sabato 31 gennaio 2015

PUBLIO CORNELIO SCIPIONE L’AFRICANO MAGGIORE
Il giocatore di scacchi

Aveva solo 17 anni Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano, quando, nel 218 a.C., ebbe il primo incontro ravvicinato con Annibale. Era la battaglia sul Ticino, e fu la prima amarezza delle tante  patite da Roma per la durata di sedici anni (tanto restò Annibale in Italia: si è calcolato che i romani ci abbiano rimesso 300 mila morti!!! E si dice che, in percentuale, ci fu un dispiegamento di forze e di mezzi, superiore a quelli dell’Italia nella prima guerra mondiale!). Publio, benché diciassettenne, ma ben messo nel fisico, si distinse per valore e salvò il padre e lo zio rimasti feriti.
Data l’età, a nessuno passò per la testa di affidargli le legioni. Lui seguì da vicino il modo di agire di Annibale sul piano militare, e ci ragionò sopra, fino ad arrivare a delle conclusioni. Elaborò un piano strategico. Proprio come fa uno scacchista sulla scacchiera. E l’obiettivo strategico finale era costringere Annibale a sloggiare dall’Italia. Come prima mossa, Publio si fece mandare in Spagna.
Per la Spagna, infatti, passava la via dei rifornimenti per l’esercito di Annibale, e lui aveva aperto la strada con il suo leggendario passaggio di Pirenei ed Alpi. Perché non per il mare? Prima della prima guerra punica i cartaginesi, di origine fenicia e quindi grandi navigatori, erano superiori ai romani sul mare. Ma, durante il primo conflitto, i romani, consapevoli della loro inferiorità marinara, s’erano inventati il sistema dei ponti corvi, passarelle uncinate di legno con cui agganciavano le navi nemiche per assalirle, mentre il combattimento tradizionale mirava allo speronamento. Finita la guerra, mentre Cartagine ebbe un periodo di grave crisi politica, i romani fecero progressi prodigiosi nella marineria, e dominavano il mare. Quindi da Cartagine (Tunisi) gli aiuti potevano arrivare solo per via terrestre.
Tanto più che in Iberia (Spagna) i cartaginesi avevano costruito una città, Nuova Cartagine (=Cartagena), una vera fortezza inespugnabile. Ed infatti Scipione non riusciva a venirne a capo. Tuttavia la presenza romana aveva bloccato il flusso verso l’Italia. Ma aveva fatto in tempo a passare Asdrubale, fratello di Annibale, che si diresse verso l’Italia, per riunirsi con il fratello ed insieme attaccare Roma direttamente. Ma venne intercettato sul fiume Metauro, in Romagna, e morirono tutti i suoi soldati e lui stesso. Ma questa storia merita un racconto a parte, che, vedrete, è meglio di un film.
Gli indigeni dell’Iberia mal sopportavano il dispotismo cartaginese – tranne quelli che, come sempre avviene in presenza di una guerra, pensarono cinicamente di sfruttare la situazione, mettendosi al servizio dell’invasore - , dato che i punici la facevano da padroni. E si allearono con i romani. Un lato della fortezza di Nuova Cartagine era protetto da una bassa palude, bassa, ma sufficiente ad impedire assalti da quella parte. Gli iberici, però, rivelarono a Scipione che, in certi giorni dell’anno, si alzava un vento così forte, ma così forte che spostava tutta l’acqua ed asciugava il suolo. E si stava avvicinando uno di quei giorni. Al momento giusto Scipione sferrò un violento attacco contro la parte opposta alla palude, e lì accorsero tutti i cartaginesi, lasciando incustodita la zona sulla palude: tanto c’era la palude! E fu allora che reparti predisposti ad hoc da Publio, attaccarono il lato lasciato incustodito, ma ora asciutto, ed entrarono nella fortezza. Fine dei rifornimenti!
Tornato a Roma, Scipione prese a sostenere che era giunto il momento di portare la guerra in Africa. Ma dovette fare i conti con i suoi avversari politici. Qui è necessario chiarire qualcosa. Noi diciamo Roma Atene Cartagine come se ognuna di queste fosse un unico blocco. In realtà all’interno di queste città la dialettica politica (alla Hegel o alla Marx, come preferite)vedeva l’opposizione tra proprietari terrieri (antichi detentori del potere economico e quindi politico), e mercanti (vedi anche il post su Temistocle), una nuova categoria di ricchi, che miravano ad una gestione a loro vantaggiosa di economia e politica, ma osteggiata dai vecchi egemoni. In Roma e in quel momento gli Scipioni, benché di antica aristocrazia, miravano all’affermazione politica personale, appoggiandosi al ceto mercantile. Dunque i “conservatori” romani non vedevano di buon occhio la prospettiva politica (rischiosa per loro) di un successo del massimo rappresentante della parte avversa. Una domanda: c’è differenza con le dinamiche politiche di oggi? E fu facile per loro ottenere anche l’appoggio del popolo, ricordando che Annibale era ancora in Italia, e non era saggio spostare armati in Africa. Al massimo – concessero – Scipione faccia da solo: metta insieme un esercito e faccia quello che vuole. Non lo ritenevano capace di tanto, ma lui invece lo fece. Si portò in Sicilia, dove trovò ed arruolò gli otto mila superstiti della battaglia di Canne (che stavano là dal 216, ma anche questa è storia che merita un racconto a parte: ha dell’incredibile, ed invece è STORIA! Di cosa non sono stati capaci i nostri antenati! Se solo recuperassimo una frazione della loro valentia! Intanto però impariamo a conoscerli meglio). E partì per l’Africa.
Ma non attaccò direttamente Cartagine. Non sarebbe stato prudente, perché verso oriente vi erano diverse piazzeforti cartaginesi, che andavano eliminate, onde evitare un attacco alle spalle durante l’assedio. E lui le prese ad una ad una (lo scacchista!), finché non restò l’ostacolo più grosso, due accampamenti, uno numidico ed uno cartaginese. La Numidia corrisponde grosso modo alla Mauritania, ed era uscita da una grave crisi dinastica, grazie all’intervento cartaginese, per cui re divenne Siface che si alleò con i punici, mentre il suo rivale, Massinissa, si schierò con i romani, e tutt’e due garantivano pregevoli truppe di cavalleria. Bene! Scipione provò a prenderli con la forza, ma non ci riusciva. Giocò d’astuzia: finse di volere intavolare delle trattative, e per questo mandò dei suoi luogotenenti a parlare con i capi cartaginesi nell’accampamento. Era uso che una delegazione si presentasse con un codazzo di servi e schiavi per le necessità materiali dei delegati. E mentre si svolgevano i confronti diplomatici, questi servi se ne andavano in giro a curiosare nell’accampamento. Tanto nessuno badava a degli schiavi! Ma Scipione aveva fatto travestire da schiavi i suoi migliori esperti di costruzione di accampamenti, e questi giravano senza controllo, facendosi i selfies, pardon!, memorizzando a puntino ciò che vedevano. Finite le consultazioni, la delegazione romana tornò da Scipione, con l’impegno ad andare di nuovo l’indomani, per portare le novità da parte del console. Invece in piena notte i romani assalirono con proiettili incendiari quei settori dell’accampamento numidico considerati più esposti. Il fuoco provocò una gran confusione, ma nessuno sospettò l’attacco romano. I cartaginesi, anzi, accorsero in aiuto dei loro alleati, ma su entrambi piombarono i romani, che ebbero partita vinta. I cartaginesi fecero un ultimo tentativo di resistere, ma ai Campi Magni furono sbaragliati. La strada per Cartagine era spianata!
Scipione si presentò sotto le mura di Cartagine, ed intimò la resa, dettando anche le condizioni. Ma accettò la tregua proposta dai cartaginesi, perché richiamassero Annibale in patria: l’aveva iniziata lui la guerra, dicevano, che la risolvesse lui! Anche in Cartagine si opponevano due partiti, i proprietari terrieri, che proponevano un’espansione nella terra d’Africa , e facevano capo alla famiglia degli Annoni; ed i mercanti, conquistatori ed imperialisti, che avevano nella famiglia Barca, quella di Annibale, l’elemento di punta. E Annibale, bestemmiando come un turco (non me ne vogliano i turchi, si dice così, senza malizia), pur non essendo mai stato sconfitto, dovette lasciare l’Italia. SCACCO MATTO!
Narra Livio che Annibale provò a giocare d’astuzia. Chiese ed ottenne un colloquio con il giovane rivale, lo colmò di elogi, e gli propose di lasciare le cose come stavano: lui si impegnava a rimanere in Africa, e Scipione se ne tornasse in Italia, ché i romani l’avrebbero adorato, per aver costretto Annibale ad andarsene. Scipione gli rispose che non era il caso per Annibale di fare il furbo: “Se domani mi costringi a combattere, due sono gli esiti possibili: o vinci tu, o vinco io. Ma, se vinci tu, allora sì che siamo al punto di partenza,  se invece vinco io, per voi è finita! Decidi tu. A Cartagine conoscono le condizioni. Se non mi costringi a combattere, valgono quelle che sanno, ma se vinco, metteremo sul conto anche questa battaglia.”. E Annibale, per ragioni politiche interne, si vide costretto alla battaglia. E fu la prima ed unica sconfitta per lui: 18 ottobre 202 avanti Cristo, a Naraggara, presso Zama.
Un trionfo mai visto prima accolse Scipione al suo rientro a Roma: 16 anni, tanto era durata la presenza di Annibale in Italia, con 300 mila morti, ed un terrore panico difficile da sradicare dall’animo romano. “ANNIBALE ALLE PORTE!”, si esclamava con terrore anche secoli dopo, quando si profilava un pericolo per la città. Scipione poi amava far credere di essere anche lui l’UNTO DEL SIGNORE: andava spesso nel tempio di Giove nel foro, a parlare con il dio, diceva, che gli aveva suggerito tutte le mosse. E creò intorno a sé un fenomeno di culto della personalità.
I suoi avversari politici, però, non si arresero. Riuscirono a coinvolgerlo in una storiaccia di concussione (di cui il responsabile era quasi sicuramente il fratello Lucio), in margine alla guerra contro Antioco III di Siria: era LA MACCHINA DEL FANGO (non abbiamo inventato nemmeno quella!). E Publio, indispettito perché si era dubitato di lui, preferì andarsene in volontario e dorato esilio in Campania, in una villa a Literno, che dà il nome all’odierna località, Villa Literno. E si narra che andandosene promise di non mettere mai più piede a Roma:
INGRATA PATRIA NON AVRAI LE MIE OSSA.  E così fu. E morì qualche mese prima che Annibale si suicidasse. I due grandi nemici uscirono insieme dalla Storia: sotto a chi tocca!
Molto divertente e ben fatto è il film di Magni: “Scipione detto anche l’Africano”. Grandi attori!
DOMENICA PROSSIMA VEDREMO COME E PERCHE’ NASCE LA DEMOCRAZIA (IN GRECIA).



