TITO MANLIO TORQUATO , LUCIO
PAPIRIO CURSORE, DECIO MURE
nostri
antenati, ma noi abbiamo cambiato la razza
Correva (anche
lui!) l’anno 340 a.C., e Roma in simultanea doveva affrontare tre guerre:
contro i sanniti, gli etruschi, e, peggiore di tutte, contro i latini. Perché
questa la peggiore? Perché i latini nel modo di combattere erano ormai romani,
dato che avevano fiancheggiato i romani
da decenni. Dunque a parità di tecnica militare avrebbe vinto il più forte ed
il più determinato. E a Roma la preoccupazione era grande. Era console Tito
Manlio detto Imperioso (portatore di ferrea disciplina militare, come vedremo),
ed anche Torquato. In uno scontro con un’orda di galli aveva affrontato un
nemico gigantesco e tutto impennacchiato, che incuteva un giustificato timore
ai romani. Lui invece no, non ebbe paura, tignoso com’era: affrontò l’erculeo
gigante, lo colpì, lo abbatté, gli saltò addosso con determinazione estrema, e
gli portò via la collana (torques). Così facevano i pellerossa americani con lo
scalpo del nemico ucciso, ma l’avevano imparato dai bianchi, che portavano la
civiltà in America, come hanno portato la democrazia in medio oriente.
Navigando navigando
sulla terra ferma, i due eserciti (romano e latino) erano arrivati in Campania,
in cerca del luogo idoneo a farsi una bella battaglia e massacrarsi a dovere.
Ed il luogo fu la zona del Vesuvio. Torquato, il console imperioso, aveva dato
ordine tassativo di non prendere iniziative di alcun genere, ed attendere gli
ordini del console. Suo figlio, comandante di un reparto di cavalleria, mandato
ad ispezionare, si fece invece indurre ad uno scontro con un reparto nemico:
attaccò, inseguì, vinse, fece bottino, e, tutto contento, tornò da papà, per
riscuotere il meritato elogio. Ma quello, per tutta risposta, lo fece legare al
palo e decapitare: quando il console dà un ordine, TUTTI devono ubbidire. “Se
io ti salvo – disse in sintesi – avrò seguito il sentimento umano di padre. Ma
la disciplina dell’esercito è lo strumento più importante per la salvezze e la
grandezza di Roma, di fronte alla quale gli interessi privati vanno messi da
parte. Salvare te significa minare la disciplina e quindi la patria: il bene di
uno rischia di tradursi nel danno di tutti.”. Lo pregarono ed implorarono, ma
non ci fu verso: lo fece decapitare. Mi pare che oggi viga lo stesso cervello:
quello che dovrebbe essere ovvio, non lo è, tanto che si deve fare una LEGGE
sul conflitto di interessi, e sono venti anni e più, e non ci si riesce. Dice
Tacito, un altro antico, e quindi non capiva nulla, rispetto ai sapientoni di
oggi, che più il codice abbonda di leggi, più corrotta è la Società. Ed oggi il
codice è esagerato! A volte non basta nemmeno un avvocato…..
Ma quella battaglia
cruciale vide un altro episodio straordinario, che oggi sarebbe semplicemente
inimmaginabile. Era venuto fuori dagli indovini, che avrebbe vinto
quell’esercito il cui capo si fosse sacrificato. Il collega di Manlio, il
console Decio Mure, fece la devotio, cioè consacrava agli dei le schiere dei
nemici, dando in cambio della vittoria di Roma la propria vita. Si vestì come
il cerimoniale prescriveva e per morire si lanciò nel folto dei nemici, che lo
massacrarono. Ma i soldati romani, trascinati dall’esempio, si scatenarono con
ferocia inaudita, e vinsero la battaglia. Sicuramente Renzi e gli altri
farebbero lo stesso. Siamo o non siamo gli eredi dei romani?
