sabato 28 marzo 2015


ERA OTTAVIO, MA DIVENNE OTTAVIANO. E POI AUGUSTO

Era il 15 marzo dell’anno 44 a.C. (le idi di marzo). Non si sentiva gran che bene Cesare quel giorno, e di uscire di casa non aveva molta voglia. Tanto più che sua moglie Calpurnia era inquieta: un sonno ammorbato l’aveva agitata per tutta la notte, e si era svegliata stanca e con un presentimento che non sapeva definire. Ma, quando il marito si preparò ad uscire, quel vago malessere di lei si materializzò in lei, e per un attimo molto rapido lo condensò su Cesare. E vide uno scenario veloce ma tremendo. Ma ormai lui s’era deciso ad andare: vedere gente l’avrebbe distratto e rinfrancato. Così si diresse verso il teatro di Pompeo (il primo teatro in muratura della città: prima erano di legno i teatri, li montavano per l’occasione e subito li smontavano, perché non divenissero luogo di aggregazione e magari di sedizione e ribellione. Pompeo l’aveva fatto in muratura, ed ancora oggi ne restano tracce nella toponomastica dalle parti di piazza Campo dei fiori a Roma). Cesare dunque si  avviò verso il suo destino, rispondendo al saluto dei tanti che  incontravano il grande Cesare. Uno gli si avvicinò, e gli diede un biglietto, su cui c’era scritto che i congiurati lo stavano aspettando per ucciderlo. Lui non lo lesse e distrattamente se lo mise in tasca, con il proposito di leggerlo più tardi: poteva benissimo essere uno dei tanti biglietti di petizione e simili che gli arrivavano quando girava per Roma. Ventitré coltellate tolsero dal mondo il figlio più grande di sempre di Roma, e forse dell’intera Storia. Ad ucciderlo furono dei giovani idealisti, nutriti di filosofia stoica, secondo la quale non si poteva aspirare al sommo bene, la virtù, se mancava la libertà. E lui l’aveva abolita, esercitando un potere di tipo monarchico assoluto. La grande intelligenza, la risolutezza nel carattere, la straordinaria abilità militare (mai sconfitto, anche nelle condizioni più intricate), una geniale capacità nello scrivere, una cultura a vasto raggio (il nostro calendario da lui prende il nome, calendario giuliano, avendo egli diviso l’anno in 12 mesi – prima era di dieci – con l’introduzione dell’anno bisestile ogni quattro anni), l’adesione allo spirito della filosofia epicurea, per cui era capace di un solenne distacco da tutto, lo avevano posto su un piedistallo troppo alto, tanto che l’unico rimedio al suo potere autocratico era l’eliminazione fisica. Ma, come spesso capita agli idealisti, i congiurati avevano creduto che bastasse eliminare il dittatore, perché le cose tornassero da sole al loro posto, e non si erano preoccupati di elaborare un sensato piano di azione ad eliminazione avvenuta.
Anche Cicerone, settantenne, aveva creduto che la morte di Cesare avrebbe riportato le cose allo status quo ante. Ne scaturirono gli schieramenti: da una parte Marco Antonio, il braccio destro di Cesare, che dai cesariani e dagli anti cesariani era visto come l’automatico erede del morto; dall’altra Cicerone, il senato, i congiurati, e tutti i nostalgici della repubblica. Ma Cesare anche da morto riuscì a sparigliare i giochi: aprirono il suo testamento, nel quale dava una serie di disposizioni a favore dei plebei, e nominava come suo esecutore testamentario ed erede tale Ottavio. Ottavio?  E chi è costui? Mah! Mi pare….. ma no,  non può essere lui!..... quello ha diciotto anni, non può essere lui!..... è un nipote trasversale, figlio di una cugina o qualcosa di simile di Cesare, che oggi sta in Grecia a fare i suoi studi…. Ma ha diciotto anni, non può mica essere lui! Ed invece era proprio lui! Ancora una volta Cesare aveva visto giusto! Il ragazzotto se ne venne di corsa a Roma, dichiarò di accettare l’eredità di Cesare, eseguì le sue volontà, pagando di tasca propria là dove i soldi lasciati da Cesare non bastavano. E dunque divenne figlio adottivo di Cesare. Un figlio adottivo assumeva i nomi del padre adottante, ed il suo nome originario diveniva un aggettivo. Per questo lui prese il nome di Caio Giulio Cesare Ottaviano.