lunedì 26 gennaio 2015


MA TU TI VUOI ALMENO UN POCHINO DI BENE? SIII’? E ALLORA FERMA LA TUA CORSA PER 10-15 MINUTI (TOGLILI ALLA TV), LEGGI QUESTO POST (ANCHE SE LUNGO, NON MORIRAI), E DONA UN PO’ DI NUTRIMENTO AL TUO SPIRITO. COME DICI? NON HAI TEMPO? PROVA A SPEGNERE LA TV, NE AVRAI PIACERE, DOPPIO. TE LO GARANTISCO! ABBASSO IL FAST FOOD CULTURALE (MA ANCHE QUELLO ALIMENTARE)!!!
FONDAZIONE DI ROMA

L’immagine allegata mostra l’isola tiberina e dintorni. Il Tevere sta piegando verso occidente, diretto al mare non lontano. A sinistra dell’isola (rispetto alla corrente del fiume) è indicato il Campidoglio, e poi il Palatino. Stiamo parlando dell’area su cui nasce Roma. I due colli presentano una sola via d’accesso ciascuno, essendo i lati quasi tutti scoscesi ed inaccessibili: ottima premessa per la sicurezza. Insieme alle altre alture (Celio, Oppio, Velia, Esquilino, Fagutale, Cermalo, e poi  Quirinale, Viminale, e successivamente in tarda repubblica Gianicolo), là dove in epoca imperiale (80 d.C., imperatore Tito) sorgerà il Colosseo, si trova un piccolo lago, mentre in quella che sarà l’area del Foro c’è una palude. Una morfologia quanto mai propizia per la sicurezza.
La vicinanza del Tevere garantisce, insieme ai pozzi (gli acquedotti verranno dopo, a partire dal IV secolo), rifornimento di acqua dolce ed una via per muoversi da una zona all’altra (non vi sono strade, ed abbiamo visto – nel post dedicato ad Appio Claudio - che la prima grande strada – l’Appia – è opera di Appio Claudio Cieco nel IV secolo). Inoltre costituisce un ostacolo naturale per attacchi dal nord (etruschi). L’isola tiberina, così vicina ai primi colli di Roma, permette l’attraversamento del fiume mediante la costruzione di due ponti piccoli, che si poggiano su di lei, cosa più agevole rispetto ad un ponte unico grande, ancora fuori della portata ingegneristica del tempo (stiamo parlando dell’VIII secolo a.C.). In caso di attacco dal nord, è sufficiente tagliarne una parte, visto che sono di legno (vedi la leggenda di Orazio Coclite).
Su queste colline della riva sinistra del Tevere, con arrivi scaglionati nel tempo, si insediano clan familiari a partire dall’anno 1000 circa a.C.. Sono clan patriarcali e patrilineari (= di padre in figlio maschio, il primo), ed ogni clan costituisce una piccola monarchia assoluta, al cui vertice c’è l’anziano discendente diretto del capostipite, il PATER FAMILIAS, che ha autorità su tutto e su tutti, vita e morte comprese.
Va detto subito che il vocabolo latino FAMILIA, da cui discende il nostro “famiglia”, è per etimologia da collegare a FAMULUS, che significa “persona di servizio” (non schiavo, che in latino si dice SERVUS, ma la schiavitù si affermerà a Roma più tardi), quindi familia è un nome collettivo, che sta ad indicare l’insieme delle persone, che a vario titolo vivono o frequentano la casa del pater, che quindi è il PATER FAMILIAS, ovverosia il capo assoluto di tutti ed a cui tutti devono obbedienza. Alla sua morte il suo ruolo spetterà al primogenito maschio nella sua discendenza diretta. Parlando per schemi, l’aggregazione di più clan familiari in relazione a problemi comuni a tutti, determina la tribù.
La piccola valle, che diverrà il Foro, è una palude, malarica e quindi disabitata, ed è adibita tra l’XI e l’VIII secolo a zona destinata alle sepolture. Nell’antiquarium del Foro è possibile vedere alcuni esemplari delle tombe ritrovate e che risalgono a quel tempo (060608 per prenotare la visita). Sono visibili sia le tombe ad inumazione,  un tronco scavato per cassa  con tanto di scheletro proprietario e corredo funebre; sia le urne cinerarie (vedi foto), delle cassette di ceramica etrusca (bucchero) o di bronzo per la raccolta delle ceneri, il cui tetto è il coperchio, e queste cassette di sicuro riproducono la struttura architettonica delle capanne dette “romulee” (capanne italiche): si vuole che il defunto stia da morto in una struttura simile a quella che lo ha ospitato da vivo. Sul Palatino sono visibili i pavimenti delle cosiddette capanne romulee: hanno forma  ovale, e nella parte perimetrale presentano alcuni fori nel suolo, nei quali evidentemente alloggiavano i pali delle pareti esterne; c’è un foro al centro, in cui alloggiava il palo centrale, più alto degli altri, su cui poggiava un trave di corte dimensioni, da cui partivano i travetti che si ricollegavano con i pali perimetrali e formavano gli spioventi del tetto. Il tutto era tamponato da frasche paglia e fango, e tutt’intorno correva un canaletto per lo smaltimento dell’acqua piovana. Erano capanne adibite a rifugio per la notte e nei giorni di intemperie. Vi si accendeva un fuoco all’interno, che a lungo andare ha cotto il suolo, che ora ci è rimasto con i buchi. Sul Palatino, con l’intento di ricollegarsi simbolicamente ai primi abitatori di Roma,  pose la propria dimora Augusto, e dopo di lui altri imperatori: era il Palatium, il palazzo per antonomasia, riferimento inevitabile per tutti i palazzi imperiali della storia. Il Campidoglio (l’ARX, l’arce, punto più alto della città e fortificato), invece, ospitò i templi della triade capitolina (Giove Giunone Minerva), il tabularium, una sorta di ufficio del registro del tempo, ed altri edifici pubblici. Un insieme di villaggi, popolato da pecorai e contadini, in capanne di frasche e fango: questa fu la grande Roma, prima di divenire Roma.
A circa metà dell’VIII secolo a.C. i vari clan familiari si associano tra loro, e creano una realtà politica nuova che sovrasta tutte quelle precedenti. Nasce ROMA, più o meno alla data tradizionalmente indicata come data della fondazione già dai romani antichi, ed esattamente il 753 a.C.. Quindi la città non nasce per iniziativa di un mitico fondatore (Romolo), ma per un processo di aggregazione tra CLAN FAMILIARI (GENTES). Questi al momento erano un centinaio, ed i dati storici in nostro possesso lo confermano. I clan erano di varia provenienza, latina, sabina etrusca ed altro. Il primo nodo da sciogliere è quello della sede destinata ad ospitare questo aggregato sociale di clan. Non è pensabile collocarla su una delle alture, perché non diventi più importante delle altre. Ed allora si sceglie il centro geometrico dell’area, che va, a coincidere con la palude del Foro. Si scavano canalizzazioni, premessa della futura CLOACA MAXIMA la fogna principale , la cui uscita è tuttora visibile nei muraglioni del Tevere; si prosciuga e bonifica la valle del Foro , in cui si costruiscono gli edifici pubblici della neonata città. Ed il cimitero? Quello che c’è lo si interra, e le nuove sepolture si faranno sull’Esquilino. Ma poi Mecenate proprio sull’Esquilino (atras Esquilias, dirà Orazio, il lugubre Esquilino, dove deve passare, per andare dall’amico protettore) si costruirà la villa: le tombe si interrano e ricoprono, e da allora i morti verranno seppelliti sul colle Vaticano. Mi riferisco alle sepolture della gente comune. Le famiglie importanti, invece, costruiranno per sé e per la propria “familia” le tombe monumentali, che fiancheggiano le strade consolari.
Ma chi dirigerà la nuova città? Questa è il risultato dell’aggregazione di vari clan, ognuno dei quali governato dell’anziano (SENEX). Benissimo, il motore della città sarà l’insieme dei SENES, e l’organismo (così come la sua sede, chiamata anche Curia) si chiamerà SENATO. Il sostantivo che designa i senatori è PATRES, e questi ed i loro discendenti sono i PATRICII (patrizi), mentre tutti gli altri sono la PLEBS, che raccoglie nobili cadetti e cittadini non nobili, ricchi e poveri. Il senato si riunisce, discute, delibera, e poi illustra al popolo le decisioni per l’approvazione. Ma chi le realizzerà in concreto? Non possono provvedere certo delle persone anziane. Allora si sceglie uno che REGGA lo Stato nelle sue mani, ed abbia il potere ed il compito esecutivo: è il REX. Quindi inizialmente Roma è diretta da una monarchia, ma non dinastica ed ereditaria: morto il re, il senato ed il popolo SCELGONO il suo successore. Una monarchia elettiva, dunque, a vita ma molto poco assoluta, in quanto senato e popolo hanno un grosso potere di condizionamento per il re, quale non si riscontra in nessun’altra monarchia antica, e direi anche moderna fino al nostro 1600. Insomma direi che per Roma si può parlare fin da subito di uno SCHEMA costituzionale democratico, pur con i limiti di quel tempo (la sigla SPQR sta a significare il SENATO E IL POPOLO ROMANO, in collocazione – almeno teorica – paritaria). E’ singolare come, per altra strada (ne parlerò prossimamente), in quello stesso periodo anche e solo in Grecia ci si avvia ad una costituzione democratica. E le due aree si ignoravano a vicenda, quindi hanno raggiunto modalità organizzative simili, ma indipendentemente l’una dall’altra, e con genesi diversa. Il REX assomma nella sua persona le funzioni di massima autorità militare civile e religiosa.
Mi sa che i sette re furono più di sette (è un numero che sa di cabala: i sette saggi, i sette colli, le sette meraviglie, Tebe dalle sette porte,  e poi i sette vizi eccetera).
Cosa significhi la parola ROMA non lo sapevano nemmeno loro, neanche Cicerone, e resta il mistero. Si ipotizza un collegamento con il termine etrusco ruma (=corrente, sottinteso del Tevere), ma appare un po’ deboluccia. In greco antico Roma si chiamava Rome, ma, scritto minuscolo (rome), è un termine che significa “forza, potenza, energia”. I romani antichi, in perenne polemica reciproca con i greci, giustificavano il nome della città con il significato greco: perché questa città ha questo nome (Rome)? Perché ha la potenza (rome).  Ma scherzavano. Perché le leggende? Nel 391 una scorreria dei galli stanziati nella pianura padana (non si chiamava e NON SI CHIAMA Padania) arrivò fino in Campania, distruggendo tutto, anche Roma (tranne, forse, il Campidoglio), e tutti i documenti pubblici, allora conservati nella reggia (regia), divenuta sede dei pontefici dal 510 (fine della monarchia). Con la memoria collettiva e con quelle familiari ricostruirono la storia passata, ma, dove non c’era più il supporto documentale, crearono le leggende, con l’obiettivo di esaltare la Città. Quindi anche Romolo, figlio di Marte e discendente di Enea, figlio di Venere.
Per 240 anni circa (753-510) la città si resse a monarchia. Nel 510 a.C. in un sol colpo i romani si liberarono dell’ultimo re (Tarquinio il superbo), degli etruschi (tale infatti era costui e gli immediati predecessori), e del sistema monarchico, realizzando la repubblica. Perché proprio nel 510? Ne parleremo prossimamente. Per domenica prossima vi proporrò SCIPIONE L’AFRICANO, e ne leggerete – credo – delle belle.
Un’ultima cosa: l’isola tiberina fu adibita ad ospedale (santuario di Esculapio , nome latino del greco Asclepio, dio della medicina), ed oggi ospita l’ospedale Fatebenefratelli. Quando si dice il destino!

