Nelle foto: Triremi (totale), Termopili monumento, triremi (sezione)
LE GUERRE PERSIANE
Con
questo titolo si indicano gli eventi bellici verificatisi tra il 499 ed il 479
a.C., una guerra tra le città greche ed il potente impero persiano.
CAUSE LONTANE. Tornarono da Delfi, dove si erano
recati a consultare l’oracolo di Apollo, i messi del re di Lidia Creso,
devoto al dio come pochi. Era preoccupato il re di Lidia, perché i persiani,
sotto la guida del re Ciro il Vecchio stavano conquistando territori su territori,
ed ormai erano ai confini della Lidia. Aveva mandato a chiedere cosa fare di
fronte ad un vicino così ingombrante, e l’oracolo aveva sentenziato:
“Distruggerai un grande regno.”. Dichiara guerra a Ciro, e, sconfitto, si
salva per miracolo dal rogo da vivo, ed ottiene dal vincitore di mandare a
Delfi le catene che l’avevano legato, a titolo di ringraziamento ironico per
il bel consiglio. E l’oracolo: “Ti avevo detto che avresti distrutto un
grande regno, ma non ti ho detto quale. Nei fatti hai distrutto il tuo.”.
Insomma i preti hanno sempre ragione! Ma cosa c’entrano Creso e Ciro con le
guerre persiane? C’entrano, c’entrano. Sulle coste dell’Anatolia che si
affacciano sul Mediterraneo, c’era una miriade di colonie greche. Creso le
aveva rese tutte sue tributarie, ma la cosa filava via tranquilla. Come mai?
Ufficialmente dipendevano da Creso, di fatto potevano vivere nel modo che
credevano: democrazia in politica, libertà massima individuale, con il solo
ovvio limite delle leggi, possibilità di scelta su cosa fare nella vita,
libertà d’impresa in campo economico. Quest’ultima era all’origine di tutto:
le città coloniali greche erano gli snodi di scambio tra il bacino
mediterraneo e l’oriente, perfino quello estremo, con evidenti benefici
economici ed anche culturali. Da lì vicino, infatti, cioè dalla Fenicia
imparano l’alfabeto letterale, semplice ed elastico, tanto che lo si insegna ai bambini, trasmesso poi ai
latini, ed oggi usiamo quello, anzi va espandendosi nel mondo; e dalla Lidia
l’uso della moneta, diffusosi rapidamente in tutto il mondo, dando luogo alla
finanza, che tanto bene ci sta facendo, a noi, uomini del 2000! Sconfitto
Creso, la Lidia e le colonie greche passarono sotto il controllo persiano, e
la situazione cambiò radicalmente. Addio all’autonomia, addio alla libera
iniziativa individuale, addio al sistema economico basato sull’impresa, addio
alla democrazia! L’impero persiano è accentrato, come tutti gli antichi regni
orientali. È diviso in satrapie, i romani avrebbero detto province, con una
struttura piramidale, al cui culmine il satrapo, che risponde direttamente e
personalmente al Grande Re (come lo chiamano i greci), con l’autosufficienza
produttiva per obiettivo, mentre il surplus va gestito dal centro generale a
vantaggio di tutti. Un sistema chiuso, in cui domina il lavoro coatto. In una
parola i greci vedono minacciata gravemente la loro CIVILTA’, che in economia
si basa sulla libera iniziativa e sugli schiavi. Inizia dunque un periodo di
tensioni via via crescenti, fino all’aperta RIVOLTA IONICA.
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IONIA.
L’area geografica della costa anatolica è fittamente abitata da migranti
greci, che provengono da tutta la Grecia, su impulso e con la prevalenza
etnica e culturale dell’Attica. Gli ioni non sono una sottogruppo greco, come
i dori o gli eoli, ma un miscuglio, culturalmente e linguisticamente molto
legato ad Atene. Ed Atene infatti sarà quasi l’unica città che sosterrà la
rivolta, darà aiuto, e si esporrà alla rappresaglia persiana.
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COLONIE. Nella storia greca il termine è sbagliato. E’ un
vocabolo latino, derivato dal verbo còlere, cioè coltivare. Specialmente nella
penisola italica (ma non solo) i romani confiscavano parte del territorio ai
nemici vinti, e tale terra costituiva l’ager publicus. Questo era distribuito
con certi criteri ai cittadini romani, specie militari a fine leva, come
premio di milizia. In zone lontane da Roma si
impostavano delle vere e proprie città, abitate da ex soldati, veri
avamposti di Roma, per dare terra ai romani ma anche controllare da vicino
popolazioni di fresca sottomissione. L’attività dei coloni era appunto
coltivare, ma era sufficiente che tornassero a Roma, per riprendere
all’istante tutti i diritti del civis. Le “colonie” greche, invece, erano
veri e propri trasferimenti, dalla madrepatria alla nuova città, del tutto
autonoma ed indipendente dalla madrepatria. In greco si dice “apoikìa”, cioè
allontanamento dalla patria. Dunque il vocabolo colonia non si adatta al
sistema greco. Infatti, una volta partiti, non si era più cittadini della
città di origine.
