lunedì 26 gennaio 2015


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FONDAZIONE DI ROMA

L’immagine allegata mostra l’isola tiberina e dintorni. Il Tevere sta piegando verso occidente, diretto al mare non lontano. A sinistra dell’isola (rispetto alla corrente del fiume) è indicato il Campidoglio, e poi il Palatino. Stiamo parlando dell’area su cui nasce Roma. I due colli presentano una sola via d’accesso ciascuno, essendo i lati quasi tutti scoscesi ed inaccessibili: ottima premessa per la sicurezza. Insieme alle altre alture (Celio, Oppio, Velia, Esquilino, Fagutale, Cermalo, e poi  Quirinale, Viminale, e successivamente in tarda repubblica Gianicolo), là dove in epoca imperiale (80 d.C., imperatore Tito) sorgerà il Colosseo, si trova un piccolo lago, mentre in quella che sarà l’area del Foro c’è una palude. Una morfologia quanto mai propizia per la sicurezza.
La vicinanza del Tevere garantisce, insieme ai pozzi (gli acquedotti verranno dopo, a partire dal IV secolo), rifornimento di acqua dolce ed una via per muoversi da una zona all’altra (non vi sono strade, ed abbiamo visto – nel post dedicato ad Appio Claudio - che la prima grande strada – l’Appia – è opera di Appio Claudio Cieco nel IV secolo). Inoltre costituisce un ostacolo naturale per attacchi dal nord (etruschi). L’isola tiberina, così vicina ai primi colli di Roma, permette l’attraversamento del fiume mediante la costruzione di due ponti piccoli, che si poggiano su di lei, cosa più agevole rispetto ad un ponte unico grande, ancora fuori della portata ingegneristica del tempo (stiamo parlando dell’VIII secolo a.C.). In caso di attacco dal nord, è sufficiente tagliarne una parte, visto che sono di legno (vedi la leggenda di Orazio Coclite).
Su queste colline della riva sinistra del Tevere, con arrivi scaglionati nel tempo, si insediano clan familiari a partire dall’anno 1000 circa a.C.. Sono clan patriarcali e patrilineari (= di padre in figlio maschio, il primo), ed ogni clan costituisce una piccola monarchia assoluta, al cui vertice c’è l’anziano discendente diretto del capostipite, il PATER FAMILIAS, che ha autorità su tutto e su tutti, vita e morte comprese.
Va detto subito che il vocabolo latino FAMILIA, da cui discende il nostro “famiglia”, è per etimologia da collegare a FAMULUS, che significa “persona di servizio” (non schiavo, che in latino si dice SERVUS, ma la schiavitù si affermerà a Roma più tardi), quindi familia è un nome collettivo, che sta ad indicare l’insieme delle persone, che a vario titolo vivono o frequentano la casa del pater, che quindi è il PATER FAMILIAS, ovverosia il capo assoluto di tutti ed a cui tutti devono obbedienza. Alla sua morte il suo ruolo spetterà al primogenito maschio nella sua discendenza diretta. Parlando per schemi, l’aggregazione di più clan familiari in relazione a problemi comuni a tutti, determina la tribù.