Oggi l’altura della Velia, prossima al Colosseo, è inutile che la cerchiate,  non c’è più: per il duce era di troppo, e la fece sbancare, per fare spazio a via dei fori imperiali, nelle sue farneticazioni romanoidi, che tanto bene hanno fatto all’Italia ed alla considerazione della civiltà latina. Trasformata in scenario di cartapesta (ma l’ha fatto anche Silvio, a Pratica di Mare, quando vi convennero i grandi della terra, e lui spiegò che quello era il sito dell’antica Lavinio, fondata da Enea, da cui sarebbero discesi Romolo e Remolo, proprio così, Remolo!), la si associa troppo semplicisticamente alla retorica imperiale, quella che ha portato il Paese a divenire campo di battaglia per la seconda guerra mondiale. All’insaputa degli idiotes ( per questo termine vedi il post su Pericle e Aspasia). Remo(lo) aveva due figli, Senio ed Ascanio, che, morto il padre, fuggirono in Etruria, dove fondarono Siena, che ha come emblema una lupa, pure lei..  A DOMENICA PROSSIMA CON SCIPIONE L’AFRICANO.

venerdì 23 gennaio 2015

LA SCUOLA
Guardate la foto: cinque ragazzini, e indossano il grembiule, pur trovandosi in un’aula sui generis, con le taniche e le botti. Questa scuola ha prodotto medici ed avvocati, ingegneri e fisici, insegnanti e giudici, notai, chimici, o anche semplici impiegati, ma molto molto capaci. Su quelle pagine di quaderno, quanti bastoncelli, quadrati, cerchietti, diagonali!..... si imparava a tenere in mano penna e matita in modo corretto, si usciva dalla V elementare che non si commettevano errori di ortografia, non si sbagliavano i calcoli, si aveva una idea abbastanza esatta della cronologia della storia patria e della geografia, almeno italiana, la geometria essenziale…….

Nostalgia? Non proprio, anzi per nulla. C’era di che cambiare: dall’impianto rigidamente selettivo, senza che si facesse molto per garantire a TUTTI uguali condizioni di partenza; all’impostazione largamente mnemonica e poco attenta alla logica da sviluppare; all’impostazione classista, eredità della scuola fascista e gentiliana, per cui la V elementare era la conclusione quasi scontata, tanto più che questo prevedeva la legge.
C’era di che cambiare, e gli anni 70 ci hanno generosamente provato, e per i primi tempi ci sono pure riusciti, pur tra mille contraddizioni. Per una decina d’anni, pur in assenza di un intervento organico e razionale di riforma (=adeguamento ai tempi) il prodotto scuola è stato di buona qualità, e per molti giovani intelligenti e volenterosi c’è stata l’opportunità di emanciparsi da un destino, in altri tempi,  già scritto, e garantirsi un’altra vita.
Poi….. poi la frenata, lo slittamento, la slavina, la frana di oggi. Apprendisti stregoni si sono alternati al capezzale della scuola ammalata, con terapie cervellotiche, con adozione di moduli già evidentemente fallimentari là dove erano stati adottati, hanno messo le loro mani fredde sul corpaccione ammalato solo di raffreddore, ed alla fine gli hanno fatto venire la polmonite. Quei ragazzini della foto, pur nella povertà dei mezzi, erano in grado di esibire una preparazione spesso superiore a quella che possono esibire i diciottenni di oggi (basta guardare qualche giochetto a quiz in TV).


E siamo arrivati all’oggi. Ciò che si sta preparando (non solo in Italia, ad onor del vero) è la costruzione dell’uomo ad una dimensione, quella del produttore/consumatore. La stella polare è l’economia, e si prende per buona e veritiera l’antinomia cultura umanistica-economia. E per cultura umanistica intendo storia lettere filosofia arte musica religione lingua straniera educazione civica eccetera. Non si riesce a capire che un giovane stimolato per tredici anni a far funzionare il cervello sulla scorta di un approccio umanistico (anche per le scienze) alla realtà, verrà fuori con strutture intellettive di prima qualità, eccellenti anche per la scelta centrata sull’economia (quanti eccellenti commercialisti ci sono oggi provenendo dai licei!). Due gli equivoci funesti: la scuola professionalizzante, e gli strumenti tecnologici, visti come panacea. E’ solo incompetenza, o volontà di portare il popolo ad esclusivi ruoli esecutivi? E in tale panorama, che fine fa la democrazia?

sabato 17 gennaio 2015




CARPE DIEM
Tu non domandare,
non è concesso agli uomini saperlo,
quale  la fine di vita a te, o Leuconoe *, quale a me
 gli dèi abbiano sancito,
e non stare a consultare
gli oroscopi babilonesi.

Sia che molti inverni
Giove abbia stabilito per noi,
sia che si riveli l’ultimo,
questo che ora sfianca il mar Tirreno
contro le opposte scogliere,
quant’è meglio accettare qualunque cosa sarà.

Sii saggia, spilla il vino
e dallo spazio breve della vita
 una lunga speranza toglila via.
Noi parliamo, e intanto se ne sarà andato
il tempo, ostile:
.

afferralo il tempo, fiduciosa nel domani
il meno che puoi.

·         Leoconoe, nome di una interlocutrice immaginaria. E’ un nome di impasto linguistico greco:  leukòs = bianco, nous= mente. Quindi ingenua, mente candida. O candida-mente
·         Il verbo càrpere indica il gesto di cogliere un frutto o un fiore. Qui l’uso è metaforico.

E’ inverno , e la scena è in un interno. Il freddo impedisce il lavoro, e la candida mente butta via il tempo a interrogarsi sul domani, e pretendere di prevederlo con l’aiuto degli oroscopi. Ma la razional mente la richiama alla realtà: cosa si può fare oggi? Spillare il vino e aggiungere abbondante legna sul fuoco, come dice in un’altra splendida ode. Questo è quello che puoi fare oggi: fallo, e non te ne privare, dietro pensieri vietati alla condizione umana, pur tuttavia capaci di distoglierti dal fare quello che puoi fare. Il domani è nella mente di Giove, quindi fuori della nostra portata, e preoccuparcene può recarci danno, con l’ impedirci di fruire dell’oggi, intanto.

Qualcuno traduce CARPE DIEM con “l’attimo fuggente”, che è stato anche titolo per un bel film e di successo. Ma non mi pare giusto. Sia la parola “attimo” che la parola “fuggente”, ed ancor più se messe insieme, hanno un che di angosciante e di angosciato, che può anche essere legittimo, ma non in Orazio. Il poeta è un epicureo convinto, anche se non proprio ortodosso, per qualche sua piccola eresia rispetto alla dottrina del Maestro. E per Epicuro è saggio colui che approda ad una condizione di vita serena. Questa – ma purtroppo raramente – ci può arrivare anche come grazioso dono del destino. Di solito, però, è una nostra conquista. Come? Selezionando i dati della vita, fino ad enucleare quelle pochissime cose, che sono veramente INDISPENSABILI ED INEVITABILI per vivere bene, così da ridurre al minimo minimo ciò da cui ci può venire turbamento. E meno cose sono importanti per noi, meno può succedere che vengano a mancarci, turbandoci. L’ASSENZA DI TURBAMENTO è la condizione base, perché noi si raggiunga quella condizione di spirito, che si chiama ATARASSIA (imperturbabilità, mancanza di turbamento). E’ il porto tranquillo del saggio, da cui osserva gli altri lottare accanitamente contro i marosi della vita. Detto per inciso, SAGGEZZA non è un capo di abbigliamento, da togliere ed indossare a seconda delle occasioni, ma uno stabile stato d’animo, che ci permette di affrontare le vicende della vita al meglio possibile per gli esseri umani. Non mi pare poco, né cosa da guardare con aria di compatimento e di sufficienza. Dunque, se il saggio epicureo è colui che ha costruito se stesso, in modo tale da evitare il turbamento dell’angoscia, allora si va fuori del giusto, se si attribuisce ad Orazio, poeta epicureo, un’esortazione carica d’angoscia, qual è “l’attimo fuggente”.

