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FONDAZIONE DI ROMA
L’immagine allegata mostra
l’isola tiberina e dintorni. Il Tevere sta piegando verso occidente, diretto al
mare non lontano. A sinistra dell’isola (rispetto alla corrente del fiume) è
indicato il Campidoglio, e poi il Palatino. Stiamo parlando dell’area su cui
nasce Roma. I due colli presentano una sola via d’accesso ciascuno, essendo i
lati quasi tutti scoscesi ed inaccessibili: ottima premessa per la sicurezza.
Insieme alle altre alture (Celio, Oppio, Velia, Esquilino, Fagutale, Cermalo, e
poi Quirinale, Viminale, e successivamente
in tarda repubblica Gianicolo), là dove in epoca imperiale (80 d.C., imperatore
Tito) sorgerà il Colosseo, si trova un piccolo lago, mentre in quella che sarà
l’area del Foro c’è una palude. Una morfologia quanto mai propizia per la sicurezza.
La vicinanza del Tevere
garantisce, insieme ai pozzi (gli acquedotti verranno dopo, a partire dal IV
secolo), rifornimento di acqua dolce ed una via per muoversi da una zona
all’altra (non vi sono strade, ed abbiamo visto – nel post dedicato ad Appio
Claudio - che la prima grande strada – l’Appia – è opera di Appio Claudio Cieco
nel IV secolo). Inoltre costituisce un ostacolo naturale per attacchi dal nord
(etruschi). L’isola tiberina, così vicina ai primi colli di Roma, permette
l’attraversamento del fiume mediante la costruzione di due ponti piccoli, che
si poggiano su di lei, cosa più agevole rispetto ad un ponte unico grande,
ancora fuori della portata ingegneristica del tempo (stiamo parlando dell’VIII
secolo a.C.). In caso di attacco dal nord, è sufficiente tagliarne una parte,
visto che sono di legno (vedi la leggenda di Orazio Coclite).
Su queste colline della
riva sinistra del Tevere, con arrivi scaglionati nel tempo, si insediano clan
familiari a partire dall’anno 1000 circa a.C.. Sono clan patriarcali e
patrilineari (= di padre in figlio maschio, il primo), ed ogni clan costituisce
una piccola monarchia assoluta, al cui vertice c’è l’anziano discendente
diretto del capostipite, il PATER FAMILIAS, che ha autorità su tutto e su
tutti, vita e morte comprese.
Va detto subito che il
vocabolo latino FAMILIA, da cui discende il nostro “famiglia”, è per etimologia
da collegare a FAMULUS, che significa “persona di servizio” (non schiavo, che
in latino si dice SERVUS, ma la schiavitù si affermerà a Roma più tardi),
quindi familia è un nome collettivo, che sta ad indicare l’insieme delle
persone, che a vario titolo vivono o frequentano la casa del pater, che quindi
è il PATER FAMILIAS, ovverosia il capo assoluto di tutti ed a cui tutti devono
obbedienza. Alla sua morte il suo ruolo spetterà al primogenito maschio nella
sua discendenza diretta. Parlando per schemi, l’aggregazione di più clan
familiari in relazione a problemi comuni a tutti, determina la tribù.
