sabato 18 aprile 2015

Nelle foto: Catullo, Cesare, Cicerone

ODIO ED AMO
ODIO ED AMO.  Come io riesca a farlo, tu forse vorresti sapere. Non lo so. Ma sento che accade, e mi torturo. (carme 85).
In latino il verbo dell’odio è ODI, un verbo che ha solo il perfetto, che di solito rendiamo con uno dei tempi verbali del passato, escluso il trapassato prossimo. Ma per questo perfetto e per quello di alcuni non numerosi verbi, le grammatiche parlano di perfetto “logico” o anche “resultativo”. In poche parole, se io oggi ti odio, è perché nel passato più o meno recente tu me l’hai fatta proprio sporca: da allora parte il mio odio, e dura ancora. La parola “perfetto” sta ad indicare un’azione conclusa, definita per sempre, non suscettibile di cambiamento: quindi nel caso nostro l’odio è un dato definitivo, antico, radicato, immodificabile. Catullo lo abbina ad AMO, un verbo al presente, un tempo che indica l’adesso, ma chissà domani! Oggi ti amo, ma domani? L’odio invece è fisso.

Sono due soli versi, ma hanno scatenato le interpretazioni, tanto che potremmo costituire non dico una biblioteca, ma una intera parete con ciò che si è scritto nei secoli su questo distico. Mi divertivo a domandare agli studenti quale fosse, secondo loro, il contrario dell’amore. Invariabilmente mi rispondevano “l’odio”. E questo a dispetto di questa poesia di Catullo, che dimostra che l’amore e l’odio sono le due facce di un’unica medaglia, quindi hanno la stessa natura, e, se hanno la stessa natura, come fanno ad essere l’uno il contrario dell’altro? Nel carme 83 dice:

“Lesbia, alla presenza del marito, parla molto male di me,/ e questa per quello scemo è la massima letizia./ Asino! Non ti accorgi di nulla? Se lei, dimentica di noi, tacesse,/ allora sarebbe guarita. Invece starnazza e straparla,/  si ricorda bene, e, cosa più grave, è irata./ Cioè brucia ed è cotta.”.

Dunque, concludevo io, l’odio e l’amore hanno un unico contrario: l’INDIFFERENZA!

Fatemi soffermare un attimo su quel “dimentica di NOI”: “di noi” dice, non “di me”. Certo gli serve per la metrica, ma a me piace pensare che quel NOI non sia un espediente metrico, né un plurale maiestatis, ma che voglia dire proprio NOI, io e lei, lei ed io, due cuori una capanna. Scemo d’un marito! Catullo avrebbe voluto un rapporto di tipo coniugale, ma lei aveva altro per la testa.

Catullo, dunque, è innamorato ed ha una relazione con una donna ufficialmente sposata. E se ne vanta, anzi si fa beffe del cornuto – pardon! del marito -, e lo mette per iscritto. Stiamo parlando di Clodia, che in realtà si chiamava Claudia, ma poi divenne Clodia con la pronuncia plebea del suo nome, dopo che anche suo fratello era divenuto Clodio da Claudio, per divenire tribuno della plebe, e di lì iniziare la scalata politica. Per fare il tribuno della plebe dovevi essere plebeo, e lui insieme con la sorella lo divenne, pur appartenendo ad una antica ed illustre famiglia patrizia (vedi Appio Claudio Cieco, ma anche altri). Su Clodia e Clodio il web consente di trovare molte notizie. Ma nelle poesie Catullo la chiama Lesbia, in collegamento con Saffo di Lesbo, la poetessa dell’eros.

E la tormentata vicenda amorosa tra Catullo e Lesbia è la materia più presente nei componimenti del giovane poeta Gaio Valerio Catullo, un romano del Garda, vissuto al tempo di Cesare e Cicerone (I secolo a.C.) (Valerio, quindi collegato ad una delle più antiche famiglie romane: ricordate Valerio Publicola, quello che divenne console al posto di Collatino, dopo il colpo di stato del 510 a.C. insieme a Bruto?  È nel post dedicato proprio al 510 a.C.). Vi sono momenti belli:

“Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamo,/ e i commenti dei vecchi troppo severi/ valutiamoli tutti un centesimo./ Al sole è concesso di tramontare ma poi tornare;/ noi invece, una volta tramontata la breve giornata/ un’unica notte dovremo dormire e per sempre./ Dammi mille baci, e poi cento,/ e poi altri mille, ed ancora cento,/ e poi ancora mille e poi ancora cento./ Poi, dopo che ne avremo contati molte migliaia,/ sparigliamoli tutti, per non saperli,/ o perché qualche malvagio non possa fare il malocchio,/ venendo a sapere quanti sono tra noi i baci.”. (Carme 5)

Ma anche momenti brutti, e tuttavia Catullo non sa decidersi a troncare (Carme 8):