La giovane età fece credere ai volponi di poterlo giocare a loro piacimento. Una cospicua parte dei cesariani, per fedeltà a Cesare e per antipatia verso Marco Antonio, si schierò con il ragazzo. Cicerone pensò di allisciarselo un po’, giocando sul proprio prestigio e sulla propria astuzia. Ma il giovane non impiegò molto, per far vedere di quale pasta fosse fatto. Già nel medesimo anno, 44 a.C. , ci fu un primo confronto tra Ottaviano, schieratosi dalla parte della legalità repubblicana, e Marco Antonio: l’evento è noto come la guerra di Modena, nel corso della quale morirono i due consoli legittimi, Irzio e Pansa. Antonio allora pensò di agire di astuzia: incontrò a Brindisi Ottaviano, e decisero di agire di comune accordo. Il senato lo recepì, e diede l’incarico ad un triunvirato di sistemare le cose dell’impero. Ed i triunviri erano Ottaviano Antonio e Lepido. E a Lepido fu affidata una carica prestigiosa, ma in sostanza priva di potere, e lo fecero Pontefice massimo (un ruolo religioso, ma di nomina civile, che con il nostro pontefice ha in comune solo il nome). I due protagonisti veri, Antonio ed Ottaviano, si divisero il compito di mettere ordine all’impero, e ad Ottaviano toccarono Roma l’Italia e l’Europa occidentale, mentre ad Antonio le province orientali.  Prima però si dovevano sistemare i conti con gli uccisori di Cesare, che avevano coagulato intorno a sé tutti nostalgici della repubblica, gli idealisti e simili, tra cui il giovane Orazio, ancora non noto come poeta. Con la battaglia di Filippi, in Grecia centrale, i congiurati furono quasi tutti eleminati, ed Orazio si salvò, abbandonando lo scudo e dandosela a gambe, cosa su cui poi farà autoironia. Quando i due s’erano accordati con il triunvirato, decisero anche l’eliminazione dei rispettivi nemici personali, con le famigerate liste di proscrizione, elenchi di cittadini che si potevano uccidere senza commettere reato. In cima alla lista di Antonio c’era Cicerone, che per tutto l’anno 44 aveva attaccato durissimamente Antonio, con le famose orazioni chiamate Filippiche (con riferimento alle orazioni di Demostene contro Filippo II il macedone alla metà del IV secolo a.C., in difesa della libertà di Atene e della Grecia). E il giorno 8 dicembre del 43 a.C. Cicerone fu raggiunto a Formia dai sicari di Antonio, mentre tentava invano di prendere il mare per andare in Grecia, ed ucciso: gli tagliarono testa e mani, ed il tutto finì esposto nel foro. La civile Roma!
Una domanda viene spontanea: come mai Antonio affida Roma l’Italia e l’occidente ad Ottaviano? La risposta è che egli fa un calcolo: quelle regioni erano un intrico tale di problemi, un coacervo di interessi contrastanti, una situazione a dir poco problematica, un qualcosa di così rognoso, che di certo il giovane Ottaviano si sarebbe bruciato le penne. Tanto per rincarare la dose, Antonio da lontano suscitò altri problemi al rivale. Ad esempio creò malcontento in Italia attraverso l’azione di suo fratello Lucio Antonio, cosa che sfociò in una guerra aperta (bellum perusinum, guerra di Perugia) nel 41. Vinse Ottaviano, ma, per istigare i soldati a combattere, aveva promesso terre in cambio, che egli dovette per forza di cose confiscare ai legittimi proprietari (ci rimise anche Virgilio), cosa che acuì il malcontento degli italici contro Ottaviano.
Questi erano già in estrema difficoltà, in quanto Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, con la propria flotta aveva messo in atto un vero e proprio blocco navale in Sicilia, con ciò strozzando l’economia italica e dell’occidente. Anche costui reclamava la sua parte nel gioco politico, ed usava questo strumento, la flotta, per rimediarla, e si faceva chiamare “Duce Nettunio”.  Passarono cinque anni molto difficili per il giovane Ottaviano, finche nel 36 a.C. la sua flotta, comandata da Marco Agrippa (quello che ha costruito il Pantheon a Roma), non sconfisse il duce nettunio nella battaglia di Nauloco, nella quale Sesto perse la vita. Lo sblocco della Sicilia capovolse completamente la situazione: la riapertura dei traffici, la pacificazione dei mari italici, il riordino di Roma e dell’Italia diedero lustro ad Ottaviano, e da quel momento divenne il paladino ed il beniamino dell’occidente.