La piccola valle, che
diverrà il Foro, è una palude, malarica e quindi disabitata, ed è adibita tra
l’XI e l’VIII secolo a zona destinata alle sepolture. Nell’antiquarium del Foro
è possibile vedere alcuni esemplari delle tombe ritrovate e che risalgono a
quel tempo (060608 per prenotare la visita). Sono visibili sia le tombe ad
inumazione, un tronco scavato per cassa con tanto di scheletro proprietario e corredo
funebre; sia le urne cinerarie (vedi foto), delle cassette di ceramica etrusca
(bucchero) o di bronzo per la raccolta delle ceneri, il cui tetto è il
coperchio, e queste cassette di sicuro riproducono la struttura architettonica
delle capanne dette “romulee” (capanne italiche): si vuole che il defunto stia
da morto in una struttura simile a quella che lo ha ospitato da vivo. Sul
Palatino sono visibili i pavimenti delle cosiddette capanne romulee: hanno
forma ovale, e nella parte perimetrale
presentano alcuni fori nel suolo, nei quali evidentemente alloggiavano i pali
delle pareti esterne; c’è un foro al centro, in cui alloggiava il palo
centrale, più alto degli altri, su cui poggiava un trave di corte dimensioni,
da cui partivano i travetti che si ricollegavano con i pali perimetrali e
formavano gli spioventi del tetto. Il tutto era tamponato da frasche paglia e
fango, e tutt’intorno correva un canaletto per lo smaltimento dell’acqua
piovana. Erano capanne adibite a rifugio per la notte e nei giorni di
intemperie. Vi si accendeva un fuoco all’interno, che a lungo andare ha cotto
il suolo, che ora ci è rimasto con i buchi. Sul Palatino, con l’intento di
ricollegarsi simbolicamente ai primi abitatori di Roma, pose la propria dimora Augusto, e dopo di lui
altri imperatori: era il Palatium, il palazzo per antonomasia, riferimento
inevitabile per tutti i palazzi imperiali della storia. Il Campidoglio (l’ARX,
l’arce, punto più alto della città e fortificato), invece, ospitò i templi
della triade capitolina (Giove Giunone Minerva), il tabularium, una sorta di
ufficio del registro del tempo, ed altri edifici pubblici. Un insieme di
villaggi, popolato da pecorai e contadini, in capanne di frasche e fango:
questa fu la grande Roma, prima di divenire Roma.
A circa metà dell’VIII
secolo a.C. i vari clan familiari si associano tra loro, e creano una realtà
politica nuova che sovrasta tutte quelle precedenti. Nasce ROMA, più o meno
alla data tradizionalmente indicata come data della fondazione già dai romani
antichi, ed esattamente il 753 a.C.. Quindi la città non nasce per iniziativa
di un mitico fondatore (Romolo), ma per un processo di aggregazione tra CLAN
FAMILIARI (GENTES). Questi al momento erano un centinaio, ed i dati storici in
nostro possesso lo confermano. I clan erano di varia provenienza, latina,
sabina etrusca ed altro. Il primo nodo da sciogliere è quello della sede
destinata ad ospitare questo aggregato sociale di clan. Non è pensabile
collocarla su una delle alture, perché non diventi più importante delle altre.
Ed allora si sceglie il centro geometrico dell’area, che va, a coincidere con la
palude del Foro. Si scavano canalizzazioni, premessa della futura CLOACA MAXIMA la fogna principale , la cui uscita è tuttora
visibile nei muraglioni del Tevere; si prosciuga e bonifica la valle del Foro ,
in cui si costruiscono gli edifici pubblici della neonata città. Ed il
cimitero? Quello che c’è lo si interra, e le nuove sepolture si faranno
sull’Esquilino. Ma poi Mecenate proprio sull’Esquilino (atras Esquilias, dirà
Orazio, il lugubre Esquilino, dove deve passare, per andare dall’amico
protettore) si costruirà la villa: le tombe si interrano e ricoprono, e da
allora i morti verranno seppelliti sul colle Vaticano. Mi riferisco alle
sepolture della gente comune. Le famiglie importanti, invece, costruiranno per
sé e per la propria “familia” le tombe monumentali, che fiancheggiano le strade
consolari.
Ma chi dirigerà la
nuova città? Questa è il risultato dell’aggregazione di vari clan, ognuno dei
quali governato dell’anziano (SENEX). Benissimo, il motore della città sarà
l’insieme dei SENES, e l’organismo (così come la sua sede, chiamata anche Curia)
si chiamerà SENATO. Il sostantivo che designa i senatori è PATRES, e questi ed
i loro discendenti sono i PATRICII (patrizi), mentre tutti gli altri sono la
PLEBS, che raccoglie nobili cadetti e cittadini non nobili, ricchi e poveri. Il
senato si riunisce, discute, delibera, e poi illustra al popolo le decisioni
per l’approvazione. Ma chi le realizzerà in concreto? Non possono provvedere
certo delle persone anziane. Allora si sceglie uno che REGGA lo Stato nelle sue
mani, ed abbia il potere ed il compito esecutivo: è il REX. Quindi inizialmente
Roma è diretta da una monarchia, ma non dinastica ed ereditaria: morto il re,
il senato ed il popolo SCELGONO il suo successore. Una monarchia elettiva,
dunque, a vita ma molto poco assoluta, in quanto senato e popolo hanno un
grosso potere di condizionamento per il re, quale non si riscontra in
nessun’altra monarchia antica, e direi anche moderna fino al nostro 1600.