“Misero Catullo, smetti di fare il matto,/ e ciò che vedi finito consideralo finito./ Splendettero un dì luminosi i giorni,/ quando solevi andare dove la fanciulla ti conduceva/ amata da noi quanto nessuna amata sarà./ Là si facevano quelle molte cose giocose,/ che tu volevi e lei non rifiutava./ Rifulsero davvero per te giorni luminosi./ Ora lei non vuole più; tu pure, fermo, non volere,/ e non seguire lei che fugge, e non vivere come un misero,/ ma con mente ferma sopporta, resisti./ Addio, fanciulla. Catullo ormai resiste,/ e non ti cercherà e non ti chiamerà se non vuoi;/ tu però te ne pentirai, quando non ti cercherà nessuno./ Sventurata, guai a te; quale vita ti resta!/ Chi ora verrà da te? A chi sembrerai bella?/ Chi ora amerai? Di chi dirai di essere?/ Chi bacerai? A chi morderai le labbra?/ Ma tu, Catullo, ostinato, resisti.”. Vi pare davvero finita? In questo carme usa termini della lingua familiare, ad accentuare il sapore di intimità e di mancato distacco (basium – bacio – come nel carme precedente, invece di osculum; e bella, invece di pulchra). E  nel carme 70:

“Con nessuno – dice la mia donna – preferirebbe sposarsi/ tranne me, neanche se a cercarla fosse Giove in persona./ Lo dice: ma ciò che dice una donna ad un amante spasimante,/ nel vento conviene scriverlo, e nell’acqua rapinosa.”.  E poi ancora, carme 72:

“Dicevi un tempo di conoscere solo Catullo,/ Lesbia, e di non voler tenere al posto mio Giove nemmeno./ Ti ho amato non tanto come nel volgo una amante,/ ma come un padre ama figli e generi./ Ora ti conosco bene; per questo, anche se brucio da non dire quanto,/ tuttavia per me molto poco vali e pesi./ “Come è possibile?” dirai. Perché un tale torto un amante/ lo costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno.”.  Capito? Amare di più e voler bene di meno!!! Poi uno scatto di nervi, che lo rende volgare (Carme 58): “Celio, la nostra Lesbia, quella Lesbia,/ quella Lesbia, che Catullo lei sola/ più che se stesso ed i suoi tutti ha amato,/ ora nei quadrivi e nei vicoli/ scortica di Remo i magnanimi nipoti.”. Un romano che appariva sbagliato, si diceva che discendesse da Remo, ed ironico è quel “magnanimi”, come quando diciamo “smilzo” ad uno corpulento. Alla fine Catullo cede per lo sfinimento, e nel Carme 76 (di cui qui cito i versi finali) si consegna ed affida agli dèi, in quella che forse è la più autentica preghiera dell’intera letteratura classica, un disperato grido di dolore e di abbandono: solo la misericordia divina  potranno esorcizzare il suo male:

O dei, se è da voi avere pietà, o se a qualcuno mai/portaste proprio in punto di morte l’estremo sostegno,/
guardate la mia miseria, e , se con purezza ho vissuto,/questa peste portatemi via e rovina,(pestem perniciemque)/che dentro strisciandomi nel profondo come un torpore,/
da tutta l’anima mia ha cacciato la gioia./Ormai non chiedo più questo, che cambiando mi ami lei,/
o – cosa impossibile – voglia essere pudica:/per me stesso star bene desidero e deporre questo male tetro./
Concedetemi questo, in cambio della mia devozione, o dei.

La tormentata vicenda con Lesbia fa la parte del leone nell’opera di Catullo. Ma sono presenti anche temi di natura la più diversa. Nel Carme 93, ad esempio, se la prende con Cesare, ma non sappiamo il perché:

“Non mi curo troppo, o Cesare, di volerti piacere,/ e nemmeno di sapere se sei bianco o nero.”.  Seguì la riconciliazione. Cosa impossibile con Cicerone: “O eloquentissimo tra i discendenti di Romolo,/ quanti ce ne sono stati e quanti ce ne sono, Marco Tullio,/  e quanti ce ne saranno negli anni a venire,/ sentitissime grazie Catullo/ ti rivolge, pessimo poeta tra tutti,/ tanto peggiore fra tutti poeta/ quanto tu avvocato eccellente fra tutti”.  I superlativi sono una palese presa in giro. E vanno letti al contrario.

