ODIO ED AMO
ODIO ED AMO. Come io riesca a farlo, tu forse vorresti sapere. Non lo so. Ma
sento che accade, e mi torturo. (carme 85).
In latino il verbo
dell’odio è ODI, un verbo che ha solo il perfetto, che di solito rendiamo con
uno dei tempi verbali del passato, escluso il trapassato prossimo. Ma per
questo perfetto e per quello di alcuni non numerosi verbi, le grammatiche
parlano di perfetto “logico” o anche “resultativo”. In poche parole, se io oggi
ti odio, è perché nel passato più o meno recente tu me l’hai fatta proprio
sporca: da allora parte il mio odio, e dura ancora. La parola “perfetto” sta ad
indicare un’azione conclusa, definita per sempre, non suscettibile di
cambiamento: quindi nel caso nostro l’odio è un dato definitivo, antico,
radicato, immodificabile. Catullo lo abbina ad AMO, un verbo al presente, un
tempo che indica l’adesso, ma chissà domani! Oggi ti amo, ma domani? L’odio
invece è fisso.
Sono due soli versi, ma
hanno scatenato le interpretazioni, tanto che potremmo costituire non dico una
biblioteca, ma una intera parete con ciò che si è scritto nei secoli su questo
distico. Mi divertivo a domandare agli studenti quale fosse, secondo loro, il
contrario dell’amore. Invariabilmente mi rispondevano “l’odio”. E questo a
dispetto di questa poesia di Catullo, che dimostra che l’amore e l’odio sono le
due facce di un’unica medaglia, quindi hanno la stessa natura, e, se hanno la
stessa natura, come fanno ad essere l’uno il contrario dell’altro? Nel carme 83
dice:
“Lesbia, alla presenza del marito, parla molto male di me,/ e
questa per quello scemo è la massima letizia./ Asino! Non ti accorgi di nulla?
Se lei, dimentica di noi, tacesse,/ allora sarebbe guarita. Invece starnazza e
straparla,/ si ricorda bene, e, cosa più
grave, è irata./ Cioè brucia ed è cotta.”.
Dunque, concludevo io,
l’odio e l’amore hanno un unico contrario: l’INDIFFERENZA!
Fatemi soffermare un
attimo su quel “dimentica di NOI”: “di noi” dice, non “di me”. Certo gli serve
per la metrica, ma a me piace pensare che quel NOI non sia un espediente
metrico, né un plurale maiestatis, ma che voglia dire proprio NOI, io e lei,
lei ed io, due cuori una capanna. Scemo d’un marito! Catullo avrebbe voluto un
rapporto di tipo coniugale, ma lei aveva altro per la testa.
Catullo, dunque, è
innamorato ed ha una relazione con una donna ufficialmente sposata. E se ne
vanta, anzi si fa beffe del cornuto – pardon! del marito -, e lo mette per
iscritto. Stiamo parlando di Clodia, che in realtà si chiamava Claudia, ma poi
divenne Clodia con la pronuncia plebea del suo nome, dopo che anche suo
fratello era divenuto Clodio da Claudio, per divenire tribuno della plebe, e di
lì iniziare la scalata politica. Per fare il tribuno della plebe dovevi essere
plebeo, e lui insieme con la sorella lo divenne, pur appartenendo ad una antica
ed illustre famiglia patrizia (vedi Appio Claudio Cieco, ma anche altri). Su
Clodia e Clodio il web consente di trovare molte notizie. Ma nelle poesie
Catullo la chiama Lesbia, in collegamento con Saffo di Lesbo, la poetessa
dell’eros.
