sabato 16 maggio 2015



TITO MANLIO TORQUATO , LUCIO PAPIRIO CURSORE, DECIO MURE
nostri antenati, ma noi abbiamo cambiato la razza

Correva (anche lui!) l’anno 340 a.C., e Roma in simultanea doveva affrontare tre guerre: contro i sanniti, gli etruschi, e, peggiore di tutte, contro i latini. Perché questa la peggiore? Perché i latini nel modo di combattere erano ormai romani, dato che  avevano fiancheggiato i romani da decenni. Dunque a parità di tecnica militare avrebbe vinto il più forte ed il più determinato. E a Roma la preoccupazione era grande. Era console Tito Manlio detto Imperioso (portatore di ferrea disciplina militare, come vedremo), ed anche Torquato. In uno scontro con un’orda di galli aveva affrontato un nemico gigantesco e tutto impennacchiato, che incuteva un giustificato timore ai romani. Lui invece no, non ebbe paura, tignoso com’era: affrontò l’erculeo gigante, lo colpì, lo abbatté, gli saltò addosso con determinazione estrema, e gli portò via la collana (torques). Così facevano i pellerossa americani con lo scalpo del nemico ucciso, ma l’avevano imparato dai bianchi, che portavano la civiltà in America, come hanno portato la democrazia in medio oriente.

Navigando navigando sulla terra ferma, i due eserciti (romano e latino) erano arrivati in Campania, in cerca del luogo idoneo a farsi una bella battaglia e massacrarsi a dovere. Ed il luogo fu la zona del Vesuvio. Torquato, il console imperioso, aveva dato ordine tassativo di non prendere iniziative di alcun genere, ed attendere gli ordini del console. Suo figlio, comandante di un reparto di cavalleria, mandato ad ispezionare, si fece invece indurre ad uno scontro con un reparto nemico: attaccò, inseguì, vinse, fece bottino, e, tutto contento, tornò da papà, per riscuotere il meritato elogio. Ma quello, per tutta risposta, lo fece legare al palo e decapitare: quando il console dà un ordine, TUTTI devono ubbidire. “Se io ti salvo – disse in sintesi – avrò seguito il sentimento umano di padre. Ma la disciplina dell’esercito è lo strumento più importante per la salvezze e la grandezza di Roma, di fronte alla quale gli interessi privati vanno messi da parte. Salvare te significa minare la disciplina e quindi la patria: il bene di uno rischia di tradursi nel danno di tutti.”. Lo pregarono ed implorarono, ma non ci fu verso: lo fece decapitare. Mi pare che oggi viga lo stesso cervello: quello che dovrebbe essere ovvio, non lo è, tanto che si deve fare una LEGGE sul conflitto di interessi, e sono venti anni e più, e non ci si riesce. Dice Tacito, un altro antico, e quindi non capiva nulla, rispetto ai sapientoni di oggi, che più il codice abbonda di leggi, più corrotta è la Società. Ed oggi il codice è esagerato! A volte non basta nemmeno un avvocato…..

Ma quella battaglia cruciale vide un altro episodio straordinario, che oggi sarebbe semplicemente inimmaginabile. Era venuto fuori dagli indovini, che avrebbe vinto quell’esercito il cui capo si fosse sacrificato. Il collega di Manlio, il console Decio Mure, fece la devotio, cioè consacrava agli dei le schiere dei nemici, dando in cambio della vittoria di Roma la propria vita. Si vestì come il cerimoniale prescriveva e per morire si lanciò nel folto dei nemici, che lo massacrarono. Ma i soldati romani, trascinati dall’esempio, si scatenarono con ferocia inaudita, e vinsero la battaglia. Sicuramente Renzi e gli altri farebbero lo stesso. Siamo o non siamo gli eredi dei romani?
I romani antichi (antenati di tutti gli Ivano e di tutte le Jessica di Verdone, dei coatti e dei furbi o presunti tali dei tempi nostri), ed i sanniti (a loro volta antenati di tutti gli Antonio Razzi, senatore e quindi esatto rappresentante di certa Italia) iniziarono a suonarsele di santa ragione a partire dal 343 a.C., per circa cinquant’anni, un’enormità anche oggi, figurarsi per un’epoca in cui la durata media della vita era di quarant’anni, non continuativamente, ma a più riprese. In palio c’era la Campania, a quei tempi FELIX, mica come è per noi, che l’abbiamo trasformata nella terra della camorra, dei fuochi e dell’insulsa anarchia: ci siamo migliorati anche qua, per cui abbiamo tutte le ragioni per guardare agli antichi con giustificata aria di superiorità, anzi per ignorarli proprio, facendo spallucce sulla storia, che ha prodotto il Colosseo Pompei ed il diritto romano, ad esempio. La Campania e le ricche città di origine greca. E la lotta durò tanto, perché si scontravano due popoli, che, a dirli tignosi, si è detto nulla. Alla fine la spuntarono i romani, perché resistettero di più. Come mai? Leggete questo episodio e poi quello appresso. Così sarà chiaro il perché.