Insomma direi che per Roma si può parlare fin da subito di uno SCHEMA
costituzionale democratico, pur con i limiti di quel tempo (la sigla SPQR sta a
significare il SENATO E IL POPOLO ROMANO, in collocazione – almeno teorica –
paritaria). E’ singolare come, per altra strada (ne parlerò prossimamente), in
quello stesso periodo anche e solo in Grecia ci si avvia ad una costituzione
democratica. E le due aree si ignoravano a vicenda, quindi hanno raggiunto
modalità organizzative simili, ma indipendentemente l’una dall’altra, e con
genesi diversa. Il REX assomma nella sua persona le funzioni di massima
autorità militare civile e religiosa.
Mi sa che i sette re
furono più di sette (è un numero che sa di cabala: i sette saggi, i sette
colli, le sette meraviglie, Tebe dalle sette porte, e poi i sette vizi eccetera).
Cosa significhi la
parola ROMA non lo sapevano nemmeno loro, neanche Cicerone, e resta il mistero.
Si ipotizza un collegamento con il termine etrusco ruma (=corrente, sottinteso
del Tevere), ma appare un po’ deboluccia. In greco antico Roma si chiamava
Rome, ma, scritto minuscolo (rome), è un termine che significa “forza, potenza,
energia”. I romani antichi, in perenne polemica reciproca con i greci,
giustificavano il nome della città con il significato greco: perché questa
città ha questo nome (Rome)? Perché ha la potenza (rome). Ma scherzavano. Perché le leggende? Nel 391
una scorreria dei galli stanziati nella pianura padana (non si chiamava e NON
SI CHIAMA Padania) arrivò fino in Campania, distruggendo tutto, anche Roma
(tranne, forse, il Campidoglio), e tutti i documenti pubblici, allora
conservati nella reggia (regia), divenuta sede dei pontefici dal 510 (fine
della monarchia). Con la memoria collettiva e con quelle familiari
ricostruirono la storia passata, ma, dove non c’era più il supporto
documentale, crearono le leggende, con l’obiettivo di esaltare la Città. Quindi
anche Romolo, figlio di Marte e discendente di Enea, figlio di Venere.
Per 240 anni circa
(753-510) la città si resse a monarchia. Nel 510 a.C. in un sol colpo i romani
si liberarono dell’ultimo re (Tarquinio il superbo), degli etruschi (tale
infatti era costui e gli immediati predecessori), e del sistema monarchico,
realizzando la repubblica. Perché proprio nel 510? Ne parleremo prossimamente.
Per domenica prossima vi proporrò SCIPIONE L’AFRICANO, e ne leggerete – credo –
delle belle.
Un’ultima cosa: l’isola
tiberina fu adibita ad ospedale (santuario di Esculapio , nome latino del greco
Asclepio, dio della medicina), ed oggi ospita l’ospedale Fatebenefratelli.
Quando si dice il destino!
Oggi l’altura della
Velia, prossima al Colosseo, è inutile che la cerchiate, non c’è più: per il duce era di troppo, e la
fece sbancare, per fare spazio a via dei fori imperiali, nelle sue
farneticazioni romanoidi, che tanto bene hanno fatto all’Italia ed alla
considerazione della civiltà latina. Trasformata in scenario di cartapesta (ma
l’ha fatto anche Silvio, a Pratica di Mare, quando vi convennero i grandi della
terra, e lui spiegò che quello era il sito dell’antica Lavinio, fondata da
Enea, da cui sarebbero discesi Romolo e Remolo, proprio così, Remolo!), la si
associa troppo semplicisticamente alla retorica imperiale, quella che ha
portato il Paese a divenire campo di battaglia per la seconda guerra mondiale.
All’insaputa degli idiotes ( per questo termine vedi il post su Pericle e
Aspasia). Remo(lo) aveva due figli, Senio ed Ascanio, che, morto il padre,
fuggirono in Etruria, dove fondarono Siena, che ha come emblema una lupa, pure
lei.. A DOMENICA PROSSIMA CON SCIPIONE
L’AFRICANO.


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