C’è anche la traduzione “cogli l’attimo”, che pare meno angosciante dell’altra, ma non tanto. “Vivi alla giornata”, è l’altra interpretazione che si incontra. Ma anche questa non si inquadra nel pensiero epicureo: il saggio arriva ad essere tale solo con un assiduo lavoro su se stesso, essendo la saggezza un progetto di vita, da costruire giorno dopo giorno, come un filo ininterrotto, che si dipana nel tempo, un giorno dopo l’altro, mentre “vivi alla giornata” mi pare che presupponga un atteggiamento del tipo “vediamo che succede”, ieri non conta, domani si vedrà: vale solo l’oggi. Ma l’oggi non esiste, direbbero Platone, S.Agostino e Bergson, oscillando esso tra ciò che non c’è più (il passato) e ciò che ancora non c’è (il futuro).

E allora? Il senso – anche alla luce di altre Odi ed altri componimenti oraziani – a me pare questo: la vita, giorno per giorno, offre ad ognuno di noi l’opportunità di fare qualcosa di bello, di buono, di utile, o anche di importante per noi e per gli altri. Bene! Fallo oggi, perché domani avrà altre opportunità, e forse non ci sarà spazio per qualcosa da fare oggi e rinviato a domani, e rischi di perderlo. Ma il bello il buono l’utile l’importante, come i loro contrari, presuppongono una fase di ricerca e costruzione, per definirli e stabilire che cosa essi siano: lavori che richiedono tempo, e mal si combinano con “vivi alla giornata”. Le opportunità non vanno rimandate, ancor meno per chiedersi su cosa sarà domani, perché può darsi che il domani non ci sarà (facciamo pure gli scongiuri, ma…), o forse le condizioni favorevoli di oggi non ci saranno domani, o forse noi saremo distratti da altro, e addio opportunità di oggi, te ne vai via, e per sempre!

In questo quadro d’assieme è implicita una conclusione: la morte, questo lo si sa, verrà inesorabilmente, e insieme alla vita ci porterà via tutto. Tutto, tranne QUELLO CHE AVREMO VISSUTO, se non  avremo sprecato il diem in cose inutili o irraggiungibili. Sempre su indicazione di Epicuro si può fare un elenco delle cose inutili, appresso alle quali noi dilapidiamo il tempo, anche oggi, ma ve ne faccio grazia. Solo una ne indico, la più perniciosa, perché si tira dietro molte altre: il denaro. E la filosofia epicurea è una filosofia ascetica, con i beni ridotti all’essenziale.

La morte , dunque, ci toglie la vita, ma nulla può contro quello che avremo vissuto. Quello resta, da qualche parte nell’esistente, chissà dove. Ma come si fa ad annullarlo? Neanche la morte può tanto.

A metà dell’ultima strofa c’è una straordinaria e modernissima intuizione poetica: “Noi parliamo, ed intanto il tempo SARA’ ANDATO via.”. SARA’ ANDATO, un futuro anteriore. Un futuro semplice sarebbe stato più tranquillizzante (una cosa che è di là da venire, preoccupa un po’ meno), mentre il futuro anteriore costringe a riflettere sul tempo, e a non sprecarlo con gli oroscopi (o con il Grande Fratello, le isole dei famosi, il calcio calcio calcio, soprattutto parlato, la comparsata in TV, e poi ‘a machina, er tabblett eccetera eccetera eccetera). Così è, se vi pare.

Va da sé che questa è una mia personale interpretazione del carme, sulla scorta della mia sensibilità personale e della conoscenza abbastanza ampia che mi attribuisco su Orazio. Ma la poesia ha di bello anche questo, che non v’è da stupirsi, se le chiavi di lettura sono le più varie.


Nelle foto ci sono una statua di Orazio (a Venosa, sua patria), l’ara pacis augustae, la villa di Orazio a Licenza, e l’auditorium di Mecenate. Era, Mecenate, di origine etrusca, di antica famiglia nobile, un re (lucumone) sarebbe stato, senza la conquista romana. Ma fu il consigliere numero uno di Augusto, e per lui fece della sua casa il punto di riferimento dei migliori intellettuali del tempo (Virgilio, Orazio, Livio, per dire i più noti), perché con le loro opere contribuissero all’affermazione dell’ideologia del principato. Va detto subito che non furono dei venduti (Livio, addirittura, era indicato come “pompeiano”, cioè nostalgico della repubblica, proprio in casa di colui che la stava abolendo a vantaggio della monarchia imperiale). C’erano, invece, delle corpose corrispondenze tra il pensiero di questi poeti ed il progetto di Ottaviano. Adesione quindi sincera e spontanea. Orazio in particolare suscitava simpatie da parte del principe, che gli consentì una vita agiata. Mecenate stesso gli regalò una villa signorile (a Licenza? A Vocone?). ma, quando Ottaviano iniziò a fare pressioni sul poeta perché scrivesse il Poema Epico Nazionale Romano, Orazio, che non si sentiva idoneo all’epica, oppose un rifiuto garbato, ma netto (haud mollia iussa = pressioni non proprio tènere, dirà Virgilio allinizio del libro III delle Georgiche). Potevano anche riprendersi tutto, sembrava dire il poeta, perché la sua corda preferita non era l’epica, ma la lirica. Scrisse quattro libri di liriche, le Odi, e da questi componimenti si aspettava quella gloria, che gli avrebbe consentito di sconfiggere la morte. Il tema del tempo è un chiodo fisso per lui, e torna di continuo, segno che è un pensiero difficile da risolvere se non esorcizzare. Ma per lungo tempo l’approccio è equilibrato e sereno. Il progetto iniziale per le odi era di tre libri: la prima ode del primo libro, quella di apertura dell’intero ciclo lirico, contempla la dedica a Mecenate, della cui amicizia Orazio si sente entusiasta, per una evidente empatia, e l’ultima del terzo libro è quella di congedo dalle odi. Ma poi aggiunse il quarto libro, e qui il tema del tempo si fa angosciante, qui veramente, mentre negli altri tre, pur ritornando di continuo, appare sotto controllo. Dice infatti nella VII ode (versi 7-12):

Non sperare l’immortalità, ti ammonisce l’anno
e l’ora che trascina via il giorno vitale.
Si stempera il freddo per il soffio di Zefiro,
ma subito la primavera è incalzata dall’estate,
a sua volta destinata a tramontare ,non appena
l’autunno che porta frutti avrà dato i raccolti,
e subito torna inerte la bruma.

Pochi tratti di pennello, e l’anno appena iniziato è di nuovo alla fine. Rapido, rapinoso, sfrenato..