In quale occasione Catullo ha scritto ciò? Non lo sappiamo, ma l’ostilità e l’antipatia del giovane poeta verso lo stagionato oratore-scrittore-filosofo-uomo politico avevano più di un motivo di essere. Era stato Cicerone ad etichettare come “poeti nuovi” Catullo ed i suoi sodali. Si tenga presente che l’aggettivo “novus”, in una cultura fortemente legata alla tradizione come quella romana, aveva un valore negativo (tabulae novae – cancellazione dei debiti – promettevano i candidati, magari tirando fuori dal cilindro tesoretti imprevisti, come fa Renzi ed ha fatto Berlusca; res novae= rivoluzione; homo novus= uomo senza antenati illustri). Dove le novità di Catullo & C? Intanto nei temi trattati: per tutti i Cicerone del tempo, ogni scritto doveva essere di ammaestramento, utile alla cosa pubblica, obiettivo, e questi “novi” cantavano i loro amorazzi; in secondo luogo i “novi” introducono a Roma un modo di fare poesia appreso dall’arte alessandrina, nella quale era criterio basilare la CURA DELL’ESPRESSIONE, per cui in un carme non potevi toccare nemmeno una sillaba, frutto com’era di accurato e raffinato LABOR LIMAE. (E’ colpa loro se, quando vi mettete a scrivere, cambiate lingua). Ma v’erano altri motivi di ostilità reciproca tra Cicerone e Catullo: vita austera per l’uno, dissoluta per l’altro; impegnata in politica secondo tradizione per l’uno, fuori dagli schemi per l’altro; devozione a patria famiglia divinità (= pìetas le tre cose insieme), esibita indifferenza verso tutto ciò in Catullo. Aggiungiamo che Cicerone maltrattò pubblicamente Clodia (in tribunale in difesa di Celio, da lei accusato di furto e tentato omicidio), insinuando rapporti incestuosi tra la donna ed il fratello (non vorrei inimicarmi tuo marito, pardon!, tuo fratello – dice l’oratore -: quando arrivo a questo punto, mi confondo sempre!), e definendola “amica di tutti”! Ce n’era abbastanza, no? Ma Catullo trattava anche l’amicizia (C. 13):

“Che bel pranzo farai da me, mio Fabullo,/ tra pochi – a dio piacendo – giorni,/ se ti sarai portato una buona cena  /ed abbondante, nonché una candida fanciulla/ e vino e sale ed ogni gradevolezza./ Queste cose se, ripeto, ti sarai portato, caro mio,/ pranzerai bene; infatti  del tuo Catullo/ la saccoccia piena è di ragnatele./ In cambio però riceverai amore puro/ cioè quanto di più elegante esiste:/ ti darò infatti un unguento, che alla mia ragazza/ hanno dato Venere e gli Amorini,/ e quando tu lo annuserai, pregherai gli Dei,/ che i trasformino tutto in un naso.”. Non diciamo noi “sono tutt’orecchi”? Nel Carme 84 si diverte alle spalle di un certo Arrio, fine dicitore:

“CHòmmoda diceva, quando volera dire COmmoda/ Arrio, e le insidie divenivano HINSIDIE,/ ed era pronto a credere di aver parlato da stupire,/ se poteva dire HINSIDIE./ Credo che così sua madre e suo zio materno libero,/ così il nonno materno e la nonna parlassero./ Mandato in Siria costui, riposavano le orecchie di tutti /, che sentivano queste medesime parole con leggerezza,/ senza temere aggiunte di tal natura,/ quand’ecco all’improvviso si diffonde un nunzio terribile,/ le onde Ionie, dopo che Arrio era andato là,/ non erano più ionie , ma HIONIE!”. Amava le aspirate: un toscano? O un calabrese? Boh! Così Arrio era sistemato. Ma peggio andò ad Ignazio spagnolo:

“Ignazio, poiché candidi ha i denti,/ ride ad ogni dove. Se allo scranno di un imputato/ si va, mentre l’oratore scioglie (di tutti) il pianto,/ ride, lui; se al rogo di un devoto figlio/ si piange, mentre la madre lamenta quell’unico figlio perduto,/ ride lui. Qualunque cosa sia, ovunque sia,/ qualunque cosa faccia, ride: ha questo morbo,/ per nulla elegante, penso, né civile./ Dunque ti devo ammonire, caro il mio Ignazio:/ se tu fossi romano, o sabino o tiburtino/ o un umbro ciccione o un etrusco obeso/ o un nero lanuvino o un traspadano/ pieno di denti, per metterci anche i miei,/ o qualunque altro, che lava in modo civile i denti,/ non vorrei tuttavia quale che sia l’occasione vederti ridere:/ nulla infatti è più sciocco di una risata sciocca./ Si dà il caso, però, che tu sia celtibero: ed in terra di Celtiberia,/ quello che uno di notte ha pisciato, con questo al mattino suole/ sfregare i denti e la rosea gengiva,/ e quindi, più sono puliti i tuoi denti, più questo rivelerà che hai bevuto pipì.”. Ancora una bella botta finale.

Infine faceva parte del gusto alessandrino l’imitazione o anche la gara con modelli consacrati. In quest’ottica si inquadra il famoso carme della gelosia, in emulazione con Saffo (vedi il post di questa): situazioni diverse, ma argomenti simili. Come se Catullo volesse dire: “Vedete quanto sono bravo? Posso gareggiare con Saffo, e quasi quasi la supero.”.

Domenica la SCIENZE nell’antichità, da Pitagora ad Ipazia (forse). Ciao

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