TG 24: POLITICA ESTERA: ANNO 510 a.C.
Rivolta ionica antipersiana,
distruzione di Sibari, cacciata dei re da Roma
C’è un nesso tra tre fatti di
aree così lontane tra loro?
Nel
corso del VI secolo a.C. le “colonie” greche di Asia minore sono tributarie dei
re della Lidia. Cosa vuol dire ciò? I greci coloniali sono sotto il controllo
della Lidia, e pagano un tributo. In cambio di questo, godono di una
sostanziale autonomia rispetto al potere centrale: possono, cioè, continuare a
vivere come hanno sempre vissuto, con i loro usi costumi e schema politico ed
economico, centrato sul mercato e sulla libera iniziativa individuale. In
cambio del tributo, il re si fa garante dell’ordine e dello status quo, e a
proposito dei rapporti con l’estero orientale.
Nel
547 il regno di Media diventa regno persiano sotto la guida di Ciro il vecchio,
e Creso, re di Lidia, comincia a temere che i nuovi vicini non ci metteranno
molto ad aggredire la Lidia, in una prevedibile politica di espansione
territoriale. E dichiara guerra a Ciro, ed in men che non si dica si ritrova
sconfitto a sistemato sul rogo, da cui solo il caso lo salva. Forse lo
racconteremo più in là. La situazione dei coloni greci cambia radicalmente:
erano autonomi sotto Creso, ma Ciro li vuole inglobare in una delle tante
satrapìe (i romani avrebbero detto province, e noi moderni colonie) del suo
immenso regno. Fine dell’autonomia, e inserimento forzoso nell’organizzazione
persiana, fortemente centralistica e ad ECONOMIA ANTICO ORIENTALE.
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Economia
antico orientale: è caratterizzata da una forte pianificazione dal centro,
che stabilisce il tipo e la quantità di prodotti che ogni singola zona deve
fornire. Il prodotto viene ammassato al centro, e poi redistribuito sulla
scorta dei meriti e delle possibilità. Il residuo viene trasferito in altre
satrapie, così che il sistema garantisce a tutti la possibilità di
approvvigionarsi del necessario. In classe ho sempre fatto questo esempio:
una zona produce grano e quindi farina, un’altra pomodoro, un’altra ancora
mozzarella, un’altra olio, e nessuna è in grado di farsi una bella pizza
napoletana. Scambiandosi i prodotti tramite il centro, ci si mette nelle
condizioni di farsi la pizza, tutti. E poi arriva quello che produce la
birra… La proprietà privata dei MEZZI DI PRODUZIONE della vita quasi non
esiste, se non per premio da parte del re o del satrapo, ma non incide sul
sistema centralizzato. La proprietà di tutto è comune, e la comunità si
incarna della persona del re. In assenza di proprietà privata dei mezzi di
produzione, parlare di schiavitù è fuori luogo, essendo lo schiavo parte di
una proprietà privata, che in questo sistema – vagamente comunistico – non
esiste. Tutti, se precettati, sono tenuti a prestare la loro opera, specie
per altri lavori di interesse collettivo: i canali in Mesopotamia ed in
Egitto per regolare i flussi di Tigri Eufrate e Nilo, o edificare piramidi e
templi egizi. E questo non è schiavitù ma LAVORO COATTO. Tutte le realtà
statali, anche quella micenea, erano organizzate così. Ma poi i greci……Il
faraone non voleva fare schiavi gli ebrei, ma omologarli agli egizi: fine
della stirpe ebraica! E Mosè se li portò via.