Arrivederci a domenica prossima. Tratterò della fondazione di Roma, sulla scorta dei dati storici. E anticipo che non l’ha fondata Romolo, e che il suo nome non viene dal primo re, ma chissà mai da cosa! Neanche Cicerone lo sapeva. Se per le prossime volte vi interessa qualche argomento, comunicatemelo, vedrò se potrò accontentarvi (garantisco l’anonimato!!!). MI RIVOLGO A CHI LEGGERA’ QUESTO SCRITTO E NON E’ ISCRITTO AL GRUPPO: ISCRIVETEVI, E’ GRATIS, E PER SEMPRE, SE VI INTERESSA AVERE  DI SICURO ANCHE GLI ALTRI POST.
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Fulvio Marino
Il pifferaio tragico (romanzo lungo un giorno)
Prenotabile presso tutte le librerie Feltrinelli (specificare che rientra nel progetto ilmiolibro.it)
Una scorribanda nella nostra allucinata realtà, con recuperi della memoria di una generazione, ed un’ipotesi per uscire dall’attuale stallo generale. Si legge d’un fiato, ma poi ci si ritorna su.

sabato 10 gennaio 2015

Aspasia e Pericle




ASPASIA E PERICLE
Aspàsia, chi era costei? Ma lasciamo stare Manzoni (Carneade, chi era costui?) . Intorno al 450 a.C. arrivò ad Atene, provenendo da Mileto. Era, Mileto, la città più importante tra le città greche, che noi erroneamente chiamiamo “colonie”, che si trovavano sulla costa dell’Anatolia, oggi turca, nell’area mediterranea dirimpetto a Samo. La città odierna più vicina è Bodrum, nome turco dell’antica Alicarnasso. Mileto ha avuto un’importanza straordinaria nella storia della nostra cultura. Straordinaria. Ma questo è noto quasi solo a chi ha confidenza con gli studi umanistici.
Aspasia ad Atene trovò Pericle già in posizione eminente nella vita politica della città, e ne divenne amica, compagna e probabilmente moglie. Era una donna che incarnava un tipo femminile del tutto estraneo all’intera tradizione greca ed ateniese in particolare. In Atene il ruolo tradizionale era di figlia, prima, poi di moglie e “regina della casa”, fattrice ed educatrice dei figli del padrone di casa, destinata ad una vita da reclusa, essendole consentito di uscire  solo in rare e determinate occasioni. Il matrimonio con una come Aspasia divenne pretesto di attacchi a Pericle da parte dei suoi avversari politici: una straniera! Ed una con quel cervello!! Pericle il centro di Atene, Atene  il centro del mondo, quindi un Pericle al centro del mondo che divide lo spazio con una così! Che scandalo!!
Aspasia, infatti, partecipava ai simposi (così chiamavano i banchetti) quasi esclusivamente maschili, danzava cantava recitava esibiva la sua raffinatezza ed eleganza, e discuteva di tutto, tenendo testa agli uomini sapienti. E sì, che a casa di Pericle ne incontrava: Socrate, Anassagora, Alcibiade, Fidia, Ippocrate, Zenone di Elea………. Atene era la calamita dell’elemento intellettuale greco, in qualunque parte del mondo fosse nato. E fu inevitabile che Pericle ed Aspasia si incontrassero. Era qualificata come Etèra (=compagna), antenata di quelle che nel Rinascimento erano note come Cortigiane, anch’esse famose per cultura finezza ed eleganza, a volte poetesse. Poi la stirpe italica ha preso a decadere, ed oggi, al posto di etere e cortigiane, abbiamo le escort (alcune remunerate a carico dello Stato, cioè a carico nostro), che non esibiscono arte e cultura, ma parti anatomiche, partecipando alle cosiddette “cene eleganti” (?), travestite da infermiere suore poliziotte ed anche da Ronaldinho, per eccitare squallidi vegliardi bavosi, messi a governare l’Italia da un popolo disorientato e confuso. Un vero inno alla figura femminile!
E Pericle era l’interfaccia maschile di Aspasia: colto, raffinato, elegante nel manifestarsi, esercitava un fascino irresistibile sugli ateniesi, che finirono con l’affidarsi in tutto e per tutto a lui.  Ma mica tutti tutti! La sua gestione politica riprendeva l’impostazione di Temistocle, ma la ingigantiva e portava alle estreme conseguenze. Favorì il mercato, dando forza ad una categoria sociale che chiameremmo noi “borghese”, suscitando quindi l’avversione degli aristocratici, economicamente e culturalmente legati alla centralità della terra e di chi la possedeva: cioè loro. Ed iniziò con loro un lungo braccio di ferro, attirandosi il favore delle masse. Il commercio produceva imponenti e rapide ricchezze, e la distanza tra ricchi e poveri andò crescendo e provocando così un atteggiamento di rivendicazione sempre più imperativa, da parte di chi si vedeva messo indietro.
Per prima cosa promosse riforme, che noi diremmo costituzionali, sottraendo potere agli aristocratici e trasferendolo al demos (=le masse). L’assemblea generale, da organo di indirizzo e verifica, nelle sue mani divenne organo decisionale, praticamente su tutto. Adottò un provvedimento che di sicuro ha una valenza democratica, ma, senza i necessari argini, si trasformò in un tragico danno: il gettone di presenza alle assemblee. L’intenzione, almeno quella dichiarata, era di impedire l’assenza dei cittadini alle assemblee per ragioni economiche, ma presto i cittadini lo trasformarono in una sorta di mestiere remunerato a spese pubbliche. Insomma si passò da una democrazia rappresentativa ad una democrazia assembleare e diretta, nella quale non si decideva in base alla logica e nell’interesse generale, ma sotto la spinta delle televisioni e dei giornali e dei capipopolo, chiamati da Aristotele “demagoghi”. Platone vide tutto ciò, e lo commentò nel Menesseno, come già esposto nel post precedente a questo.
Lanciò poi un piano di lavori pubblici (il new deal di allora), finalizzato a trasformare Atene in una città anche architettonicamente ed urbanisticamente  superiore in assoluto. Ed in tale contesto si colloca anche la ricostruzione dell’acropoli, le cui rovine tanta emozione suscitano ancora oggi al visitatore. Salari per tutti! Le colonne del Partenone (come per tutti i templi antichi) erano colorate del colore dell’oro: i marinai che veleggiavano nel golfo Saronico (il mare di Atene), in certe ore vedevano gli sfavillanti bagliori del tempio colpito dal sole: e la suggestione stordiva gli astanti.
