CARPE DIEM
Tu
non domandare,
non
è concesso agli uomini saperlo,
quale
la fine di vita a te, o Leuconoe *,
quale a me
gli dèi abbiano sancito,
e
non stare a consultare
gli
oroscopi babilonesi.
Sia
che molti inverni
Giove
abbia stabilito per noi,
sia
che si riveli l’ultimo,
questo
che ora sfianca il mar Tirreno
contro
le opposte scogliere,
quant’è
meglio accettare qualunque cosa sarà.
Sii
saggia, spilla il vino
e
dallo spazio breve della vita
una lunga speranza toglila via.
Noi
parliamo, e intanto se ne sarà andato
il
tempo, ostile:
.
afferralo
il tempo, fiduciosa nel domani
il
meno che puoi.
·
Leoconoe, nome di una interlocutrice
immaginaria. E’ un nome di impasto linguistico greco: leukòs = bianco, nous= mente. Quindi ingenua,
mente candida. O candida-mente
·
Il verbo càrpere indica il gesto di cogliere un frutto o un
fiore. Qui l’uso è metaforico.
E’
inverno , e la scena è in un interno. Il freddo impedisce il lavoro, e la candida
mente butta via il tempo a interrogarsi sul domani, e pretendere di
prevederlo con l’aiuto degli oroscopi. Ma la razional mente la richiama
alla realtà: cosa si può fare oggi? Spillare il vino e aggiungere abbondante
legna sul fuoco, come dice in un’altra splendida ode. Questo è quello che puoi
fare oggi: fallo, e non te ne privare, dietro pensieri vietati alla condizione
umana, pur tuttavia capaci di distoglierti dal fare quello che puoi fare. Il
domani è nella mente di Giove, quindi fuori della nostra portata, e preoccuparcene
può recarci danno, con l’ impedirci di fruire dell’oggi, intanto.
Qualcuno
traduce CARPE DIEM con “l’attimo
fuggente”, che è stato anche titolo per un bel film e di successo. Ma non mi
pare giusto. Sia la parola “attimo” che la parola “fuggente”, ed ancor più se
messe insieme, hanno un che di angosciante e di angosciato, che può anche
essere legittimo, ma non in Orazio. Il poeta è un epicureo convinto, anche se
non proprio ortodosso, per qualche sua piccola eresia rispetto alla dottrina
del Maestro. E per Epicuro è saggio colui
che approda ad una condizione di vita serena. Questa – ma purtroppo raramente –
ci può arrivare anche come grazioso dono del destino. Di solito, però, è una
nostra conquista. Come? Selezionando i dati della vita, fino ad enucleare
quelle pochissime cose, che sono veramente INDISPENSABILI ED INEVITABILI per
vivere bene, così da ridurre al minimo minimo ciò da cui ci può venire
turbamento. E meno cose sono importanti per noi, meno può succedere che vengano
a mancarci, turbandoci. L’ASSENZA DI TURBAMENTO è la condizione base, perché
noi si raggiunga quella condizione di spirito, che si chiama ATARASSIA (imperturbabilità, mancanza di
turbamento). E’ il porto tranquillo del saggio, da cui osserva gli altri
lottare accanitamente contro i marosi della vita. Detto per inciso, SAGGEZZA
non è un capo di abbigliamento, da togliere ed indossare a seconda delle
occasioni, ma uno stabile stato d’animo, che ci permette di affrontare le
vicende della vita al meglio possibile per gli esseri umani. Non mi pare poco,
né cosa da guardare con aria di compatimento e di sufficienza. Dunque, se il saggio
epicureo è colui che ha costruito se stesso, in modo tale da evitare il
turbamento dell’angoscia, allora si va fuori del giusto, se si attribuisce ad
Orazio, poeta epicureo, un’esortazione carica d’angoscia, qual è “l’attimo
fuggente”.