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Le “colonie” greche,
dunque, si ribellano al nuovo padrone, e la tensione sfocia nella distruzione
di Mileto nel 499 a.C., malgrado l’aiuto ateniese. Frìnico, tragediografo
ateniese, di cui abbiamo pochi frammenti, mise in scena la tragedia “La
distruzione di Mileto”, gettando nella disperazione gli spettatori, al punto
che fu proibito da allora in poi rappresentarla ancora. (Per gli effetti
“internazionali” della rivolta ionica puoi rivedere il mio post intitolato ANNO
510.).
Dario I, dunque, re di
Persia, soffocò nel sangue la rivolta greca. Ma quale importanza potevano avere
per lui quelle città? Dal punto di vista pratico l’importanza era scarsa. Ma il
modello di vita greco era visto con ostilità e sospetto dai persiani, un
pessimo esempio ed una tentazione per gli altri sudditi dell’impero. Un po’
come per gli USA un regime comunista o socialista (Cuba, Cile di Allende) in un
paese americano, o le primavere di Praga ed ungherese, o l’eurocomunismo agli
occhi dei sovietici. Dario non ha digerito l’appoggio di Atene ai ribelli, e
questo fatto tra l’altro è anche un’ottima scusa per provare ad allargarsi un
altro po’ in occidente. E pensa alla guerra:
PRIMA
GUERRA PERSIANA. Nel 490 a.C. circa 60 mila soldati si imbarcano, per
aggredire Atene. Sbarcano in prossimità dell’isola di Eubea, sulla piana di
Maratona. Atene, che evidentemente prevedeva questa mossa, ha mandato lì il
suo esercito, forte di 10 mila uomini, più mille di Platea, città della
Beozia. Il rapporto numerico è di uno a sei tra ateniesi e persiani. Ma,
incredibile a dirsi!, gli ateniesi partono all’attacco, tra lo sconcerto dei
nemici, che pensano che quelli siano pazzi. Sotto la spinta di Milziade, il
generale, gli ateniesi sfondano al centro, e poi con manovra a tenaglia
prendono in mezzo i nemici, e li mettono in fuga. Scappano i persiani sulle navi
al largo, e Mardonio, capo persiano, dà ordine di fare rotta verso sud: se
l’esercito di Atene è lì, chi difende la città? Allora la vuole prendere
senza difesa. Ma Milziade vede la direzione delle navi, capisce l’intento, e
dà ordine ai soldati di mettersi in assetto di marcia, e con un trasferimento
quasi tutto di corsa, si affanna a giungere sulla costa ateniese, prima
dell’arrivo delle navi. La manovra riesce, e, quando le navi persiane
arrivano in vista del porto ateniese del Falero, vedono la fila dei militari
ateniesi schierati ad aspettarli. Fanno allora inversione di rotta, e se ne
tornano in patria. Quanto dista Maratona da Atene? 42 km e qualche centinaio di metri: è esattamente
la distanza che devono coprire coloro che gareggiano nella Maratona. La
leggenda parla di un tale Filippide, che avrebbe fatto una corsa folle, per
comunicare ad Atene la vittoria a Maratona. E sarebbe morto per lo sforzo. In
realtà la corsa disperata l’ha fatta l’esercito intero. E felicemente.
Morirono in 192, i loro corpi furono cremati, e i resti sepolti sotto il
tumulo ancor oggi visitabile. Al tumulo fu aggiunto il seguente epigramma di
Simonide di Ceo: « Gli
Ateniesi, difensori degli Elleni, a Maratona distrussero le forze dei Medi,
d'oro vestiti. ». Proclamavano gli ateniesi la loro superiorità
culturale, e non ne facevano mistero, anzi si comportavano come tali.
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Dario non la prese proprio bene. Non che Atene
e la Grecia fossero così importanti per lui, ma insomma, una bella lezione a
‘sti greci poteva essere un bell’ammaestramento per gli altri, tanto più che i
greci definivano “barbari” (=quelli che quando parlano, dicono “bar, bar, bar”)
i persiani, e non perdevano occasione per vantare la vittoria a Maratona.
Perciò si diede a preparare una invasione in grande stile, con migliaia e
migliaia di uomini e centinaia e centinaia di navi. Ma nel 485 morì, e gli
successe sul trono il figlio Serse, che riprese il suo progetto.