I romani antichi
(antenati di tutti gli Ivano e di tutte le Jessica di Verdone, dei coatti e dei
furbi o presunti tali dei tempi nostri), ed i sanniti (a loro volta antenati di
tutti gli Antonio Razzi, senatore e quindi esatto rappresentante di certa
Italia) iniziarono a suonarsele di santa ragione a partire dal 343 a.C., per
circa cinquant’anni, un’enormità anche oggi, figurarsi per un’epoca in cui la durata
media della vita era di quarant’anni, non continuativamente, ma a più riprese. In
palio c’era la Campania, a quei tempi FELIX, mica come è per noi, che l’abbiamo
trasformata nella terra della camorra, dei fuochi e dell’insulsa anarchia: ci
siamo migliorati anche qua, per cui abbiamo tutte le ragioni per guardare agli
antichi con giustificata aria di superiorità, anzi per ignorarli proprio, facendo
spallucce sulla storia, che ha prodotto il Colosseo Pompei ed il diritto
romano, ad esempio. La Campania e le ricche città di origine greca. E la lotta
durò tanto, perché si scontravano due popoli, che, a dirli tignosi, si è detto
nulla. Alla fine la spuntarono i romani, perché resistettero di più. Come mai? Leggete
questo episodio e poi quello appresso. Così sarà chiaro il perché.
Siamo nel 340, quindi
all’inizio del confronto. I romani hanno scelto un dittatore, Lucio Papirio
Cursore (lo chiamavano così, in quanto dedito all’esercizio della corsa,
insomma amava fare jogging: anche questo!). Attenzione che la parola “dittatore”
ha un valore diverso da quello odierno: la dittatura era una magistratura
straordinaria, o per fronteggiare una situazione di fronte alla quale le
magistrature ordinarie non funzionavano (e serviva un energico serrate le file,
come facciamo noi, quando nominiamo un commissario in un’azienda, ad esempio),
o per un compito ben precisato. E qui si trattava di condurre le operazioni
contro i sanniti. La durata era di sei mesi, o il periodo necessario per
concludere la cosa. Il dittatore militare nominava il magister equitum, il capo
della cavalleria, che, in sua assenza, era il suo vice. Bene: Papirio nomina
suo vice Quinto Fabio, giovane di ottima famiglia, e per questo ambizioso la
sua parte. Gli eserciti romano e sannita stanno uscendo dai propri
accampamenti, per darsele di santa ragione, quando il pullarius avverte il
dittatore che c’è qualcosa che non va. Chi era costui? Era uno addetto a
controllare i polli. I polli? Certo! Erano considerati messaggeri degli dèi, e,
se mangiavano, tutto era a posto, altrimenti non andava bene. E quel mattino
non avevano mangiato. Quindi, disse il pullarius, è il caso che tu vada a Roma,
a prendere di nuovo gli auspici, cioè i messaggi degli dèi. E così Papirio
partì per Roma.
Ma, prima di
allontanarsi, chiamò il suo vice, Quinto Fabio, e lo ammonì a non prendere
iniziativa alcuna in sua assenza: solo difesa, niente attacco. E partì. Ma il
giovane Fabio non se ne diede per inteso, organizzò i suoi, e partì all’attacco
dei sanniti, sbaragliandoli (forse anche due volte), e facendo cospicuo
bottino. Lo fece ammucchiare e bruciare, dice Livio (libro VIII cap. 30),
perché non se ne appropriasse il dittatore, come suo vanto di guerra: se è
vero, capito le intenzioni del giovane Fabio? La notizia di questi eventi
arrivò a Roma, e Papirio si imbestialì alla grande (oltre che correre, era
anche alquanto fumantino). Di corsa – e si capisce! Cursore! – tornò nel
Sannio, l’ira gli metteva le ali ai piedi. Fabio, intanto, prevedendo la
reazione del dittatore, aveva arringato le truppe, implorandole di difenderlo
dall’imminente grandinata. Papirio arrivò, convocò l’assemblea, e, davanti a
tutti, comandò a Fabio di dire quali erano stati i suoi ordini prima di partire.