La piccola valle, che diverrà il Foro, è una palude, malarica e quindi disabitata, ed è adibita tra l’XI e l’VIII secolo a zona destinata alle sepolture. Nell’antiquarium del Foro è possibile vedere alcuni esemplari delle tombe ritrovate e che risalgono a quel tempo (060608 per prenotare la visita). Sono visibili sia le tombe ad inumazione,  un tronco scavato per cassa  con tanto di scheletro proprietario e corredo funebre; sia le urne cinerarie (vedi foto), delle cassette di ceramica etrusca (bucchero) o di bronzo per la raccolta delle ceneri, il cui tetto è il coperchio, e queste cassette di sicuro riproducono la struttura architettonica delle capanne dette “romulee” (capanne italiche): si vuole che il defunto stia da morto in una struttura simile a quella che lo ha ospitato da vivo. Sul Palatino sono visibili i pavimenti delle cosiddette capanne romulee: hanno forma  ovale, e nella parte perimetrale presentano alcuni fori nel suolo, nei quali evidentemente alloggiavano i pali delle pareti esterne; c’è un foro al centro, in cui alloggiava il palo centrale, più alto degli altri, su cui poggiava un trave di corte dimensioni, da cui partivano i travetti che si ricollegavano con i pali perimetrali e formavano gli spioventi del tetto. Il tutto era tamponato da frasche paglia e fango, e tutt’intorno correva un canaletto per lo smaltimento dell’acqua piovana. Erano capanne adibite a rifugio per la notte e nei giorni di intemperie. Vi si accendeva un fuoco all’interno, che a lungo andare ha cotto il suolo, che ora ci è rimasto con i buchi. Sul Palatino, con l’intento di ricollegarsi simbolicamente ai primi abitatori di Roma,  pose la propria dimora Augusto, e dopo di lui altri imperatori: era il Palatium, il palazzo per antonomasia, riferimento inevitabile per tutti i palazzi imperiali della storia. Il Campidoglio (l’ARX, l’arce, punto più alto della città e fortificato), invece, ospitò i templi della triade capitolina (Giove Giunone Minerva), il tabularium, una sorta di ufficio del registro del tempo, ed altri edifici pubblici. Un insieme di villaggi, popolato da pecorai e contadini, in capanne di frasche e fango: questa fu la grande Roma, prima di divenire Roma.
A circa metà dell’VIII secolo a.C. i vari clan familiari si associano tra loro, e creano una realtà politica nuova che sovrasta tutte quelle precedenti. Nasce ROMA, più o meno alla data tradizionalmente indicata come data della fondazione già dai romani antichi, ed esattamente il 753 a.C.. Quindi la città non nasce per iniziativa di un mitico fondatore (Romolo), ma per un processo di aggregazione tra CLAN FAMILIARI (GENTES). Questi al momento erano un centinaio, ed i dati storici in nostro possesso lo confermano. I clan erano di varia provenienza, latina, sabina etrusca ed altro. Il primo nodo da sciogliere è quello della sede destinata ad ospitare questo aggregato sociale di clan. Non è pensabile collocarla su una delle alture, perché non diventi più importante delle altre. Ed allora si sceglie il centro geometrico dell’area, che va, a coincidere con la palude del Foro. Si scavano canalizzazioni, premessa della futura CLOACA MAXIMA la fogna principale , la cui uscita è tuttora visibile nei muraglioni del Tevere; si prosciuga e bonifica la valle del Foro , in cui si costruiscono gli edifici pubblici della neonata città. Ed il cimitero? Quello che c’è lo si interra, e le nuove sepolture si faranno sull’Esquilino. Ma poi Mecenate proprio sull’Esquilino (atras Esquilias, dirà Orazio, il lugubre Esquilino, dove deve passare, per andare dall’amico protettore) si costruirà la villa: le tombe si interrano e ricoprono, e da allora i morti verranno seppelliti sul colle Vaticano. Mi riferisco alle sepolture della gente comune. Le famiglie importanti, invece, costruiranno per sé e per la propria “familia” le tombe monumentali, che fiancheggiano le strade consolari.
Ma chi dirigerà la nuova città? Questa è il risultato dell’aggregazione di vari clan, ognuno dei quali governato dell’anziano (SENEX). Benissimo, il motore della città sarà l’insieme dei SENES, e l’organismo (così come la sua sede, chiamata anche Curia) si chiamerà SENATO. Il sostantivo che designa i senatori è PATRES, e questi ed i loro discendenti sono i PATRICII (patrizi), mentre tutti gli altri sono la PLEBS, che raccoglie nobili cadetti e cittadini non nobili, ricchi e poveri. Il senato si riunisce, discute, delibera, e poi illustra al popolo le decisioni per l’approvazione. Ma chi le realizzerà in concreto? Non possono provvedere certo delle persone anziane. Allora si sceglie uno che REGGA lo Stato nelle sue mani, ed abbia il potere ed il compito esecutivo: è il REX. Quindi inizialmente Roma è diretta da una monarchia, ma non dinastica ed ereditaria: morto il re, il senato ed il popolo SCELGONO il suo successore. Una monarchia elettiva, dunque, a vita ma molto poco assoluta, in quanto senato e popolo hanno un grosso potere di condizionamento per il re, quale non si riscontra in nessun’altra monarchia antica, e direi anche moderna fino al nostro 1600. Insomma direi che per Roma si può parlare fin da subito di uno SCHEMA costituzionale democratico, pur con i limiti di quel tempo (la sigla SPQR sta a significare il SENATO E IL POPOLO ROMANO, in collocazione – almeno teorica – paritaria). E’ singolare come, per altra strada (ne parlerò prossimamente), in quello stesso periodo anche e solo in Grecia ci si avvia ad una costituzione democratica. E le due aree si ignoravano a vicenda, quindi hanno raggiunto modalità organizzative simili, ma indipendentemente l’una dall’altra, e con genesi diversa. Il REX assomma nella sua persona le funzioni di massima autorità militare civile e religiosa.