Attirò molti “capitalisti” ad Atene, perché andassero ad investirvi i loro capitali: la costruzione delle fabbriche, e la successiva produzione di beni, portarono altro lavoro e denaro nelle tasche degli ateniesi. Famosa la fabbrica di armi di Cefalo, un ricco siracusano, che si fece convincere da Pericle ad investire i propri denari ad Atene, con agevolazioni fiscali e trattamenti di favore, e lui costruì opificio e casa al Pireo, nella quale Platone ambienta il fondamentale dialogo intitolato “Repubblica”. Come si fa oggi.  Cefalo, inoltre, era anche padre di Lisia, il futuro grande oratore.
Dovette poi lanciarsi, per accontentare le richieste sempre più pressanti del demos, alla conquista di sempre nuovi mercati, con le buone e spesso con le cattive, scatenando una serie di guerre, alcune sanguinose ed altre anche vergognose (come quella, dopo la sua morte, contro l’isola di Melo). Per arrivare poi alla più rovinosa delle guerre, quella contro Sparta, nota come “Guerra del Peloponneso”. Erano estranei a questa scelta bellica i produttori di armi, come Cefalo? La costruzione di armi si porta inevitabilmente dietro il loro uso, ovvero la guerra. Nel 1914 l’industria Ansaldo finanziò il Popolo d’Italia, giornale fondato da Mussolini, che era stato espulso dal partito socialista, per il suo interventismo. E grazie anche a lui la guerra ci fu, ed i padroni dell’Ansaldo si arricchirono producendo armamenti pesanti e leggeri, mentre 600000 italiani ci lasciavano la pelle.
Ma tutta questa politica rampante e frenetica aveva un costo. A chi farne pagare il conto? Mettere nuove tasse? Non era il caso: cento anni prima il tiranno Ipparco era stato ucciso, e suo fratello Ippia costretto all’esilio, anche per questa ragione, le tasse. E poi non puoi dare lavoro e salario con una mano, per poi sottrarlo con l’altra. Un po’ come succede tra noi oggi: mi togli l’ICI, ma poi mi fai crescere le imposte locali, al punto che pago oggi il triplo dell’ICI di ieri. Aridàtece l’ICI! Il conto Pericle lo presentò ai soci della Lega Delio-Attica. Questa era nata su impulso di Temistocle in funzione anti persiana, e vi avevano aderito quasi tutte le città rivierasche e le isole. Aveva sede nel santuario di Apollo a Delo, dove si conservava anche il tesoro alimentato dai contributi dei soci. Pericle, con un atto di imperio, trasferì sede e tesoro ad Atene, e con prepotenza usò quei fondi (versati – ripeto - per respingere eventuali attacchi persiani), per abbellire Atene, ricostruire l’acropoli, e dare opportunità di lavoro agli ateniesi. Il Partenone, dunque, è il prodotto di un furto!
I suoi avversari politici – gli aristocratici – non rimasero a guardare. Misero sotto processo il filosofo Anassagora, primo consigliere di Pericle, con l’accusa di empietà, cioè ateismo. E lo cacciarono da Atene. Misero sotto processo e in galera lo scultore Fidia, grande amico di Pericle: aveva scolpito la famosissima statua crisoelefantiva (=di oro ed avorio) di Atena Parthenos, che troneggiava nel Partenone, ma un bel po’ d’oro gli era rimasto attaccato ……alle mani; e poi mandarono sotto processo Aspasia, accusandola di scandalosa spregiudicatezza e corruzione dell’animo delle donne di Atene, e si salvò a stento e solo grazie all’appassionato intervento di Pericle. Insomma provarono a fargli terra bruciata intorno: colpivano quelli, ma il bersaglio era lui.
A quelle accuse io per parte mia ne aggiungerei una, la più grave, buona per riflettere un po’ anche sulla nostra situazione attuale: trasformò la democrazia ateniese, che da elettiva e rappresentativa divenne diretta, assembleare e plebiscitaria. Finché ci fu lui, uomo dotato di cultura e di grande ascendente, le cose più o meno funzionarono. Ma, morto lui, gli ateniesi ormai avevano fatto una lunga abitudine al regime assembleare e ad affidarsi ad UNO CHE METTE LE COSE A POSTO, troncando le estenuanti diatribe ed inconcludenti. Il suo posto fu preso da capipopolo, arruffapopolo, demagoghi, avventurieri senza scrupoli, che presentavano i loro avversari politici come nemici, li denigravano, li insultavano con grande godimento della plebaglia. E la vita politica di Atene virò verso l’imbarbarimento, fino alla tragedia della sconfitta con Sparta. Fine della democrazia originaria, lungo crepuscolo fino alla sottomissione ai macedoni prima ed a Roma poi. Platone dice che la DEMOCRAZIA E’ UN’ARISTOCRAZIA (di mente e di cuore) CON IL CONSENSO DELLE MASSE. Il consenso. Perché le decisioni, poi, spettano a chi ci capisce.
Nella lingua greca antica esiste un vocabolo, IDIOTES. Questa parola ha come primo significato “un cittadino mentre si dedica alle sue cose private”, ma il suo secondo significato è “idiota”. Qual è, se c’è, il nesso? E’ il seguente: “Colui che si astiene del tutto dalla vita politica, per pensare ai suoi fatti privati, è un idiota, perché gli altri decideranno anche per lui.”. Vedi le devastazioni della seconda guerra mondiale, che hanno coinvolto anche quelli che si ritrovarono in guerra “a loro insaputa”. Ma anche l’uomo della Provvidenza ed il regime plebiscitario sono qualcosa di antistorico: Pericle era un uomo di spessore, eppure ha fatto ciò che ho scritto. Vedete intorno a voi uno, uno solo, da paragonare a Pericle? Se mi si permette un’opinione, per me lo schema è quello di Platone: il potere affidato, temporaneamente, dal popolo ai migliori (al plurale). Grazie per la pazienza, e alla prossima… (toccherà ad Orazio, CARPE DIEM, che non vuol dire cogli l’attimo).
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IL PIFFERAIO TRAGICO
di Fulvio Marino
un farmaco contro la decadenza italiana,
si legge tutto d’un fiato,
ma poi ci si ritorna su
tra le vertigini dell’oggi, i vagabondaggi nella memoria ed una proposta
per venirne fuori,
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sabato 3 gennaio 2015

