sabato 17 gennaio 2015




CARPE DIEM
Tu non domandare,
non è concesso agli uomini saperlo,
quale  la fine di vita a te, o Leuconoe *, quale a me
 gli dèi abbiano sancito,
e non stare a consultare
gli oroscopi babilonesi.

Sia che molti inverni
Giove abbia stabilito per noi,
sia che si riveli l’ultimo,
questo che ora sfianca il mar Tirreno
contro le opposte scogliere,
quant’è meglio accettare qualunque cosa sarà.

Sii saggia, spilla il vino
e dallo spazio breve della vita
 una lunga speranza toglila via.
Noi parliamo, e intanto se ne sarà andato
il tempo, ostile:
.

afferralo il tempo, fiduciosa nel domani
il meno che puoi.

·         Leoconoe, nome di una interlocutrice immaginaria. E’ un nome di impasto linguistico greco:  leukòs = bianco, nous= mente. Quindi ingenua, mente candida. O candida-mente
·         Il verbo càrpere indica il gesto di cogliere un frutto o un fiore. Qui l’uso è metaforico.

E’ inverno , e la scena è in un interno. Il freddo impedisce il lavoro, e la candida mente butta via il tempo a interrogarsi sul domani, e pretendere di prevederlo con l’aiuto degli oroscopi. Ma la razional mente la richiama alla realtà: cosa si può fare oggi? Spillare il vino e aggiungere abbondante legna sul fuoco, come dice in un’altra splendida ode. Questo è quello che puoi fare oggi: fallo, e non te ne privare, dietro pensieri vietati alla condizione umana, pur tuttavia capaci di distoglierti dal fare quello che puoi fare. Il domani è nella mente di Giove, quindi fuori della nostra portata, e preoccuparcene può recarci danno, con l’ impedirci di fruire dell’oggi, intanto.

Qualcuno traduce CARPE DIEM con “l’attimo fuggente”, che è stato anche titolo per un bel film e di successo. Ma non mi pare giusto. Sia la parola “attimo” che la parola “fuggente”, ed ancor più se messe insieme, hanno un che di angosciante e di angosciato, che può anche essere legittimo, ma non in Orazio. Il poeta è un epicureo convinto, anche se non proprio ortodosso, per qualche sua piccola eresia rispetto alla dottrina del Maestro. E per Epicuro è saggio colui che approda ad una condizione di vita serena. Questa – ma purtroppo raramente – ci può arrivare anche come grazioso dono del destino. Di solito, però, è una nostra conquista. Come? Selezionando i dati della vita, fino ad enucleare quelle pochissime cose, che sono veramente INDISPENSABILI ED INEVITABILI per vivere bene, così da ridurre al minimo minimo ciò da cui ci può venire turbamento. E meno cose sono importanti per noi, meno può succedere che vengano a mancarci, turbandoci. L’ASSENZA DI TURBAMENTO è la condizione base, perché noi si raggiunga quella condizione di spirito, che si chiama ATARASSIA (imperturbabilità, mancanza di turbamento). E’ il porto tranquillo del saggio, da cui osserva gli altri lottare accanitamente contro i marosi della vita. Detto per inciso, SAGGEZZA non è un capo di abbigliamento, da togliere ed indossare a seconda delle occasioni, ma uno stabile stato d’animo, che ci permette di affrontare le vicende della vita al meglio possibile per gli esseri umani. Non mi pare poco, né cosa da guardare con aria di compatimento e di sufficienza. Dunque, se il saggio epicureo è colui che ha costruito se stesso, in modo tale da evitare il turbamento dell’angoscia, allora si va fuori del giusto, se si attribuisce ad Orazio, poeta epicureo, un’esortazione carica d’angoscia, qual è “l’attimo fuggente”.

C’è anche la traduzione “cogli l’attimo”, che pare meno angosciante dell’altra, ma non tanto. “Vivi alla giornata”, è l’altra interpretazione che si incontra. Ma anche questa non si inquadra nel pensiero epicureo: il saggio arriva ad essere tale solo con un assiduo lavoro su se stesso, essendo la saggezza un progetto di vita, da costruire giorno dopo giorno, come un filo ininterrotto, che si dipana nel tempo, un giorno dopo l’altro, mentre “vivi alla giornata” mi pare che presupponga un atteggiamento del tipo “vediamo che succede”, ieri non conta, domani si vedrà: vale solo l’oggi. Ma l’oggi non esiste, direbbero Platone, S.Agostino e Bergson, oscillando esso tra ciò che non c’è più (il passato) e ciò che ancora non c’è (il futuro).

E allora? Il senso – anche alla luce di altre Odi ed altri componimenti oraziani – a me pare questo: la vita, giorno per giorno, offre ad ognuno di noi l’opportunità di fare qualcosa di bello, di buono, di utile, o anche di importante per noi e per gli altri. Bene! Fallo oggi, perché domani avrà altre opportunità, e forse non ci sarà spazio per qualcosa da fare oggi e rinviato a domani, e rischi di perderlo. Ma il bello il buono l’utile l’importante, come i loro contrari, presuppongono una fase di ricerca e costruzione, per definirli e stabilire che cosa essi siano: lavori che richiedono tempo, e mal si combinano con “vivi alla giornata”. Le opportunità non vanno rimandate, ancor meno per chiedersi su cosa sarà domani, perché può darsi che il domani non ci sarà (facciamo pure gli scongiuri, ma…), o forse le condizioni favorevoli di oggi non ci saranno domani, o forse noi saremo distratti da altro, e addio opportunità di oggi, te ne vai via, e per sempre!

