gli atomi si urtano, si incontrano, e forse si aggregano. A casaccio? No, chiarisce Lucrezio, perché gli atomi hanno la libertà di decidere se come e quando deviare nel fluire. Sommando la libertà di decidere connaturata ai singoli atomi, che compongono il nostro essere, viene fuori la libertà di scelta di ognuno di noi. Altrimenti tutto sarebbe casuale, e sarebbe difficile spiegare la libertà, a cui si lega la responsabilità.

Quest’aggregato di atomi, che compone gli esseri viventi, a cosa mira durante la vita? A cercare il piacere ed a fuggire il dolore. Ma cos’è il piacere? Sulla base dell’esperienza e dell’osservazione diretta, Epicuro sostiene che il massimo piacere c’è quando non si avverte il turbamento  causato dal mancato soddisfacimento dei bisogni. Soddisfare i bisogni E’ il piacere. E il dolore? È l’esatto contrario: non soddisfare i bisogni causa turbamento, ed il turbamento che non trova limite è la causa prima del dolore. E qual è il turbamento più grande? E’ la paura della morte. Ma – dice Epicuro – dato che noi siamo un aggregato di atomi, e, finché siamo aggregati c’è in noi la vita, se ne deduce che la morte è quella condizione che interviene, quando l’aggregato degli atomi si disgrega. Ma, se siamo disgregati, non siamo più in condizione di avvertire alcun dolore, nemmeno la morte,  perché per avvertire dobbiamo essere integri. Insomma, per dirla con un apparente gioco di parole, non è proprio il caso di avere paura della morte: infatti noi e lei non ci incontriamo mai, in quanto, se ci siamo noi, non c’è lei, e, quando c’è lei, noi non ci siamo più.

E l’anima? Anche l’anima è materiale, quindi anch’essa si disgrega con la disgregazione del nostro corpo. Con tanti saluti a tutte le chiacchiere sull’al di là. E, se l’al di là non esiste, non si capisce bene la funzione di tutto quell’apparato religioso, che all’al di là è legato. Plutone, Proserpina, Ade, Diana infernale, Caronte, Cerbero, l’Averno, le ombre? Favole per bambini: quando si muore, tutto finisce, gli atomi si disgregano e tornano nel grande fluire atomico, per ricombinarsi chissà come! Dunque una vita da saggio è una vita priva di turbamento. E, per giungere a tale condizione, è necessario studiare bene tutta la realtà, per scoprire così che le cose VERAMENTE importanti non sono poi tante. Mangiare, ad esempio, è un bisogno naturale e necessario, e soddisfarlo non richiede una grande fatica, che porta turbamento; mangiare cose prelibate, è naturale ma non necessario, anzi per procurarsele l’uomo può andare incontro a fatiche che turbano; mangiare cose prelibate in stoviglie preziose in un bel palazzo, non è né naturale né necessario, ed il suo procacciamento può essere fonte di gravi affanni e turbamenti. Ma è saggio, chi si dà una vita senza turbamenti, nella ATARASSIA, ed essere saggio non è uno sport, ma un modo per vivere come meglio non si può.

Anche gli dèi sono saggi, perché vivono – in una imprecisata regione degli inermundia -la perfetta ATARASSIA. Pregarli e venerarli è inutile: non si occupano degli uomini, intanto perché non ne sentono alcun bisogno, e poi per non rischiare la loro condizione di perfetta beatitudine. Per le medesime ragioni è inutile temerli. Allora templi, sacrifici, oracoli, sacerdoti, miti, altari, riti, feste, cerimonie, offerte, a cosa servono? Gli dèi vanno onorati – dice Epicuro – solo in quanto saggi e modelli da imitare. Ma non adorati né temuti. Figurarsi se discorsi del genere, e quelli sull’anima, potevano andare bene ai romani prima (la religione è uno dei tre pilastri della Società romana) , ed ai cristiani dopo.