Mi sa che i sette re furono più di sette (è un numero che sa di cabala: i sette saggi, i sette colli, le sette meraviglie, Tebe dalle sette porte,  e poi i sette vizi eccetera).
Cosa significhi la parola ROMA non lo sapevano nemmeno loro, neanche Cicerone, e resta il mistero. Si ipotizza un collegamento con il termine etrusco ruma (=corrente, sottinteso del Tevere), ma appare un po’ deboluccia. In greco antico Roma si chiamava Rome, ma, scritto minuscolo (rome), è un termine che significa “forza, potenza, energia”. I romani antichi, in perenne polemica reciproca con i greci, giustificavano il nome della città con il significato greco: perché questa città ha questo nome (Rome)? Perché ha la potenza (rome).  Ma scherzavano. Perché le leggende? Nel 391 una scorreria dei galli stanziati nella pianura padana (non si chiamava e NON SI CHIAMA Padania) arrivò fino in Campania, distruggendo tutto, anche Roma (tranne, forse, il Campidoglio), e tutti i documenti pubblici, allora conservati nella reggia (regia), divenuta sede dei pontefici dal 510 (fine della monarchia). Con la memoria collettiva e con quelle familiari ricostruirono la storia passata, ma, dove non c’era più il supporto documentale, crearono le leggende, con l’obiettivo di esaltare la Città. Quindi anche Romolo, figlio di Marte e discendente di Enea, figlio di Venere.
Per 240 anni circa (753-510) la città si resse a monarchia. Nel 510 a.C. in un sol colpo i romani si liberarono dell’ultimo re (Tarquinio il superbo), degli etruschi (tale infatti era costui e gli immediati predecessori), e del sistema monarchico, realizzando la repubblica. Perché proprio nel 510? Ne parleremo prossimamente. Per domenica prossima vi proporrò SCIPIONE L’AFRICANO, e ne leggerete – credo – delle belle.
Un’ultima cosa: l’isola tiberina fu adibita ad ospedale (santuario di Esculapio , nome latino del greco Asclepio, dio della medicina), ed oggi ospita l’ospedale Fatebenefratelli. Quando si dice il destino!

Oggi l’altura della Velia, prossima al Colosseo, è inutile che la cerchiate,  non c’è più: per il duce era di troppo, e la fece sbancare, per fare spazio a via dei fori imperiali, nelle sue farneticazioni romanoidi, che tanto bene hanno fatto all’Italia ed alla considerazione della civiltà latina. Trasformata in scenario di cartapesta (ma l’ha fatto anche Silvio, a Pratica di Mare, quando vi convennero i grandi della terra, e lui spiegò che quello era il sito dell’antica Lavinio, fondata da Enea, da cui sarebbero discesi Romolo e Remolo, proprio così, Remolo!), la si associa troppo semplicisticamente alla retorica imperiale, quella che ha portato il Paese a divenire campo di battaglia per la seconda guerra mondiale. All’insaputa degli idiotes ( per questo termine vedi il post su Pericle e Aspasia). Remo(lo) aveva due figli, Senio ed Ascanio, che, morto il padre, fuggirono in Etruria, dove fondarono Siena, che ha come emblema una lupa, pure lei..  A DOMENICA PROSSIMA CON SCIPIONE L’AFRICANO.

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