Può Platone parlare ancora a noi, uomini del 2000?

Ha ancora qualcosa da dirci Platone, a noi, uomini del 2000?
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                                   “La nostra (= di Atene nel V secolo a.C) Costituzione, c’è chi la chiama DEMOCRAZIA, chi nel modo che gli pare più adeguato. Di fatto è una ARISTOCRAZIA eletta e governante con il consenso delle masse. “ ( dal  Menesseno, dialogo platonico).

                                   ARISTOCRAZIA? La parola viene da àristos (=migliore) e kràtos (=potere), quindi vuol dire “potere dei migliori”. E chi erano gli “àristoi”, “i migliori”? Per tradizione i nobili, quelli che possedevano le terre (cioè la fonte della vita materiale), e facevano risalire l’origine familiare a qualche dio o a qualche eroe, tanto per annichilire gli altri e sovrastarli. E l’aristocrazia era ereditaria, come dire legata al cognome. Oggi sarebbe come se, divenuto senatore Umberto Bossi, fosse per questo promosso tra gli aristocratici, lui ed i suoi figli, ad esempio il Trota, ma anche      l’altro non è male.

                                   Anche Platone la intende così? No, nel modo più assoluto. La nobiltà, l’aristocrazia di cui parla Platone, non è un fatto familiare e di sangue, ma una nobiltà di testa e di cuore, è personale e non è ereditaria.

                                   NOBILTA’ DI TESTA indica una mente duttile, votata alla ricerca, all’acquisizione di sempre nuove conoscenze, pronta a mutar parere senza drammi, quando sia evidente l’essere in errore. Una mente dunque aperta, a cui corrisponde una bocca preferibilmente chiusa. COMPETENZA, STUDIO, PRUDENZA. Mica come oggi, un’epoca in cui tutti sentenziano su tutto, e magari sono lustri che non aprono un libro: fiducia cieca ed ingiustificata sulle proprie capacità di giudizio. Si sente dire: “Ogni opinione è valida”, ma si fa confusione su due aggettivi, erroneamente percepiti come sinonimi: valido, legittimo. Ma non sono sinonimi: è legittima la mia opinione, se dico bianco, ed è legittima  anche la tua, se dici verde, ma non sono entrambe valide, perché una sicuramente è sbagliata (perché o è bianco o è verde, e le due cose non stanno insieme), quando poi non siano tutt’e due sbagliate, perché magari è azzurro. Parlando dell’Italia , Sergio Endrigo in una sua canzone diceva: “Dove chi grida più forte , ha ragione.”, e lo diceva negli anni ’60. Che direbbe oggi? Se, gridando, ottengo ragione anche quando ho torto, darò un pessimo esempio, subito seguito dagli altri. Avrà ragione il più forte, furbo, prepotente, ed occasionalmente potrebbe essere ognuno di noi. Ma, sommando torto + torto + torto, e così via, come possiamo sognare di vivere in un Paese in cui viga il diritto? Conviene vivere secondo il torto o secondo il diritto? A riflettere un po’ di più, prima di parlare, sai quante fesserie in meno ci capiterebbe di sentire?! E le nostre orecchie – come direbbe Catullo – finalmente riposerebbero!

                                   NOBILTA’ DI CUORE, indica la disposizione d’animo, grazie alla quale la competenza lo studio e la prudenza della mente sono al servizio del bene comune. Quasi come oggi presso di noi!!! E le masse, quelle che danno il consenso a questo potere aristocratico?