ATARASSIA, cioè imperturbabilità. Ma anche la poesia provoca turbamento! Ma allora Lucrezio è in contraddizione!. Però ho appena detto che la dottrina epicurea era piuttosto ostica alla mentalità romana, per l’idea che Epicuro ha della religione, ed anche per il suo invito a vivere in separatezza, mentre per il romano tradizionale la RES PUBLICA è il massimo dei valori. E Lucrezio spiega che il ricorso da parte sua alla poesia lo rende simile al medico che deve propinare l’amara medicina ai bambini recalcitranti: cosparge di miele (la poesia per Lucrezio) intorno all’orlo del bicchiere, cosi che, ingannato dal dolce iniziale, il bambino mandi giù la medicina amara (la filosofia epicurea), e con ciò guarisca. E così pure l’invocazione a Venere al secondo verso: perché invocarla, se per Epicuro gli dèi non ascoltano? Ma non è la Venere olimpica, bensì la forza vitale insita nella natura. Si tenga poi presente che il De rerum natura è un poema epico, e nell’epica l’invocazione alla divinità è un fatto tradizionale e canonico. Straordinaria è poi la rapsodia sull’umanità antica e primitiva: nel mito antico gli uomini primitivi vivevano nell’età dell’oro, senza lavorare, perché la terra dava frutti spontanei in abbondanza. Ma poi la condizione umana è andata degenerando, e le età sono divenute dell’argento, del bronzo e del ferro. Per Lucrezio, invece, gli uomini primitivi non erano molto diversi dalle bestie, ed erano preda di quasi tutti gli animali, più forti e più veloci di loro. Ma iniziarono a manifestare qualcosa di diverso e di importante, quando imitando gli uccelli impararono la musica, e, ascoltando il vento trascorrere tra le canne, intuirono la fabbricazione di strumenti musicali. Era la scintilla dell’intelligenza! Insuperabile poi è la semplice dimostrazione del fatto che empio non è l’epicureismo, come i suoi detrattori (Cicerone in testa) proclamavano, ma la religione stessa. La povera Ifigenia, ad esempio, fu attirata in Aulide (Grecia del nord, donde la flotta non poteva partire per Troia, per l’ira di Diana causata da una sua cerva ammazzata, per la quale pretendeva un sacrificio umano, Ifigenia appunto!) con l’inganno delle nozze con Achille. Quando capì cosa le stesse capitando “AMMUTOLITA PER IL TERRORE PIEGANDOSI SULLE GINOCCHIA A TERRA STRAMAZZAVA. TANTI MALI HA INDOTTO A FARE LA RELIGIONE!”. E non conosceva le religioni monoteistiche, quelle del “libro”, istigatrici di guerre sante (?), di sterminio di eretici ed infedeli, nel nome della vera fede, ieri come oggi! Mica una filosofia atea o agnostica!

All’inizio del primo libro, dopo l’invocazione a Venere che fa da proemio generale, c’è la prima esaltazione di Epicuro: la vita umana – sintetizzo – era oppressa dal peso della religione, che si affacciava con orribile aspetto dal cielo, ma per primo un uomo greco ardì alzare gli occhi e fissarli su di lei, senza timore di fulmini o altro, con l’ambizione di abbattere i chiavistelli della natura. “ALLORA LA VIVIDA POTENZA DEL SUO ANIMO TRIONFO’, E SUPERO’ ALLA GRANDE LE FIAMMEGGIANTI MURA DELL’UNIVERSO (si credeva che fossero il confine finale), E TUTTA L’IMMENSITA’ INVESTIGO’ CON LA MENTE ED IL CUORE…”, e da questa scorribanda tornò a riferirci le leggi della natura, della fisica, della scienza. “PERCIO’ LA RELIGIONE MESSA A SUA VOLTA SOTTO I PIEDI VIENE CALPESTATA, E LA VITTORIA (= la conoscenza) CI RENDE PARI AGLI DEI”. Entusiasmo di un proselito convinto! Così finisce l’angoscia verso il potere degli dèi. Ma verso la morte? Verso la morte no: regolarmente chiama “mortales” gli uomini, come ad esorcizzare il pensiero della morte sicura.

Il poema è di sei libri, organizzati a due a due, ed ogni coppia termina con un quadro pauroso di dissoluzione. San Girolamo, autore di una sua biografia, ci dice che compose l’opera nelle pause della malattia. Quale? Egli parla degli effetti devastanti di un filtro amoroso, ma a me pare più plausibile l’ipotesi dell’epilessia, allora incontrollabile, chiamata “male sacro”.

Sentendosi prossimo a morire, prima di aver revisionato l’opera, dispose che il suo manoscritto fosse distrutto. Ma Cicerone – pensate un po -’ il nemico giurato dell’epicureismo, conquistato dalla bellezza dei versi, lo impedì e lo fece pubblicare così com’era dal suo amico Attico, ricco editore. Caduto l’impero romano, se ne perdettero le tracce, finché un nostro umanista, Poggio Bracciolini, nel 1417 lo ritrovò in una imprecisata biblioteca tedesca, e lo ridiffuse. E la sua lettura, con quel suo continuo appello all’uso della RATIO, della razionalità, è stata uno dei più potenti stimoli allo sviluppo delle scienze dall’umanesimo in poi, insieme con la riscoperta della scienza ellenistica e di quella araba, fino ai prodigi della scienza e della tecnica dei giorni nostri. Un robusto filo ci lega a

L  U  C  R  E  Z  I  O

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