C’è
anche la traduzione “cogli l’attimo”, che pare meno angosciante dell’altra, ma
non tanto. “Vivi alla giornata”, è l’altra interpretazione che si incontra. Ma
anche questa non si inquadra nel pensiero epicureo: il saggio arriva ad essere
tale solo con un assiduo lavoro su se stesso, essendo la saggezza un progetto
di vita, da costruire giorno dopo giorno, come un filo ininterrotto, che si
dipana nel tempo, un giorno dopo l’altro, mentre “vivi alla giornata” mi pare
che presupponga un atteggiamento del tipo “vediamo che succede”, ieri non
conta, domani si vedrà: vale solo l’oggi. Ma l’oggi non esiste, direbbero Platone, S.Agostino e Bergson, oscillando esso
tra ciò che non c’è più (il passato) e ciò che ancora non c’è (il futuro).
E
allora? Il senso – anche alla luce di altre Odi ed altri componimenti oraziani
– a me pare questo: la vita, giorno per giorno, offre ad ognuno di noi
l’opportunità di fare qualcosa di bello, di buono, di utile, o anche di
importante per noi e per gli altri. Bene! Fallo oggi, perché domani avrà altre
opportunità, e forse non ci sarà spazio per qualcosa da fare oggi e rinviato a
domani, e rischi di perderlo. Ma il bello il buono l’utile l’importante, come i
loro contrari, presuppongono una fase di ricerca e costruzione, per definirli e
stabilire che cosa essi siano: lavori che richiedono tempo, e mal si combinano
con “vivi alla giornata”. Le opportunità non vanno rimandate, ancor meno per
chiedersi su cosa sarà domani, perché può darsi che il domani non ci sarà
(facciamo pure gli scongiuri, ma…), o forse le condizioni favorevoli di oggi
non ci saranno domani, o forse noi saremo distratti da altro, e addio
opportunità di oggi, te ne vai via, e per sempre!
In
questo quadro d’assieme è implicita una conclusione: la morte, questo lo si sa,
verrà inesorabilmente, e insieme alla vita ci porterà via tutto. Tutto, tranne
QUELLO CHE AVREMO VISSUTO, se non avremo
sprecato il diem in cose inutili o irraggiungibili. Sempre su indicazione di Epicuro si può fare un elenco delle cose
inutili, appresso alle quali noi dilapidiamo il tempo, anche oggi, ma ve ne
faccio grazia. Solo una ne indico, la più perniciosa, perché si tira dietro
molte altre: il denaro. E la filosofia epicurea è una filosofia ascetica, con i
beni ridotti all’essenziale.
La
morte , dunque, ci toglie la vita, ma nulla può contro quello che avremo
vissuto. Quello resta, da qualche parte nell’esistente, chissà dove. Ma come si
fa ad annullarlo? Neanche la morte può tanto.
A
metà dell’ultima strofa c’è una straordinaria e modernissima intuizione
poetica: “Noi parliamo, ed intanto il tempo SARA’ ANDATO via.”. SARA’ ANDATO,
un futuro anteriore. Un futuro semplice sarebbe stato più tranquillizzante (una
cosa che è di là da venire, preoccupa un po’ meno), mentre il futuro anteriore
costringe a riflettere sul tempo, e a non sprecarlo con gli oroscopi (o con il
Grande Fratello, le isole dei famosi, il calcio calcio calcio, soprattutto
parlato, la comparsata in TV, e poi ‘a machina, er tabblett eccetera eccetera
eccetera). Così è, se vi pare.
Va
da sé che questa è una mia personale interpretazione del carme, sulla scorta
della mia sensibilità personale e della conoscenza abbastanza ampia che mi
attribuisco su Orazio. Ma la poesia ha di bello anche questo, che non v’è da
stupirsi, se le chiavi di lettura sono le più varie.