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I
greci, qualora si fossero integrati nel sistema antico orientale, come Ciro
esigeva, avrebbero perduto l’identità culturale, il modo di vivere, l’autonomia
in tutto e per tutto. Voleva dire per loro quasi morire. E, morti per morti,
tentarono la via dell’insurrezione. E Mileto ne fu a capo. Nelle poleis greche
d’Asia minore viveva una popolazione di varia provenienza, che, con nome
collettivo chiamiamo Ioni, con forte prevalenza attica, ma anche robusta
presenza di altri ceppi greci, ad iniziare dagli eoli. Questi erano ciò che
restava di una iniziale colonizzazione d’epoca micenea (la guerra di Troia
probabilmente fu opera di questi micenei ed alcuni provenienti dalla
madrepatria). Nel 510 la tensione strisciante tra coloni e persiani si fece
ribellione aperta, che si concluse nel 499 con la distruzione di Mileto. Solo
Atene aveva provato ad aiutare i compatrioti, ma questo servì a dare ai persiani il pretesto di progettare
la sottomissione della Grecia. Dopo le guerre persiane Mileto fu ricostruita,
ed allora per la prima volta nella storia ci si servì di un piano regolatore,
cioè una sistemazione urbanistica ex novo, razionale, geometrica, elaborata a tavolino da
Ippodamo.
Ma
la caduta di Mileto provocò uno straordinario effetto domino qui da noi in
Italia. Sulla Calabria ionica si affacciava la città ionica di Sibari, in
perenne contesa con i greci di Crotone. Era ricca Sibari, ed il suo tenore di
vita lussuoso e raffinato divenne proverbiale: “Ricco e raffinato come un
sibarita”, si diceva. Donde traeva la sua ricchezza? Da due fonti: il suo
territorio, irrigato dal fiume Crati, era una piana fertile e produttiva; ma, soprattutto,
Sibari era uno straordinario snodo di scambio mercantile tra occidente ed
oriente. Facciamo un itinerario standard: dalla Britannia, attraverso i fiumi
(Senna e Rodano), argento stagno ambra e lana raggiungevano la colonia greca di
Marsiglia, alla foce del Rodano; le navi costeggiavano l’Etruria o anche Sardegna
e Corsica, arrivavano a Pixunte (nel golfo di Policastro), scaricavano e le
merci erano trasferite a Sibari in un percorso terrestre dal Tirreno allo Ionio
(si risparmiavano la navigazione intorno a Calabria e Sicilia). Da Sibari
riprendevano il mare, destinazione Mileto, nodo di scambio mercantile tra
Mediterraneo ed interno dell’Asia, fino all’India. Va da sé che altre merci
andavano in senso contrario. La guerra tra Mileto e la Persia interruppe questo
flusso e reciproco sostegno con Sibari. Crotone approfittò della debolezza di
Sibari, deviò il corso del fiume Crati, e distrusse la rivale.
Anche
per gli etruschi fu un disastro. Nel corso del VI secolo avevano avuto una fase
di espansione, che li aveva portati fino in Campania. Si erano collegati a
Sibari, e quindi a Mileto, ed il contraccolpo per la caduta dei suoi “soci” in
affari si era fatto sentire. Già nel 547 l’arrivo dei persiani in Lidia aveva
avuto effetti negativi sui loro traffici. Nel 524 il tiranno di Cuma,
Aristodemo, li aveva sconfitti in una importante battaglia nel territorio di
Cuma. Ma nel 510 la rivolta di Mileto e la distruzione di Sibari avevano
determinato una situazione critica. Una trentina di anni dopo (474), il tiranno
Ierone I di Siracusa sconfisse gli etruschi nelle acque di Cuma, e li costrinse
ad abbandonare la Campania. Inizia la decadenza degli etruschi.
Gli
effetti di questo terremoto politico internazionale si sentirono anche a Roma.
Da qualche decennio a Roma regnavano dinastie etrusche, che avevano
ridimensionato il ruolo dei primitivi abitatori. L’ultimo dei re, Tarquinio
detto il superbo, era fuori città impegnato in una vicenda bellica. A Roma si
approfittò della sua assenza, per cacciare gli etruschi e rivoluzionare il
sistema. Era il 510, e Giunio Bruto e Tarquinio Collatino si misero a capo di
una congiura anti monarchica, e, quando il re tornò, gli chiusero le porte in
faccia ed anche l’esercito l’abbandonò. Bruto e Collatino furono, dunque, i primi
consoli (anche se ancora non si chiamavano così): basta con il potere assoluto
ed a vita dei re, non più magistrature lunghe (un anno la durata normale) e
gestite da uno solo (si affermò il criterio della collegialità: due consoli,
due pretori eccetera), ed intervallo di tempo tra una carica e l’altra, onde
impedire un potere troppo lungo. Si deliberò di cacciare tutti gli etruschi, ed
anche Collatino (si chiamava Tarquinio!) se ne dovette andare, benché artefice
della rivoluzione, ed il suo posto fu preso da Valerio Publicola. Dura lex, sed
lex!
