LA PRIMAVERA , E POI I NOTTURNI
(nella poesia antica e non solo)
SUGGERIMENTO: prima di
abbandonarvi alla lettura, mettete nello stereo la Primavera di Vivaldi e la
sesta sinfonia di Beethoven (la pastorale). E prima dei notturni, il notturno
n. 2 di Chopin in mi bemolle, o anche il n. 1 in si bemolle.. (Le traduzioni
sono mie, tranne l’ultima, ed ho cercato di farle letterali, con il medesimo ordine espositivo originale).
LUCREZIO (I
secolo a.C., età di Cesare) : proemio del De rerum Natura
Te,
o dea, te fuggono i venti, te le nuvole del cielo/
(te)
ed il tuo arrivo. A te la terra operosa i dolci/
fiori
sommette, a te sorridono le distese del mare, /
e
placato risplende di luce diffusa il
cielo./
Appena
si spalanca infatti l’immagine primaverile del giorno/
e
libera trionfa dello zefiro l’aura nutrice,/
subito
gli aerei uccelli te, o divina, ed il tuo/
arrivo
manifestano, colpiti nel cuore dalla tua potenza./
Poi
subito i branchi selvatici scorrazzano sui pascoli fertili/
e
guadano i rapidi rivi: così ogni specie dal piacere presa/
ti
segue desiderosa, dove ognuna tu spingi ad andare./
Infine
per i mari ed i monti ed i fiumi rapaci/
e
degli uccelli le case frondose e le
verdeggianti campagne ,/
a
tutti instillando nel petto il piacer dell’amore,/
tu
fai sì che vogliose le stirpi si riproducano ancora.
Sono
alcuni versi del proemio dell’opera lucreziana. La dea, qui celebrata, in
apparenza è Venere, in realtà è la voluptas, quel meccanismo misterioso e
naturale nello stesso tempo, che allaccia al piacere sessuale la riproduzione e
quindi la propagazione della specie, generatim dice il poeta, cioè specie per
specie. Un piccolo inganno da parte della natura. L’atto sessuale è
caratterizzato dal piacere, ma si porta dietro la procreazione e la riproduzione. L’avvento
della primavera, nella personificazione ed identificazione con Venere, scatena
le stirpi dopo il sonno invernale. E gli uccelli con la loro attività frenetica
sono i primi a dare il segno che la natura sta per risvegliarsi. Lo avete notato?
Ma quanto mi piace il quarto verso!!! Quale sinfonia di
luce!
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ORAZIO (I secolo
a.C., tempo di Augusto). Dalle Odi (Carmina)
Si
son dileguate le nevi, ritornano ormai nei campi le spighe /
e
le chiome sugli alberi;/
cambia
aspetto la terra, e riducendosi i fiumi/
scivolano
lungo le rive,/
azzarda
la Grazia insieme alle ninfe e le sorelle gemelle/
a
menare nuda le danze./
Ma
tu non sperare nell’immortalità, ti suggerisce l’anno e l’ora/
che
si porta via il giorno di vita….
E’
la settima ode del IV libro: la rinascita primaverile della natura ed il suo
eterno ritorno può indurti in errore, e
farti credere che anche per te sarà così nei secoli dei secoli, com’è per la
natura. Sarebbe un errore fatale. Perciò
Ciò
che domani sarà, evita di starlo a chiedere, e/
ogni
giorno che ti darà la sorte, all’attivo/
mettilo,
ed i dolci amori/
non
trascurare, finché giovane, né le danze,/
fino
a quando da te verdeggiante la canizie è lontana/
che
attarda. Ora il campo Marzio e le piazze/
e
i lievi sul far della sera sussurri/
si
rinnovino all’ora dell’appuntamento;/
adesso
anche la risata che incanta della fanciulla/
e
la svela nascosta nell’angolo buio,/
ed
il pegno sfilato al suo braccio/
o
al dito che resiste, per finta.
Strepitosa
schermaglia amorosa di due giovani in amore: lei nascosta nel buio, e lui che
arriva all’ora stabilita, e non la vede, e magari scruta ed investiga nervoso.