                                   LE MASSE. Dicendo a mò di esempio dei numeri a caso, per dieci cariche da attribuire, cento sono i candidati. Questi si presentano alle assemblee, e affrontano l’esame, la valutazione (era la docimasìa). Tra i candidati le masse scelgono quelli che appaiono i migliori, “indipendentemente – dice Platone – dalla ricchezza, dalla nobiltà di natali, dalla forza fisica. Uno solo è il requisito: colui che si dimostra capace mentalmente ed affidabile eticamente, a quello la massa dà il potere.”. Come si vede, la massa svolge un ruolo decisivo: deve valutare i candidati, e tra questi deve scegliere. Dunque deve esserne capace, avere gli strumenti mentali e culturali per valutare e decidere. E così è stato, dal tempo di Temistocle fino all’avvento di Pericle, una quarantina d’anni, durante i quali la democrazia ha avuto l’espressione più compiuta di sempre. Una volta attribuite le cariche, gli eletti governavano, e restavano in carica un solo anno, nel corso del quale avevano modo di esibire le proprie capacità e competenze, ed il loro spessore morale. A fine mandato dovevano fare il redde rationem, il rendiconto del proprio operato, passaggio anche rischioso.

                                   Insomma il sistema era il seguente: si presentavano le candidature, si faceva la docimasìa, si attribuiva la carica sulla base dell’aver dimostrato di appartenere alla nuova aristocrazia, quella di testa e di cuore, e, fatte le scelte, le masse stavano tranquille, fidando di AVER SCELTO CON OCULATEZZA, ed eseguivano le delibere degli eletti, PERCHE’ SI FIDAVANO DELLA COMPETENZA E DELLA PULIZIA DI QUELLI. Il sistema durò 30-40 anni, poi degenerò, e del perché presto parleremo, ma posso anticipare che una delle cause più pesanti fu il passaggio da questa prassi basata sulla democrazia rappresentativa , ad un’altra prassi, quella di una rudimentale e forsennata democrazia diretta. Magari, però, toccassero a noi questi 30-40 anni!

QUI SI PUO’ FARE IL PRIMO PUNTO: Platone parla di una democrazia tramite delega. Pur  essendo Atene una città dalle dimensioni ridotte (20 mila abitanti), Platone si rende conto della concreta impossibilità dell’esercizio della democrazia diretta, avendo numerose e pesanti prove della scarsa preparazione delle persone comuni. Ed il problema non era certo il numero, ma fondamentalmente la COMPETENZA. Insomma un sistema alla Temistocle: su un problema specifico il popolo ascolta l’ipotesi A e l’ipotesi B, valutando le argomentazioni dell’una e dell’altra soluzione. Dopo di ciò sceglie, e DELEGA chi gli è sembrato più convincente, per competenza ed etica, ed alle sue decisioni si attiene. Noi, uomini del 2000, nell’esercizio delle nostre professioni (ad esempio avvocato, magistrato medico e così via) siamo tenuti ad agire con SCIENZA (=COMPETENZA) E COSCIENZA (=RETTITUDINE). Insomma con la testa e con il cuore

Platone schematizza il sistema e lo sublima, trasformandolo in un’idea, in una utopia. E l’utopia è irraggiungibile, come la stella polare, che tuttavia ci indica la strada. Già immagino l’insofferenza degli anti “anticaglie”, che fieramente decantano il Tom Tom ed il GPS, eccellenti strumenti, sia chiaro. Ma quando questi si rompono (come dire “quando la modernità con i suoi prodigi non funziona”, e lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle), sarà decisivo tornare a guardare la stella polare (Platone e compagnia bella), ma sarà indispensabile conoscerli, per capirci qualcosa sulla strada da intraprendere. Solo le nuvole potranno impedirne la vista, in particolare quelle della supponenza e dell’ignoranza. E si sa, ignoranza e presunzione vanno a braccetto.

Se misuriamo la nostra realtà di oggi con quel metro di Platone, ne usciamo con le ossa rotte, con tanti cari saluti a chi fa spallucce sulle “anticaglie”.  Gli aristocratici che reggono le nostre sorti non hanno passato la docimasia popolare, bensì quella delle segreterie di partito (che non adottano certo il criterio del bene comune, ma sono autoreferenziali per sé e per il groviglio di interessi che le avviluppa), ed in qualche caso anche la docimasia della camera da letto. Le masse, da parte loro, o non partecipano più al voto (ormai siamo sotto il 50%), o fanno come dice Tito Livio (storiografo romano di 2000 anni fa, a proposito di anticaglie), il quale afferma che per farsi governare ogni popolo sceglie quelli che gli somigliano. Se Livio dice il giusto, allora bisogna migliorare il popolo, che sceglierà quelli che gli somigliano, che quindi saranno migliori. Eppure di ottimi l’Italia ancora abbonda, ma stanno quasi tutti fuori del parlamento, farcito di inquisiti, pregiudicati e condannati: con una vera docimasia popolare non starebbero lì, ma in luoghi più idonei. Questo stato del popolo è il risultato di mille fattori, tra cui – ad esempio – Drive in, Il grande fratello, gli amici vari, le isole, il calcio il calcio il calcio non praticato ma molto parlato, i cinepanettoni, l’esaltazione del coatto. Ed una scuola sempre più scadente, a dispetto di tanti insegnanti validi, che si dannano l’anima, una scuola abbandonata a se stessa, vilipesa tagliata e poggiata sulle fragili spalle di precari con i capelli bianchi! ED IL MEGLIO STA PER ARRIVARE, MA NESSUNO SI ALLARMA! Se adottassimo lo schema di Platone, il popolo dovrebbe scegliere i COMPETENTI E GLI ETICAMENTE AFFIDABILI, e demandare a loro le questioni di interesse comune. Questi dovrebbero affrontare la docimasia popolare, e chiarire con la massima precisione i vari aspetti inerenti al problema da risolvere. Insomma un meccanismo simile a quello in uso negli ospedali, noto come “consenso informato”: il medico rende edotto il paziente su quello che si intende fargli; il paziente, se d’accordo, firma, ma poi l’intervento terapeutico spetta       al medico, mica al primo che passa.
                                    
                                 Obiettano alcuni che l’esperienza di quell’Atene lì non è trasferibile ai giorni nostri. E chi ci pensa? Ma, se ci si riferisce alla differenza nei numeri (20 mila abitanti di Atene contro i nostri 60 milioni), replico che i nostri straordinari mezzi di comunicazione, come quello che in questo preciso momento stiamo usando voi ed io, con un accorto sistema di comunicazione e rilevamento potrebbero consentire una consultazione profonda e capillare; se ci si riferisce all’aristocrazia di mente e di cuore, ebbene lì nulla è cambiato, e mi pare un’esigenza, da cui non è possibile in alcun modo derogare. Dunque?

                                   Platone diceva che alcuni la chiamano democrazia, altri nel modo che a loro pare più adeguato, nei fatti si tratta di un’aristocrazia   (di mente e di cuore, aggiungo io), scelta e governante con il sostegno da parte delle masse.  VALE ANCORA?

Così parlò Platone. Ma chi è, ‘sto Platone? Solo uno di cui si parla a 2400 anni dalla morte, mentre di te, che così lo disprezzi, chissà se si parlerà ancora dopo 2400 ore!

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L’immagine allegata è il famoso quadro di Raffaello, che si intitola “La scuola di Atene”. Al centro del dipinto ci sono Platone (l’anziano) ed Aristotele (il giovane). In secondo piano, partendo da sinistra, una figura femminile, Ipazia. Seduto per terra sui gradini Diogene.

CON GRAFICA PIU’ ELEGANTE IN     blogger.com, questermocolle


                                                                 BUON  ANNO
A TUTTI
                                                 ***
IL PIFFERAIO TRAGICO
di Fulvio Marino
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