Siamo nel 340, quindi all’inizio del confronto. I romani hanno scelto un dittatore, Lucio Papirio Cursore (lo chiamavano così, in quanto dedito all’esercizio della corsa, insomma amava fare jogging: anche questo!). Attenzione che la parola “dittatore” ha un valore diverso da quello odierno: la dittatura era una magistratura straordinaria, o per fronteggiare una situazione di fronte alla quale le magistrature ordinarie non funzionavano (e serviva un energico serrate le file, come facciamo noi, quando nominiamo un commissario in un’azienda, ad esempio), o per un compito ben precisato. E qui si trattava di condurre le operazioni contro i sanniti. La durata era di sei mesi, o il periodo necessario per concludere la cosa. Il dittatore militare nominava il magister equitum, il capo della cavalleria, che, in sua assenza, era il suo vice. Bene: Papirio nomina suo vice Quinto Fabio, giovane di ottima famiglia, e per questo ambizioso la sua parte. Gli eserciti romano e sannita stanno uscendo dai propri accampamenti, per darsele di santa ragione, quando il pullarius avverte il dittatore che c’è qualcosa che non va. Chi era costui? Era uno addetto a controllare i polli. I polli? Certo! Erano considerati messaggeri degli dèi, e, se mangiavano, tutto era a posto, altrimenti non andava bene. E quel mattino non avevano mangiato. Quindi, disse il pullarius, è il caso che tu vada a Roma, a prendere di nuovo gli auspici, cioè i messaggi degli dèi. E così Papirio partì per Roma.
Ma, prima di allontanarsi, chiamò il suo vice, Quinto Fabio, e lo ammonì a non prendere iniziativa alcuna in sua assenza: solo difesa, niente attacco. E partì. Ma il giovane Fabio non se ne diede per inteso, organizzò i suoi, e partì all’attacco dei sanniti, sbaragliandoli (forse anche due volte), e facendo cospicuo bottino. Lo fece ammucchiare e bruciare, dice Livio (libro VIII cap. 30), perché non se ne appropriasse il dittatore, come suo vanto di guerra: se è vero, capito le intenzioni del giovane Fabio? La notizia di questi eventi arrivò a Roma, e Papirio si imbestialì alla grande (oltre che correre, era anche alquanto fumantino). Di corsa – e si capisce! Cursore! – tornò nel Sannio, l’ira gli metteva le ali ai piedi. Fabio, intanto, prevedendo la reazione del dittatore, aveva arringato le truppe, implorandole di difenderlo dall’imminente grandinata. Papirio arrivò, convocò l’assemblea, e, davanti a tutti, comandò a Fabio di dire quali erano stati i suoi ordini prima di partire. E quello non poté negare. “Dunque tu eri ben consapevole di violare gli ordini del dittatore, quando hai fatto ciò che hai fatto!”. La cosa era di estrema gravità: se si cominciano a trasgredire gli ordini del dittatore, addio disciplina, addio vittorie, addio Roma! Quindi ordina al littore di legare al palo il trasgressore per decapitarlo. Insomma siamo di nuovo nella situazione di Manlio, anche se Fabio non era figlio del capo. Nasce un tumulto violento tra i soldati, che rumoreggiano e gridano contro il dittatore, al punto che questi è costretto ad accogliere una loro richiesta: si vada a Roma, e si ponga la questione davanti al popolo.  Ma davanti al popolo si ripete la medesima situazione: il popolo che protesta e chiede che si risparmi il giovane, e Papirio a difendere la legge, che DEVE valere più di tutto e di tutti. Interviene anche il padre di Quinto Fabio, uomo di prestigio e che tante benemerenze aveva dalla repubblica romana. Ma tutto è inutile, Papirio non recede, e si sta quasi per arrivare all’esecuzione, quando padre e figlio si presentano in veste dimessa, si gettano ai piedi del dittatore e chiedono clemenza, con l’appoggio del popolo. A questo punto Papirio cambia il comando, ritira l’accusa  e fa salva la vita del giovane: era un atto di clemenza il suo, sotto la spinta del popolo e del senato, ma la colpa rimaneva ed il colpevole l’ammetteva, e l’autorità del dittatore e della legge restavano integre. La legge, soprattutto. Oggi i ministri ai propri figli procurano ottimi posti di lavoro, rolex, lauree in Albania, tanto per dire: la stirpe è nettamente migliorata.