SECONDA
GUERRA PERSIANA. L’immensa armata doveva essere trasferita in Europa,
attraversando Il Bosforo. A traghettarla, si sarebbe perduto un sacco di
tempo. Fece allora costruire un ponte di barche, ed a cavallo attraversò il
mare, e gli dèi gli avrebbero poi fatto pagare quest’atto di arroganza e
tracotanza. Gli ateniesi si allarmarono, e Temistocle mandò incontro ai
persiani la flotta, che riportò un primo successo al capo Artemisio. Atene,
però, non era difendibile, e quindi si decise di abbandonarla, trasferendo
gli abitanti sull’isola di Salamina. Ma occorreva tempo, ed allora Leonida ed
i suoi trecento, insieme ad altre truppe, fu mandato a presidiare il passo
delle Termopili, con l’ordine di resistere ad oltranza, fino alla morte. A
più ondate i persiani provarono a passare, ma quelli, come esaltati dal
pensiero della morte eroica, li respinsero sempre, evento memorabile già così
com’è stato, e senza gli artifici del film 300. Alla fine i barbari
passarono, e distrussero Atene ormai svuotata degli abitanti (la devastazione
è la premessa per la sontuosa ricostruzione di Pericle - vedi il post Aspasia
e Pericle). Si era intanto formata una coalizione greca (anche se non tutti
ritenevano di dover combattere, e per varie ragioni), alla cui testa era
Sparta, riconosciuta come la più forte in armi. E gli spartani hanno un piano: fortificare
il Peloponneso, e costringere i persiani ad una lotta di logoramento.
Temistocle questo non lo vuole: una vittoria sotto la guida spartana lui la
vedeva come una condanna per Atene ad un ruolo subalterno, e lui come
ateniese non amava questa prospettiva. Medita di costringere tutti ad una
battaglia navale, lì nelle strette acque di Salamina, nella quale la flotta
ateniese sarebbe determinante. Perciò,
fingendosi amico del re (non sarebbe stato certo né l’unico né il primo tra i
greci), mandò Sicinno, un suo fidato, a svelare al re i piani degli spartani:
“Se tu, invece, li attacchi domani qui a Salamina, con un’unica battaglia
risolvi il problema.”. Serse abbocca, e nottetempo blocca con la flotta il
mare di Salamina. Ai greci non resta che combattere, ed è un trionfo. Le
triremi ateniesi erano agili e veloci, i soldati lottavano per la loro
patria, le navi persiane erano goffe e pesanti, ed il risultato fu un
massacro di persiani: molti di loro non sapevano nuotare ed annegarono, e
quelli che raggiunsero a nuoto Salamina, vennero subito uccisi. Serse, che
s’era fatto sistemare il trono sulla terraferma per assistere al trionfo, di
fronte alla disfatta si diede a precipitosa fuga, salvandosi per miracolo.
L’esercito dei persiani dovette aspettare la stagione buona per tornare, ma
fu intercettato in Beozia, nella piana di Platea, e sconfitto dagli spartani
l’anno dopo (479), e così pure ciò che restava della flotta venne distrutto
dagli ateniesi nel mare di Samo, nella zona ancora oggi chiamata Micale. Alla
testa degli ateniesi c’era Santippo, il padre di Pericle. Nell’anno di
Salamina (480) in Sicilia ci fu la battaglia di Imera, nella quale i
siracusani sconfissero i cartaginesi. Serse, infatti, aveva sobillato i
punici, che da secoli contendevano l’isola ai greci, perché attaccassero ad occidente, mentre lui
attaccava da oriente: i due settori greci non avrebbero potuto aiutarsi. Ma
la sconfitta fu su entrambi i fronti. E Salamina fu la rampa di lancio per la
potenza e la cultura ateniesi. I greci avevano percorso una strada del tutto
originale, quella della democrazia, ed occorreva un’esperienza probante
sull’efficacia del sistema. E la vittoria era la prova che la strada era
giusta. Si legga e si rifletta su quanto afferma Eschilo nella sua tragedia “I persiani” (una delle poche tragedie
ispirate a fatti realmente storici). Siamo nella reggia di Sardi, il dramma è
concluso, ma lì non ne sanno ancora nulla. Arriva la regina, che ha fatto un
brutto sogno ed ora interpella i vecchi persiani, che compongono il coro, e
chiede notizie su Atene, e, ragionando da persiana, vuol sapere il nome del
capo dei vincitori di così grande armata. Ed il coro risponde: “Non usano
frecce, ma aste e scudi; non hanno ricchezze, ma una fonte d’argento (=le
miniere del Laurio, vedi post su Temistocle); chi è il grande condottiero
dell’esercito?
NESSUNO, E DI NESSUN UOMO SI DICONO SCHIAVI, NE’
SOGGETTI
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E COSI’ L’UOMO DELLA
PROVVIDENZA E’ BELL’E SERVITO! Auguri a chi l’aspetta. La Storia non si ripete
mai, ma i meccanismi che generano i fatti sono sempre quelli. Cosa si impara da
questa vicenda? Che nei momenti difficili un popolo si rimbocca le maniche,
mette da parte il “particulare”, e compatto e determinato persegue i suoi
obiettivi. E la vittoria è un potente stimolo ad andare avanti, specie se prima
pareva impossibile. “Siam pronti alla morte”, proclamavano nel Risorgimento gli
ottimisti, che hanno fatto l’Italia. “Siam pronti alla vita”, fanno cantare ai
bambini, e, se tanto mi dà tanto……………… A
DOMENICA PROSSIMA, con Papirio Cursore e le guerre sannitiche.



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