E la tormentata vicenda
amorosa tra Catullo e Lesbia è la materia più presente nei componimenti del
giovane poeta Gaio Valerio Catullo, un romano del Garda, vissuto al tempo di
Cesare e Cicerone (I secolo a.C.) (Valerio, quindi collegato ad una delle più
antiche famiglie romane: ricordate Valerio Publicola, quello che divenne
console al posto di Collatino, dopo il colpo di stato del 510 a.C. insieme a
Bruto? È nel post dedicato proprio al
510 a.C.). Vi sono momenti belli:
“Viviamo,
o mia Lesbia, ed amiamo,/ e i commenti dei vecchi troppo severi/ valutiamoli
tutti un centesimo./ Al sole è concesso di tramontare ma poi tornare;/ noi
invece, una volta tramontata la breve giornata/ un’unica notte dovremo dormire
e per sempre./ Dammi mille baci, e poi cento,/ e poi altri mille, ed ancora
cento,/ e poi ancora mille e poi ancora cento./ Poi, dopo che ne avremo contati
molte migliaia,/ sparigliamoli tutti, per non saperli,/ o perché qualche
malvagio non possa fare il malocchio,/ venendo a sapere quanti sono tra noi i
baci.”. (Carme 5)
Ma anche momenti
brutti, e tuttavia Catullo non sa decidersi a troncare (Carme 8):
“Misero
Catullo, smetti di fare il matto,/ e ciò che vedi finito consideralo finito./ Splendettero
un dì luminosi i giorni,/ quando solevi andare dove la fanciulla ti conduceva/
amata da noi quanto nessuna amata sarà./ Là si facevano quelle molte cose
giocose,/ che tu volevi e lei non rifiutava./ Rifulsero davvero per te giorni
luminosi./ Ora lei non vuole più; tu pure, fermo, non volere,/ e non seguire
lei che fugge, e non vivere come un misero,/ ma con mente ferma sopporta,
resisti./ Addio, fanciulla. Catullo ormai resiste,/ e non ti cercherà e non ti
chiamerà se non vuoi;/ tu però te ne pentirai, quando non ti cercherà nessuno./
Sventurata, guai a te; quale vita ti resta!/ Chi ora verrà da te? A chi
sembrerai bella?/ Chi ora amerai? Di chi dirai di essere?/ Chi bacerai? A chi
morderai le labbra?/ Ma tu, Catullo, ostinato, resisti.”. Vi
pare davvero finita? In questo carme usa termini della lingua familiare, ad
accentuare il sapore di intimità e di mancato distacco (basium – bacio – come
nel carme precedente, invece di osculum; e bella, invece di pulchra). E nel carme 70:
“Con
nessuno – dice la mia donna – preferirebbe sposarsi/ tranne me, neanche se a
cercarla fosse Giove in persona./ Lo dice: ma ciò che dice una donna ad un
amante spasimante,/ nel vento conviene scriverlo, e nell’acqua rapinosa.”. E poi ancora, carme 72:
“Dicevi
un tempo di conoscere solo Catullo,/ Lesbia, e di non voler tenere al posto mio
Giove nemmeno./ Ti ho amato non tanto come nel volgo una amante,/ ma come un padre ama figli e
generi./ Ora ti conosco bene; per questo, anche se brucio da non dire quanto,/
tuttavia per me molto poco vali e pesi./ “Come è possibile?” dirai. Perché un
tale torto un amante/ lo costringe ad amare di più, ma a voler bene di
meno.”. Capito? Amare di più e
voler bene di meno!!! Poi uno scatto di nervi, che lo rende volgare (Carme 58):
“Celio, la nostra Lesbia, quella Lesbia,/
quella Lesbia, che Catullo lei sola/ più che se stesso ed i suoi tutti ha
amato,/ ora nei quadrivi e nei vicoli/ scortica di Remo i magnanimi nipoti.”. Un
romano che appariva sbagliato, si diceva che discendesse da Remo, ed ironico è
quel “magnanimi”, come quando diciamo “smilzo” ad uno corpulento. Alla fine
Catullo cede per lo sfinimento, e nel Carme 76 (di cui qui cito i versi finali)
si consegna ed affida agli dèi, in quella che forse è la più autentica
preghiera dell’intera letteratura classica, un disperato grido di dolore e di
abbandono: solo la misericordia divina
potranno esorcizzare il suo male:
O dei, se è
da voi avere pietà, o se a qualcuno mai/portaste proprio in punto di morte
l’estremo sostegno,/
guardate la
mia miseria, e , se con purezza ho vissuto,/questa peste portatemi via e
rovina,(pestem perniciemque)/che dentro strisciandomi nel profondo come un
torpore,/
da tutta
l’anima mia ha cacciato la gioia./Ormai non chiedo più questo, che cambiando mi
ami lei,/
o – cosa
impossibile – voglia essere pudica:/per me stesso star bene desidero e deporre
questo male tetro./
Concedetemi
questo, in cambio della mia devozione, o dei.
La tormentata vicenda con Lesbia fa la parte del leone nell’opera di
Catullo. Ma sono presenti anche temi di natura la più diversa. Nel Carme 93, ad
esempio, se la prende con Cesare, ma non sappiamo il perché:
“Non mi curo
troppo, o Cesare, di volerti piacere,/ e nemmeno di sapere se sei bianco o
nero.”. Seguì la riconciliazione.
Cosa impossibile con Cicerone: “O
eloquentissimo tra i discendenti di Romolo,/ quanti ce ne sono stati e quanti
ce ne sono, Marco Tullio,/ e quanti ce
ne saranno negli anni a venire,/ sentitissime grazie Catullo/ ti rivolge,
pessimo poeta tra tutti,/ tanto peggiore fra tutti poeta/ quanto tu avvocato
eccellente fra tutti”. I superlativi
sono una palese presa in giro. E vanno letti al contrario.
In
quale occasione Catullo ha scritto ciò? Non lo sappiamo, ma l’ostilità e
l’antipatia del giovane poeta verso lo stagionato oratore-scrittore-filosofo-uomo
politico avevano più di un motivo di essere. Era stato Cicerone ad etichettare
come “poeti nuovi” Catullo ed i suoi sodali. Si tenga presente che l’aggettivo
“novus”, in una cultura fortemente legata alla tradizione come quella romana,
aveva un valore negativo (tabulae novae – cancellazione dei debiti –
promettevano i candidati, magari tirando fuori dal cilindro tesoretti
imprevisti, come fa Renzi ed ha fatto Berlusca; res novae= rivoluzione; homo
novus= uomo senza antenati illustri). Dove le novità di Catullo & C?