Qualche anno dopo, nel 321, l’esercito romano penetra nel Sannio per l’ennesimo tentativo di risolvere il problema sanniti. Il console si comporta scioccamente, e, senza le ovvie precauzioni, si infila in un canalone nei pressi di una località denominata Caudium. Ma, quando i soldati arrivano dall’altra parte, trovano bloccata l’uscita da massi e tronchi, scaraventati giù a bella posta dai sanniti, guidati da Gaio Ponzio Telesino, il giovane comandante. I romani fanno per tornare indietro, ma anche l’altra uscita nel frattempo è stata bloccata. Ed i sanniti da sopra possono colpirli come e quando vogliono e fare una strage. Sorpreso dalla facilità della vittoria, il giovane Ponzio chiede consiglio all’esperto padre su cosa fare dei romani. “Ammazzali tutti!”, suggerisce il padre. Ma al figlio pare un’enormità! “Allora lasciali liberi!”, è il nuovo suggerimento. Ma anche questo non va al giovane. “Li umilierò!”. Ma il vecchio non è d’accordo: “O li ammazzi tutti, e così i romani se ne staranno buoni a leccarsi le ferite per un po’ di tempo; o li lasci liberi, creando in loro un grosso debito di riconoscenza. Se li umili, te le faranno pagare!”. Vincere è bene, stravincere no! Ma il giovane – che capiscono i vecchi? – fa di testa sua: fa sapere al console che farà salva la vita dei soldati romani, a patto che lascino tutto lì sul posto, e che escano in fila indiana disarmati ed in mutande. Il prezzo della vittoria sarà una pace con clausole favorevoli ai sanniti. Ed il console accetta. Dovranno passare attraverso una specie di porta da rugby molto bassa (le forche caudine), così da doversi inchinare davanti ai nemici, che assistono tra frizzi e lazzi. Ed in questa miserabile condizione l’esercito romano torna a casa, e si becca gli insulti dei romani, che li accusano di viltà. Il giovane Ponzio si presenta a Roma per reclamare il premio della vittoria. I senatori gli domandano con chi ha concordato il premio. E lui ad indicare il console. Ma, gli fanno notare, a Roma comanda il senato, quindi il console non poteva né lui doveva prendere un accordo simile. Quindi fosse contento, già se poteva tornare a casa incolume. Aveva ragione il vecchio!!! E la guerra finì nel 290 a.C.

CARI AMICI CHE MI SEGUITE IN TUTTA ITALIA E QUALCUNO ANCHE ALL’ESTERO, CON QUESTO DI OGGI SIAMO GIUNTI ALL’ULTIMO POST, ALMENO PER ORA. IL MARE RICHIAMA SEMPRE PIU’ ME “SCRITTORE” E VOI, LETTORI. FARO’ ANCORA UNO O DUE INTERVENTI A RIEPILOGO DI TUTTI GLI SCRITTI, UNA SINTESI RAGIONATA, ALMENO NELLE INTENZIONI, E POI BUONA ESTATE A TUTTI. RINGRAZIO PER LA FEDELTA’ DI ALCUNI E PER LA PAZIENZA DI TUTTI. SARO’ BEN LIETO DI RISPONDERE A VOSTRI QUESITI, ANCHE RISERVATI, SE NE SARO’ CAPACE

Tutti ar mare/ tutti ar mare,/ a mostrà le chiappe chiare…….

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