Intanto Antonio aveva posto il suo quartier generale ad Alessandria d’Egitto, irretito dalle moine di Cleopatra. Questa era divenuta faraone, quando Cesare, inseguendo Pompeo dopo la vittoria di Farsalo, se ne vide presentare il capo mozzato su un vassoio, per iniziativa di Tolomeo XIII, faraone giovanissimo e fratello di Cleopatra. Lo detronizzò ed al suo posto insediò la sorella. E questa con Cleopatra fu l’unica vera debolezza di Cesare. Ora aveva incastrato Antonio, che teneva corte come un monarca orientale. La cosa fece scandalo a Roma, anche perché la propaganda di Ottaviano alimentava lo sdegno popolare. Si favoleggiò anche di un progetto dei due amanti di trasferire la capitale dell’impero da Roma ad Alessandria. Fu subito chiaro a tutti che la questione sarebbe stata districata con le armi. E nel 31 a.C. (ancora dopo cinque anni) nelle acque di Azio (Grecia centrale) la flotta romana italica ed occidentale, guidata per conto di Ottaviano da Marco Agrippa, sconfisse la flotta degli amanti. Cleopatra fuggì, seguita da Antonio, che, giunto ad Alessandria, di fronte alla (falsa) notizia della morte di lei, si suicidò, e morì in braccio a lei. Invece lei aspettò l’arrivo del vincitore, ed egli giunse, e lei provò anche con lui il giochetto della seduzione, ma Ottaviano era di tempra ben diversa, e le promise di portarla a Roma, per esibirla nel proprio trionfo, esporla al ludibrio dei romani, per poi strozzarla. Ma lei, che aveva messo nel conto di non riuscire a sedurre il giovanotto, aveva preparato tutto, e si fece mordere dal serpente, morendo in casa sua.
La battaglia di Azio fu vissuta dalla gente del tempo non come una logica contesa tra due pretendenti al potere, ma come uno scontro di civiltà: di qua Roma l’Italia l’Occidente, di là l’oriente; di qua una mentalità che premia un modo di sentire virile, fatto di fatica e di lavoro che fa sentire realizzato chi lo compie, di là un modo di vivere molle e vizioso; di qua la tradizione repubblicana ed il civis romanus sum, di là un gregge di sudditi; di qua la severitas e la luminosa tradizione romano-italica, di là l’effeminatezza ed il lusso e la vita dedita al piacere.
Grazie a Mecenate Ottaviano si avvalse del sostegno (sincero, sia chiaro) dei più grandi poeti e letterati del tempo (Virgilio, Orazio, Livio), per propagandare il suo progetto di restaurazione degli antichi costumi romani. Pensò di restaurarli con le leggi, e sbagliò, perché i costumi si modificano con l’educazione e non con la repressione, e vale anche oggi. Tre erano le classi sociali romane: alla prima (i senatori) Ottaviano diede la carriera politica gli onori ed i governatorati di province ricche e pacificate (tenne per sé quelle ribelli, così da tenere sotto controllo – lui solo - le forze armate); alla terza, la plebe, diede tanta propaganda, privilegi di modesta portata e l’orgoglio di essere di Roma; la vera beneficiaria fu la seconda classe, quella dei cavalieri: erano mercanti, e lui diede loro un impero pacificato, in cui arricchire con i traffici. Tanto che girarono le statue, specie in oriente, di Ottaviano in veste di Hermes (Mercurio): era il protettore dei mercanti, dei ladri, ma anche il messaggero degli dèi (gira gira è la versione pagana del Verbo incarnato). Giravano teorie palingenetiche (rinnovamento) e soteriologiche( di salvezza), e lui sembrava mandato apposta.
Più volte gli offrirono la corona di re, cosa pessima a Roma, che lui, ovviamente, rifiutò. Alla fine fece il modesto, e si fece attribuire la tribunicia potestas, la carica più umile, ma potentissima, essendo caratterizzata dalla SACRALITA’della persona del tribuno della plebe, e dal diritto inappellabile di VETO. Aggiunse un piccolo aggettivo, PERPETUA, ed il gioco era fatto. Per celebrare l’evento, siamo nel 27 a.C., aggiunse ai suoi nomi anche quello di Augusto, che vuol dire “l’accresciuto”.
Uomo durissimo ed implacabile: lo sperimentò Ovidio, mandato in esilio e mai più perdonato. Si narra anche di un suo sostenitore, tale Vedio Pollione, di cui si diceva che desse gli schiavi in pasto alle murene, e che aveva una sontuosa villa dalle parti di Napoli, villa che chiamò Pausis Lypon, che in greco vuol dire “sospensione degli affanni”: pronunciate insieme, le due parole danno Pausìlypon, cioè Posillipo. E la villa è ancora visibile. Un giorno Augusto stava da lui, e ad uno schiavo cadde di mano una coppa di cristallo. Vedio si infuriò ed ordinò di gettare lo schiavo alle murene. Ma intervenne Augusto, e, visto che quello non recedeva, ordinò di portare tutta la cristalleria e lui la fece a pezzi. E Vedio dovette cedere, sapendo che con Augusto non si scherzava. Ebbe un lungo regno, ma senza figli. Alla fine lasciò il potere a Tiberio, che non amava, figlio di Livia, la seconda moglie, della cui dimora sono visitabili i resti sul Palatino.

Nessun commento:

Posta un commento