Il giocatore di scacchi
Aveva solo 17 anni Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano, quando, nel 218
a.C., ebbe il primo incontro ravvicinato con Annibale.
Era la battaglia sul Ticino,
e fu la prima amarezza delle tante patite da Roma per la durata di sedici anni
(tanto restò Annibale in Italia: si è calcolato che i romani ci abbiano rimesso
300 mila morti!!! E si dice che, in percentuale, ci fu un dispiegamento di
forze e di mezzi, superiore a quelli dell’Italia nella prima guerra mondiale!).
Publio, benché diciassettenne, ma ben messo nel fisico, si distinse per valore
e salvò il padre e lo zio rimasti feriti.
Data l’età, a nessuno
passò per la testa di affidargli le legioni. Lui seguì da vicino il modo di
agire di Annibale sul piano militare, e ci ragionò sopra, fino ad arrivare a
delle conclusioni. Elaborò un piano strategico. Proprio come fa uno scacchista
sulla scacchiera. E l’obiettivo strategico finale era costringere
Annibale a sloggiare dall’Italia. Come prima mossa, Publio si fece
mandare in Spagna.
Per la Spagna, infatti,
passava la via dei rifornimenti per l’esercito di Annibale, e lui aveva aperto
la strada con il suo leggendario passaggio di Pirenei
ed Alpi. Perché non per il mare? Prima della prima guerra punica i
cartaginesi, di origine fenicia e quindi grandi navigatori, erano superiori ai
romani sul mare. Ma, durante il primo conflitto, i romani, consapevoli della
loro inferiorità marinara, s’erano inventati il sistema dei ponti corvi, passarelle uncinate di legno con cui
agganciavano le navi nemiche per assalirle, mentre il combattimento
tradizionale mirava allo speronamento. Finita la guerra, mentre Cartagine ebbe
un periodo di grave crisi politica, i romani fecero progressi prodigiosi nella
marineria, e dominavano il mare. Quindi da Cartagine (Tunisi) gli aiuti
potevano arrivare solo per via terrestre.
Tanto più che in Iberia
(Spagna) i cartaginesi avevano costruito una città, Nuova
Cartagine (=Cartagena), una vera fortezza inespugnabile. Ed infatti
Scipione non riusciva a venirne a capo. Tuttavia la presenza romana aveva
bloccato il flusso verso l’Italia. Ma aveva fatto in tempo a passare Asdrubale, fratello di Annibale, che si diresse verso
l’Italia, per riunirsi con il fratello ed insieme attaccare Roma direttamente.
Ma venne intercettato sul fiume Metauro, in
Romagna, e morirono tutti i suoi soldati e lui stesso. Ma questa storia merita
un racconto a parte, che, vedrete, è meglio di un film.
Gli indigeni
dell’Iberia mal sopportavano il dispotismo cartaginese – tranne quelli che,
come sempre avviene in presenza di una guerra, pensarono cinicamente di
sfruttare la situazione, mettendosi al servizio dell’invasore - , dato che i
punici la facevano da padroni. E si allearono con i romani. Un lato della
fortezza di Nuova Cartagine era protetto da una bassa palude, bassa, ma sufficiente
ad impedire assalti da quella parte. Gli iberici, però, rivelarono a Scipione
che, in certi giorni dell’anno, si alzava un vento così forte, ma così forte
che spostava tutta l’acqua ed asciugava il suolo. E si stava avvicinando uno di
quei giorni. Al momento giusto Scipione sferrò un violento attacco contro la
parte opposta alla palude, e lì accorsero tutti i cartaginesi, lasciando
incustodita la zona sulla palude: tanto c’era la palude! E fu allora che
reparti predisposti ad hoc da Publio, attaccarono il lato lasciato incustodito,
ma ora asciutto, ed entrarono nella fortezza. Fine dei rifornimenti!
Tornato a Roma,
Scipione prese a sostenere che era giunto il momento di portare la guerra in
Africa. Ma dovette fare i conti con i suoi avversari politici. Qui è necessario
chiarire qualcosa. Noi diciamo Roma Atene Cartagine come se ognuna di queste
fosse un unico blocco. In realtà all’interno di queste città la dialettica
politica (alla Hegel o alla Marx, come preferite)vedeva l’opposizione tra proprietari
terrieri (antichi detentori del potere economico e quindi politico), e mercanti
(vedi anche il post su Temistocle), una nuova categoria di ricchi, che miravano
ad una gestione a loro vantaggiosa di economia e politica, ma osteggiata dai
vecchi egemoni. In Roma e in quel momento gli Scipioni, benché di antica
aristocrazia, miravano all’affermazione politica personale, appoggiandosi al
ceto mercantile. Dunque i “conservatori” romani non vedevano di buon occhio la
prospettiva politica (rischiosa per loro) di un successo del massimo
rappresentante della parte avversa. Una domanda: c’è differenza con le
dinamiche politiche di oggi? E fu facile per loro ottenere anche l’appoggio
del popolo, ricordando che Annibale era ancora in Italia, e non era saggio
spostare armati in Africa. Al massimo – concessero – Scipione faccia da solo:
metta insieme un esercito e faccia quello che vuole. Non lo ritenevano capace
di tanto, ma lui invece lo fece. Si portò in Sicilia, dove trovò ed arruolò gli
otto mila superstiti della battaglia di Canne (che stavano là dal 216, ma anche
questa è storia che merita un racconto a parte: ha dell’incredibile, ed invece
è STORIA! Di cosa non sono stati capaci i nostri antenati! Se solo recuperassimo
una frazione della loro valentia! Intanto però impariamo a conoscerli meglio).
E partì per l’Africa.