E quello non poté negare. “Dunque tu eri ben consapevole di violare gli ordini
del dittatore, quando hai fatto ciò che hai fatto!”. La cosa era di estrema
gravità: se si cominciano a trasgredire gli ordini del dittatore, addio
disciplina, addio vittorie, addio Roma! Quindi ordina al littore di legare al
palo il trasgressore per decapitarlo. Insomma siamo di nuovo nella situazione
di Manlio, anche se Fabio non era figlio del capo. Nasce un tumulto violento
tra i soldati, che rumoreggiano e gridano contro il dittatore, al punto che
questi è costretto ad accogliere una loro richiesta: si vada a Roma, e si ponga
la questione davanti al popolo. Ma davanti
al popolo si ripete la medesima situazione: il popolo che protesta e chiede che
si risparmi il giovane, e Papirio a difendere la legge, che DEVE valere più di
tutto e di tutti. Interviene anche il padre di Quinto Fabio, uomo di prestigio
e che tante benemerenze aveva dalla repubblica romana. Ma tutto è inutile,
Papirio non recede, e si sta quasi per arrivare all’esecuzione, quando padre e figlio
si presentano in veste dimessa, si gettano ai piedi del dittatore e chiedono
clemenza, con l’appoggio del popolo. A questo punto Papirio cambia il comando,
ritira l’accusa e fa salva la vita del
giovane: era un atto di clemenza il suo, sotto la spinta del popolo e del
senato, ma la colpa rimaneva ed il colpevole l’ammetteva, e l’autorità del
dittatore e della legge restavano integre. La legge, soprattutto. Oggi i
ministri ai propri figli procurano ottimi posti di lavoro, rolex, lauree in
Albania, tanto per dire: la stirpe è nettamente migliorata.
Qualche anno dopo, nel
321, l’esercito romano penetra nel Sannio per l’ennesimo tentativo di risolvere
il problema sanniti. Il console si comporta scioccamente, e, senza le ovvie
precauzioni, si infila in un canalone nei pressi di una località denominata Caudium.
Ma, quando i soldati arrivano dall’altra parte, trovano bloccata l’uscita da
massi e tronchi, scaraventati giù a bella posta dai sanniti, guidati da Gaio
Ponzio Telesino, il giovane comandante. I romani fanno per tornare indietro, ma
anche l’altra uscita nel frattempo è stata bloccata. Ed i sanniti da sopra
possono colpirli come e quando vogliono e fare una strage. Sorpreso dalla
facilità della vittoria, il giovane Ponzio chiede consiglio all’esperto padre
su cosa fare dei romani. “Ammazzali tutti!”, suggerisce il padre. Ma al figlio
pare un’enormità! “Allora lasciali liberi!”, è il nuovo suggerimento. Ma anche
questo non va al giovane. “Li umilierò!”. Ma il vecchio non è d’accordo: “O li
ammazzi tutti, e così i romani se ne staranno buoni a leccarsi le ferite per un
po’ di tempo; o li lasci liberi, creando in loro un grosso debito di
riconoscenza. Se li umili, te le faranno pagare!”. Vincere è bene, stravincere
no! Ma il giovane – che capiscono i vecchi? – fa di testa sua: fa sapere al
console che farà salva la vita dei soldati romani, a patto che lascino tutto lì
sul posto, e che escano in fila indiana disarmati ed in mutande. Il prezzo
della vittoria sarà una pace con clausole favorevoli ai sanniti. Ed il console
accetta. Dovranno passare attraverso una specie di porta da rugby molto bassa
(le forche caudine), così da doversi inchinare davanti ai nemici, che assistono
tra frizzi e lazzi. Ed in questa miserabile condizione l’esercito romano torna
a casa, e si becca gli insulti dei romani, che li accusano di viltà. Il giovane
Ponzio si presenta a Roma per reclamare il premio della vittoria. I senatori
gli domandano con chi ha concordato il premio. E lui ad indicare il console.
Ma, gli fanno notare, a Roma comanda il senato, quindi il console non poteva né
lui doveva prendere un accordo simile. Quindi fosse contento, già se poteva
tornare a casa incolume. Aveva ragione il vecchio!!! E la guerra finì nel 290
a.C.
CARI AMICI CHE MI
SEGUITE IN TUTTA ITALIA E QUALCUNO ANCHE ALL’ESTERO, CON QUESTO DI OGGI SIAMO
GIUNTI ALL’ULTIMO POST, ALMENO PER ORA. IL MARE RICHIAMA SEMPRE PIU’ ME “SCRITTORE”
E VOI, LETTORI. FARO’ ANCORA UNO O DUE INTERVENTI A RIEPILOGO DI TUTTI GLI
SCRITTI, UNA SINTESI RAGIONATA, ALMENO NELLE INTENZIONI, E POI BUONA ESTATE A
TUTTI. RINGRAZIO PER LA FEDELTA’ DI ALCUNI E PER LA PAZIENZA DI TUTTI. SARO’
BEN LIETO DI RISPONDERE A VOSTRI QUESITI, ANCHE RISERVATI, SE NE SARO’ CAPACE
Tutti
ar mare/ tutti ar mare,/ a mostrà le chiappe chiare…….


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