Intanto nei temi trattati: per tutti i Cicerone del tempo, ogni scritto doveva
essere di ammaestramento, utile alla cosa pubblica, obiettivo, e questi “novi”
cantavano i loro amorazzi; in secondo luogo i “novi” introducono a Roma un modo
di fare poesia appreso dall’arte alessandrina, nella quale era criterio
basilare la CURA DELL’ESPRESSIONE, per cui in un carme non potevi toccare
nemmeno una sillaba, frutto com’era di accurato e raffinato LABOR LIMAE. (E’
colpa loro se, quando vi mettete a scrivere, cambiate lingua). Ma v’erano altri
motivi di ostilità reciproca tra Cicerone e Catullo: vita austera per l’uno,
dissoluta per l’altro; impegnata in politica secondo tradizione per l’uno,
fuori dagli schemi per l’altro; devozione a patria famiglia divinità (= pìetas
le tre cose insieme), esibita indifferenza verso tutto ciò in Catullo.
Aggiungiamo che Cicerone maltrattò pubblicamente Clodia (in tribunale in difesa
di Celio, da lei accusato di furto e tentato omicidio), insinuando rapporti
incestuosi tra la donna ed il fratello (non vorrei inimicarmi tuo marito,
pardon!, tuo fratello – dice l’oratore -: quando arrivo a questo punto, mi
confondo sempre!), e definendola “amica di tutti”! Ce n’era abbastanza, no? Ma
Catullo trattava anche l’amicizia (C. 13):
“Che bel pranzo
farai da me, mio Fabullo,/ tra pochi – a dio piacendo – giorni,/ se ti sarai
portato una buona cena /ed abbondante,
nonché una candida fanciulla/ e vino e sale ed ogni gradevolezza./ Queste cose
se, ripeto, ti sarai portato, caro mio,/ pranzerai bene; infatti del tuo Catullo/ la saccoccia piena è di
ragnatele./ In cambio però riceverai amore puro/ cioè quanto di più elegante
esiste:/ ti darò infatti un unguento, che alla mia ragazza/ hanno dato Venere e
gli Amorini,/ e quando tu lo annuserai, pregherai gli Dei,/ che i trasformino
tutto in un naso.”. Non
diciamo noi “sono tutt’orecchi”? Nel Carme 84 si diverte alle spalle di un
certo Arrio, fine dicitore:
“CHòmmoda
diceva, quando volera dire COmmoda/ Arrio, e le insidie divenivano
HINSIDIE,/ ed era pronto a credere di aver parlato da stupire,/ se poteva dire
HINSIDIE./ Credo che così sua madre e suo zio materno libero,/ così il nonno materno
e la nonna parlassero./ Mandato in Siria costui, riposavano le orecchie di
tutti /, che sentivano queste medesime parole con leggerezza,/ senza temere
aggiunte di tal natura,/ quand’ecco all’improvviso si diffonde un nunzio
terribile,/ le onde Ionie, dopo che Arrio era andato là,/ non erano più ionie ,
ma HIONIE!”. Amava
le aspirate: un toscano? O un calabrese? Boh! Così Arrio era sistemato. Ma
peggio andò ad Ignazio spagnolo:
“Ignazio, poiché
candidi ha i denti,/ ride ad ogni dove. Se allo scranno di un imputato/ si va,
mentre l’oratore scioglie (di tutti) il pianto,/ ride, lui; se al rogo di un
devoto figlio/ si piange, mentre la madre lamenta quell’unico figlio perduto,/
ride lui. Qualunque cosa sia, ovunque sia,/ qualunque cosa faccia, ride: ha
questo morbo,/ per nulla elegante, penso, né civile./ Dunque ti devo ammonire,
caro il mio Ignazio:/ se tu fossi romano, o sabino o tiburtino/ o un umbro
ciccione o un etrusco obeso/ o un nero lanuvino o un traspadano/ pieno di
denti, per metterci anche i miei,/ o qualunque altro, che lava in modo civile i
denti,/ non vorrei tuttavia quale che sia l’occasione vederti ridere:/ nulla
infatti è più sciocco di una risata sciocca./ Si dà il caso, però, che tu sia
celtibero: ed in terra di Celtiberia,/ quello che uno di notte ha pisciato, con
questo al mattino suole/ sfregare i denti e la rosea gengiva,/ e quindi, più
sono puliti i tuoi denti, più questo rivelerà che hai bevuto pipì.”. Ancora una
bella botta finale.
Infine
faceva parte del gusto alessandrino l’imitazione o anche la gara con modelli
consacrati. In quest’ottica si inquadra il famoso carme della gelosia, in
emulazione con Saffo (vedi il post di questa): situazioni diverse, ma argomenti
simili. Come se Catullo volesse dire: “Vedete quanto sono bravo? Posso
gareggiare con Saffo, e quasi quasi la supero.”.
Domenica
la SCIENZE nell’antichità, da Pitagora ad Ipazia (forse). Ciao



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