Ma non attaccò
direttamente Cartagine. Non sarebbe stato prudente, perché verso oriente vi
erano diverse piazzeforti cartaginesi, che andavano eliminate, onde evitare un
attacco alle spalle durante l’assedio. E lui le prese ad una ad una (lo
scacchista!), finché non restò l’ostacolo più grosso, due accampamenti, uno
numidico ed uno cartaginese. La Numidia corrisponde grosso modo alla
Mauritania, ed era uscita da una grave crisi dinastica, grazie all’intervento
cartaginese, per cui re divenne Siface che si alleò con i punici, mentre il suo
rivale, Massinissa, si schierò con i romani, e tutt’e due garantivano pregevoli
truppe di cavalleria. Bene! Scipione provò a prenderli con la forza, ma non ci
riusciva. Giocò d’astuzia: finse di volere intavolare delle trattative, e per
questo mandò dei suoi luogotenenti a parlare con i capi cartaginesi
nell’accampamento. Era uso che una delegazione si presentasse con un codazzo di
servi e schiavi per le necessità materiali dei delegati. E mentre si svolgevano
i confronti diplomatici, questi servi se ne andavano in giro a curiosare
nell’accampamento. Tanto nessuno badava a degli schiavi! Ma Scipione aveva
fatto travestire da schiavi i suoi migliori esperti di costruzione di
accampamenti, e questi giravano senza controllo, facendosi i selfies, pardon!,
memorizzando a puntino ciò che vedevano. Finite le consultazioni, la
delegazione romana tornò da Scipione, con l’impegno ad andare di nuovo
l’indomani, per portare le novità da parte del console. Invece in piena notte i
romani assalirono con proiettili incendiari quei settori dell’accampamento
numidico considerati più esposti. Il fuoco provocò una gran confusione, ma
nessuno sospettò l’attacco romano. I cartaginesi, anzi, accorsero in aiuto dei
loro alleati, ma su entrambi piombarono i romani, che ebbero partita vinta. I
cartaginesi fecero un ultimo tentativo di resistere, ma ai Campi Magni furono
sbaragliati. La strada per Cartagine era spianata!
Scipione si presentò
sotto le mura di Cartagine, ed intimò la resa, dettando anche le condizioni. Ma
accettò la tregua proposta dai cartaginesi, perché richiamassero Annibale in
patria: l’aveva iniziata lui la guerra, dicevano, che la risolvesse lui! Anche
in Cartagine si opponevano due partiti, i proprietari terrieri, che proponevano
un’espansione nella terra d’Africa , e facevano capo alla famiglia degli
Annoni; ed i mercanti, conquistatori ed imperialisti, che avevano nella
famiglia Barca, quella di Annibale, l’elemento di punta. E Annibale,
bestemmiando come un turco (non me ne vogliano i turchi, si dice così, senza
malizia), pur non essendo mai stato sconfitto, dovette lasciare l’Italia. SCACCO MATTO!
Narra Livio che
Annibale provò a giocare d’astuzia. Chiese ed ottenne un colloquio con il
giovane rivale, lo colmò di elogi, e gli propose di lasciare le cose come
stavano: lui si impegnava a rimanere in Africa, e Scipione se ne tornasse in
Italia, ché i romani l’avrebbero adorato, per aver costretto Annibale ad
andarsene. Scipione gli rispose che non era il caso per Annibale di fare il
furbo: “Se domani mi costringi a combattere, due sono gli esiti possibili: o
vinci tu, o vinco io. Ma, se vinci tu, allora sì che siamo al punto di
partenza, se invece vinco io, per voi è
finita! Decidi tu. A Cartagine conoscono le condizioni. Se non mi costringi a
combattere, valgono quelle che sanno, ma se vinco, metteremo sul conto anche
questa battaglia.”. E Annibale, per ragioni politiche interne, si vide
costretto alla battaglia. E fu la prima ed unica sconfitta per lui: 18 ottobre 202 avanti Cristo, a Naraggara, presso Zama.
Un trionfo mai visto
prima accolse Scipione al suo rientro a Roma: 16 anni, tanto era durata la
presenza di Annibale in Italia, con 300 mila morti, ed un terrore panico
difficile da sradicare dall’animo romano. “ANNIBALE ALLE PORTE!”, si esclamava
con terrore anche secoli dopo, quando si profilava un pericolo per la città.
Scipione poi amava far credere di essere anche lui l’UNTO DEL SIGNORE: andava spesso
nel tempio di Giove nel foro, a parlare con il dio, diceva, che gli aveva
suggerito tutte le mosse. E creò intorno a sé un fenomeno di culto della
personalità.
I suoi avversari
politici, però, non si arresero. Riuscirono a coinvolgerlo in una storiaccia di
concussione (di cui il responsabile era quasi sicuramente il fratello Lucio), in margine alla guerra contro Antioco III di Siria: era LA MACCHINA DEL FANGO (non
abbiamo inventato nemmeno quella!). E Publio, indispettito perché si era
dubitato di lui, preferì andarsene in volontario e dorato esilio in Campania,
in una villa a Literno, che dà il nome all’odierna località, Villa Literno. E si narra che andandosene promise
di non mettere mai più piede a Roma:
INGRATA PATRIA NON
AVRAI LE MIE OSSA. E così fu. E morì
qualche mese prima che Annibale si suicidasse. I due grandi nemici uscirono
insieme dalla Storia: sotto a chi tocca!
Molto
divertente e ben fatto è il film di Magni: “Scipione detto anche l’Africano”.
Grandi attori!
DOMENICA PROSSIMA
VEDREMO COME E PERCHE’ NASCE LA DEMOCRAZIA (IN GRECIA).