In questo quadro d’assieme è implicita una conclusione: la morte, questo lo si sa, verrà inesorabilmente, e insieme alla vita ci porterà via tutto. Tutto, tranne QUELLO CHE AVREMO VISSUTO, se non  avremo sprecato il diem in cose inutili o irraggiungibili. Sempre su indicazione di Epicuro si può fare un elenco delle cose inutili, appresso alle quali noi dilapidiamo il tempo, anche oggi, ma ve ne faccio grazia. Solo una ne indico, la più perniciosa, perché si tira dietro molte altre: il denaro. E la filosofia epicurea è una filosofia ascetica, con i beni ridotti all’essenziale.

La morte , dunque, ci toglie la vita, ma nulla può contro quello che avremo vissuto. Quello resta, da qualche parte nell’esistente, chissà dove. Ma come si fa ad annullarlo? Neanche la morte può tanto.

A metà dell’ultima strofa c’è una straordinaria e modernissima intuizione poetica: “Noi parliamo, ed intanto il tempo SARA’ ANDATO via.”. SARA’ ANDATO, un futuro anteriore. Un futuro semplice sarebbe stato più tranquillizzante (una cosa che è di là da venire, preoccupa un po’ meno), mentre il futuro anteriore costringe a riflettere sul tempo, e a non sprecarlo con gli oroscopi (o con il Grande Fratello, le isole dei famosi, il calcio calcio calcio, soprattutto parlato, la comparsata in TV, e poi ‘a machina, er tabblett eccetera eccetera eccetera). Così è, se vi pare.

Va da sé che questa è una mia personale interpretazione del carme, sulla scorta della mia sensibilità personale e della conoscenza abbastanza ampia che mi attribuisco su Orazio. Ma la poesia ha di bello anche questo, che non v’è da stupirsi, se le chiavi di lettura sono le più varie.


Nelle foto ci sono una statua di Orazio (a Venosa, sua patria), l’ara pacis augustae, la villa di Orazio a Licenza, e l’auditorium di Mecenate. Era, Mecenate, di origine etrusca, di antica famiglia nobile, un re (lucumone) sarebbe stato, senza la conquista romana. Ma fu il consigliere numero uno di Augusto, e per lui fece della sua casa il punto di riferimento dei migliori intellettuali del tempo (Virgilio, Orazio, Livio, per dire i più noti), perché con le loro opere contribuissero all’affermazione dell’ideologia del principato. Va detto subito che non furono dei venduti (Livio, addirittura, era indicato come “pompeiano”, cioè nostalgico della repubblica, proprio in casa di colui che la stava abolendo a vantaggio della monarchia imperiale). C’erano, invece, delle corpose corrispondenze tra il pensiero di questi poeti ed il progetto di Ottaviano. Adesione quindi sincera e spontanea. Orazio in particolare suscitava simpatie da parte del principe, che gli consentì una vita agiata. Mecenate stesso gli regalò una villa signorile (a Licenza? A Vocone?). ma, quando Ottaviano iniziò a fare pressioni sul poeta perché scrivesse il Poema Epico Nazionale Romano, Orazio, che non si sentiva idoneo all’epica, oppose un rifiuto garbato, ma netto (haud mollia iussa = pressioni non proprio tènere, dirà Virgilio allinizio del libro III delle Georgiche). Potevano anche riprendersi tutto, sembrava dire il poeta, perché la sua corda preferita non era l’epica, ma la lirica. Scrisse quattro libri di liriche, le Odi, e da questi componimenti si aspettava quella gloria, che gli avrebbe consentito di sconfiggere la morte. Il tema del tempo è un chiodo fisso per lui, e torna di continuo, segno che è un pensiero difficile da risolvere se non esorcizzare. Ma per lungo tempo l’approccio è equilibrato e sereno. Il progetto iniziale per le odi era di tre libri: la prima ode del primo libro, quella di apertura dell’intero ciclo lirico, contempla la dedica a Mecenate, della cui amicizia Orazio si sente entusiasta, per una evidente empatia, e l’ultima del terzo libro è quella di congedo dalle odi. Ma poi aggiunse il quarto libro, e qui il tema del tempo si fa angosciante, qui veramente, mentre negli altri tre, pur ritornando di continuo, appare sotto controllo. Dice infatti nella VII ode (versi 7-12):

Non sperare l’immortalità, ti ammonisce l’anno
e l’ora che trascina via il giorno vitale.
Si stempera il freddo per il soffio di Zefiro,
ma subito la primavera è incalzata dall’estate,
a sua volta destinata a tramontare ,non appena
l’autunno che porta frutti avrà dato i raccolti,
e subito torna inerte la bruma.

Pochi tratti di pennello, e l’anno appena iniziato è di nuovo alla fine. Rapido, rapinoso, sfrenato..


Arrivederci a domenica prossima. Tratterò della fondazione di Roma, sulla scorta dei dati storici. E anticipo che non l’ha fondata Romolo, e che il suo nome non viene dal primo re, ma chissà mai da cosa! Neanche Cicerone lo sapeva. Se per le prossime volte vi interessa qualche argomento, comunicatemelo, vedrò se potrò accontentarvi (garantisco l’anonimato!!!). MI RIVOLGO A CHI LEGGERA’ QUESTO SCRITTO E NON E’ ISCRITTO AL GRUPPO: ISCRIVETEVI, E’ GRATIS, E PER SEMPRE, SE VI INTERESSA AVERE  DI SICURO ANCHE GLI ALTRI POST.
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Fulvio Marino
Il pifferaio tragico (romanzo lungo un giorno)
Prenotabile presso tutte le librerie Feltrinelli (specificare che rientra nel progetto ilmiolibro.it)
Una scorribanda nella nostra allucinata realtà, con recuperi della memoria di una generazione, ed un’ipotesi per uscire dall’attuale stallo generale. Si legge d’un fiato, ma poi ci si ritorna su.

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