Questo fa ridere la ragazza, ed il suono della risata e forse il brillare dei
denti la segnalano. E lui finge di punirla, sottraendole il bracciale
dall’avambraccio o l’anello dal dito che resiste, ma per finta (digito male pertinaci). Che delizia quel dito che resiste per finta:
dolce ipocrisia, per godere con un sotterfugio del piacere di un contatto
fisico senza darlo a vedere! Se lo gustavano il tempo – poveretti loro! -, e
non lo risparmiavano con i nostri strumenti, che fanno risparmiare tempo, ed
invece ce lo sottraggono. Il ritmo naturale dettava i tempi, e tutto era
assaporato stilla per stilla, attimo per attimo. Sei giovane, sei nella
primavera della vita, il tepore è primaverile, ed allora non rinviare (vedi il
post su Carpe diem). Ma anche per chi è un pochino stagionato il recupero del
ritmo naturale sarebbe una grossa conquista. Difficile? Forse. Comincia intanto
a provarci, spegnendo la TV per una sera, ed uscendo. Non ci riesci? Hai
ragione, stai messo male! Ma dipende da te. Nel film “Basilicata coast to
coast” i nostri eroi, che viaggiano a piedi per assaporare lo spazio e la
distanza, arrivano in un casolare di campagna, in cui non c’è la corrente.
“Quindi – domanda uno di loro – la sera niente TV?”. “E’ così” risponde il
padrone di casa, un contadino cotto dal sole e sorridente. “Ma allora, che
guardi la sera?”. “Guardo mia moglie!”. Una contadina con tutte le
caratteristiche, ma a lui pareva bellissima, e lei tale si sentiva, grazie a
lui. Capita pure a voi, vero?
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Quant’è
bella giovinezza,/ che si fugge tuttavia!/ chi vuol esser lieto sia,/ del doman
non c’è certezza.
E
chi non li conosce questi versi? Sono di Lorenzo de’ Medici, detto il
Magnifico, detto anche l’ago della bilancia della politica italiana nel primo
500. Insomma un uomo della provvidenza, un Pericle fiorentino. Morto Lorenzo,
tutta la sua costruzione politica franò, e forse era inevitabile, e l’Italia
divenne il campo di battaglia dei grandi regni, che si erano formati in Europa.
Un disastro, come Pericle per Atene. E questi sono stati i migliori! Figurarsi
gli altri! Fino ad arrivare ai tempi nostri, con i Silvio, i Beppe, i
Matteo primo e secondo, neanche
lontanamente accostabili a Lorenzo ed a Pericle, per spessore morale né
culturale. IL NOSTRO DESTINO CE LO FACCIAMO DA SOLI.
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LEOPARDI
(A Silvia)
Era
il maggio odoroso: e tu solevi/ così menare il giorno./ Io gli studi leggiadri/
talor lasciando e le sudate carte,/ ove il tempo mio primo/ e di me si spendea la miglior parte,/ d’in su i veroni del
paterno ostello/ porgea gli orecchi al suon della tua voce,/ ed alla man
veloce/ che percorrea la faticosa tela./ Mirava il ciel sereno,/ le vie dorate
e gli orti,/ e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Il
nostro Giacomino, da come accarezza il paesaggio, quale gli emergeva dalla
memoria, appare un innamorato della vita e delle sue manifestazioni. Un
innamorato tradito e deluso dalla natura, prima madre, ma poi matrigna. E la
sua condizione di salute cagionevole e tutto il resto non c’entrano nulla con
la sua visione pessimistica delle cose: direbbe le medesime cose, se fosse Brad
Pitt, perché la natura riserva a tutti lo stesso destino, come dice in questa
famosa poesia: la tomba! Ma quanta dolcezza, quanto amore, quanto trasporto di
fronte allo spettacolo della natura! Per un momento il destino è dimenticato. E
più volte questo l’ha dovuto chiarire, e dovrebbe anche oggi.
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OMERO, Iliade
VIII 555 e seguenti. NOTTURNO
Come
quando nel cielo gli astri alla limpida luna intorno/
si
mostrano brillanti, e quando priva di
vento è l’aria:/
si
rivelano tutte le cime ed i promontori elevati/
e
le valli; nel cielo l’etere immenso è infranto/
e
tutte si vedon le stelle, e si bea nel cuore
il pastore….
E’
la prima parte di una similitudine (ne parleremo più in là), ed Omero ci
risulta il primo poeta ad incantarsi davanti allo spettacolo del creato di
notte, con quella volta celeste che si sfonda giù giù giù... , fino a rivelare
tutte le stelle. Chi tra noi non s’è incantato almeno una volta, come il
pastore?
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ALCMANE (poeta
arcaico di lirica corale e di area e cultura peloponnesiaca, quindi spartana)
Dormono de’ monti le
vette e le valli/
e i picchi e i burroni/
e quanti esseri, che
fogliano e che serpono, nutre la nera/ terra,/
e le fiere montane e la
schiatta delle api/
e i mostri nei gorghi
dell’iridato mare,/
e dormono degli uccelli/
i popoli, dall’ampio
alare (traduzione di Giovanni Pascoli)


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