Ma
Tarquinio il superbo non si arrese facilmente: ordì una trama per sovvertire il
nuovo potere, e coinvolse diversi cittadini romani, che vivevano a Roma. Tra
questi anche i due figli di Bruto. Quando la congiura fu scoperta, i congiurati
furono condannati a morte, compresi i due figli di Bruto. Il magistrato
prevalse sul padre: con la morte nel cuore fece eseguire la sentenza capitale,
perché l’interesse della repubblica deve prevalere sull’interesse privato (non
vi pare di stare al giorno d’oggi?). Da quel fatto in poi, quale magistrato mai
sarebbe stato indulgente con i colpevoli di reati gravi, visto il comportamento
di Bruto? DURA LEX, SED LEX, sentenziarono i nostri antenati. La durezza
colpisce e fa ribrezzo, ma la legge sancisce un contratto sociale infrangibile,
se non si vuole minare il rapporto di fiducia tra i contraenti. Più di cento
anni dopo, ad Atene, fu eseguita la condanna capitale contro Socrate: avrebbe
potuto fuggire e salvarsi, ma lui, proprio per rispetto delle leggi, rifiutò e
morì. La legge si può modificare, in tutto o in parte, la si può abrogare, ma
finché esiste, è la pietra angolare della società civile, e non la si può
infrangere. E le leggi ad personam sono un insulto al diritto: peculiarità
della legge, infatti, è che mette tutti su un piano di parità, com’era
nell’agorà greca e nel foro romano. La legge ad personam è la negazione della
parità e della legalità, e la comunità è a rischio. Anche una sola eccezione
distrugge la democrazia. E l’eccezione non la può sancire nemmeno un plebiscito
(un plebiscito mandò a morte Cristo!!!). Per queste prime vicende della neonata
repubblica romana mi affido al racconto di Tito Livio.
Nei
secoli immediatamente seguenti due personaggi, il già citato Manlio Torquato e
Papirio Cursore (durante la lotta con i sanniti), tennero il comportamento di
Bruto, a ribadire la sottomissione di tutti alla legge, crisma della
democrazia. La repubblica, con le sue leggi, è il bene più prezioso tra tutti.
Nel
509 tra romani e cartaginesi fu stipulato il primo trattato: Cartagine era già
potente e Roma una piccola città. Ma i cartaginesi la volevano potenziare,
perché facesse da tappo all’espansione etrusca verso sud, e greca verso nord.
Etruschi e greci, i concorrenti mercantili dei cartaginesi. Mai potevano
immaginare che si stavano allevando la serpe in seno!
DOVE
SONO LE DIVERSITA’ CON I GIORNI D’OGGI?
E
domenica prossima – 8 marzo – SAFFO! Riappropriamoci del simbolo (la festa
della donna), sottraendolo alla speculazione commerciale e consumistica,
celebrando una delle più alte voci poetiche al femminile, e forse la più antica
che ci sia arrivata. Era un’assatanata lesbica Saffo? Ma nemmeno per sogno!!!
Il
pifferaio tragico (di Fulvio Marino)
Prenotabile
presso tutte le librerie Feltrinelli d’Italia
O
presso il sito ilmiolibro.it (l’Espresso)
Il
sottotitolo è “Dove vai, Italia?”. Un quadro preoccupante dei giorni nostri,
specie in confronto con le memorie recenti. Ma una proposta c’è. Ancora non
tutto è perduto, ma il tempo stringe, prima di ritrovarsi in un nuovo medio
evo, e chi sa quanto lungo……




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