Nelle
foto ci sono una statua di Orazio (a Venosa, sua patria), l’ara pacis augustae,
la villa di Orazio a Licenza, e l’auditorium di Mecenate. Era, Mecenate, di origine
etrusca, di antica famiglia nobile, un re (lucumone) sarebbe stato, senza la
conquista romana. Ma fu il consigliere numero uno di Augusto, e per lui fece
della sua casa il punto di riferimento dei migliori intellettuali del tempo
(Virgilio, Orazio, Livio, per dire i più noti), perché con le loro opere
contribuissero all’affermazione dell’ideologia del principato. Va detto subito
che non furono dei venduti (Livio, addirittura, era indicato come “pompeiano”,
cioè nostalgico della repubblica, proprio in casa di colui che la stava
abolendo a vantaggio della monarchia imperiale). C’erano, invece, delle corpose
corrispondenze tra il pensiero di questi poeti ed il progetto di Ottaviano.
Adesione quindi sincera e spontanea. Orazio in particolare suscitava simpatie
da parte del principe, che gli consentì una vita agiata. Mecenate stesso gli
regalò una villa signorile (a Licenza? A Vocone?). ma, quando Ottaviano iniziò
a fare pressioni sul poeta perché scrivesse il Poema Epico Nazionale Romano,
Orazio, che non si sentiva idoneo all’epica, oppose un rifiuto garbato, ma
netto (haud mollia iussa = pressioni non proprio tènere, dirà Virgilio
allinizio del libro III delle Georgiche). Potevano anche riprendersi tutto,
sembrava dire il poeta, perché la sua corda preferita non era l’epica, ma la
lirica. Scrisse quattro libri di liriche, le Odi, e da questi componimenti si
aspettava quella gloria, che gli avrebbe consentito di sconfiggere la morte. Il
tema del tempo è un chiodo fisso per lui, e torna di continuo, segno che è un
pensiero difficile da risolvere se non esorcizzare. Ma per lungo tempo
l’approccio è equilibrato e sereno. Il progetto iniziale per le odi era di tre
libri: la prima ode del primo libro, quella di apertura dell’intero ciclo
lirico, contempla la dedica a Mecenate, della cui amicizia Orazio si sente
entusiasta, per una evidente empatia, e l’ultima del terzo libro è quella di
congedo dalle odi. Ma poi aggiunse il quarto libro, e qui il tema del tempo si
fa angosciante, qui veramente, mentre negli altri tre, pur ritornando di
continuo, appare sotto controllo. Dice infatti nella VII ode (versi 7-12):
Non sperare
l’immortalità, ti ammonisce l’anno
e l’ora che
trascina via il giorno vitale.
Si stempera il
freddo per il soffio di Zefiro,
ma subito la
primavera è incalzata dall’estate,
a sua volta
destinata a tramontare ,non appena
l’autunno che
porta frutti avrà dato i raccolti,
e subito torna
inerte la bruma.
Pochi
tratti di pennello, e l’anno appena iniziato è di nuovo alla fine. Rapido,
rapinoso, sfrenato..
Arrivederci
a domenica prossima. Tratterò della fondazione di Roma, sulla scorta dei dati
storici. E anticipo che non l’ha fondata Romolo, e che il suo nome non viene
dal primo re, ma chissà mai da cosa! Neanche Cicerone lo sapeva. Se per le
prossime volte vi interessa qualche argomento, comunicatemelo, vedrò se potrò
accontentarvi (garantisco l’anonimato!!!). MI RIVOLGO A CHI LEGGERA’ QUESTO
SCRITTO E NON E’ ISCRITTO AL GRUPPO: ISCRIVETEVI, E’ GRATIS, E PER SEMPRE, SE
VI INTERESSA AVERE DI SICURO ANCHE GLI
ALTRI POST.
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Fulvio Marino
Il pifferaio
tragico (romanzo
lungo un giorno)
Prenotabile
presso tutte le librerie Feltrinelli (specificare che rientra nel progetto ilmiolibro.it)
Una scorribanda
nella nostra allucinata realtà, con recuperi della memoria di una generazione,
ed un’ipotesi per uscire dall’attuale stallo generale. Si legge d’un fiato, ma
poi ci si ritorna su.



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