POST DI RIEPILOGO SU STORIA E CULTURA DI ROMA ANTICA
Nata da modestissime
origini (un agglomerato di capanne di pali frasche e fango, popolato da clan
familiari diretti dal pater familias, dediti a povera e stentata economia di
sopravvivenza, agricola e pastorale), a metà dell’VIII secolo scaturisce dalla
socìetas tra le famiglie (gentes), stanziate sulle alture che si affacciano sul
Tevere presso l’isola Tiberina, e che circondano una valle acquitrinosa e
insalubre (malaria), utilizzata come cimitero.
Nel post di domenica
passata ho scritto che la Grecia ha inventato sia il termine sia la sostanza
della democrazia, indicandola come caso unico in quel tempo. Per la verità
anche nell’estremo occidente, nella terra chiamata Esperia (tramonto) dai
greci, nella sua zona centrale, proprio in quell’agglomerato di capanne si vive
un’esperienza assai simile. Essendo, infatti, la nuova città, chiamata Roma e
non si sa perché, una sorta di federazione tra clan familiari, l’organo
direttivo è il senato (senes=vecchi), istituto di cui fanno parte i vari pater
familias ed i loro successori, il primogenito maschio. Ma le decisioni devono
per statuto essere sottoposte al parere del popolo, mentre la loro esecuzione
pratica è affidata ad un magistrato ELETTIVO (quindi NON dinastico) ed a vita,
il REX (dal verbo REGERE). Di qui la sigla: SPQR (Senatus PoplulusQue Romanus).
Ma l’esperienza romana non ha avuto la risonanza e la diffusione di quella
greca.
Come è stato possibile
allora che una città così modesta nelle origini e così fuori dei grandi
circuiti culturali abbia poi finito per divenire ROMA? La domanda è
impegnativa, e il respiro di un post di FB è troppo breve, perché la risposta
sia esaustiva. Proviamo ad indicare alcuni dei fattori.
1.
La lingua. Il latino è l’immagine e
nello stesso tempo il prodotto ed un fattore di un modo di procedere
straordinariamente logico, di una razionalità ferrea, tanto che ha potuto fare
a meno della strepitosa crescita della scienza greca, assai simile alla nostra.
La scienza greca era astratta, del tutto estranea alla concretezza romana: c’è
da risolvere un problema? Bene, lo si analizzi, cioè lo si riduca ai suoi
elementi semplici ed essenziali. Poi, procedendo con una sorta di logica
binaria, come nell’informatica, si vada decisi alla soluzione. Non è
intelligente l’atteggiamento di chi, oggi, è ostile allo studio del latino, in
quanto “roba vecchia”. Al contrario proprio oggi, epoca in cui regna la babele
dei linguaggi e delle idee, il latino sarebbe oltremodo utile, addestrando ed
abituando le menti dei giovani alla logica;
2.
L’esercito, straordinario strumento
quasi invincibile, faccia militare del prisma dell’organizzazione romana in
tutti i settori;
3.
La razionalità concreta. Nel bel film di
Magni, “Scipione detto anche l’africano”, il protagonista intima al filosofo
greco Carneade di lasciare Roma entro 24 ore, perché parla in modo sgradito a
Publio. “Forse che nella libera repubblica romana non si può dire tutto, e quindi
non è libera?”. “A Roma se po’ dì tutto, quello che se capisce, però. Quello
che nun se capisce, nun se po’ dì, perché non è onesto. Quindi tempo 24 ore e
devi lasciare la città!”. Càpita di sentir dire che “tutte le opinioni sono
valide”, ma si vorrebbe dire legittime. Per una elementare considerazione
razionale due opinioni differenti non possono essere valide entrambe: almeno
una è errata, se non tutt’e due. Legittime, non valide. A Roma una cosa simile
non la si ammetteva, e qui da noi invece si continua a crogiolarsi
nell’illusione;
4.
Lo straordinario, eccezionale
attaccamento alla Patria. Per lunghi secoli i dissidi tra classi sociali (erano
tre, patrizi – cioè discendenti dei patres -, cavalieri – diremmo oggi
borghesia affaristica –, e plebei, gli altri), che pure non sono mancati, nella
minaccia dall’esterno hanno trovato la ragione perché fossero ricomposti. Noi
siamo decisamente lontani, se troviamo la maniera di sentirci italiani solo con
la Nazionale di calcio et similia, essendo piuttosto inclini al provincialismo
ed al campanilismo esasperato (tra i francesi Parigi è Parigi, e tutti la
sentono propria: qui da noi, benché Roma per diversi aspetti valga più di
Parigi, è vista con malanimo da chi romano non è, eppure ha civilizzato tutti);
o, in certe tragiche fasi della nostra storia, al nazionalismo guerrafondaio
(l’interventismo nel primo conflitto mondiale, e poi nel secondo) e
colonialista, involuzione tragica e funesta del Risorgimento (oggi messo nel
dimenticatoio: “siam pronti alla vita”, cantavano i bambini all’inaugurazione
dell’Expo a Milano, stravolgendo il senso e la lettera dell’Inno). Come abbiamo
visto, la storia romana ci presenta episodi tremendi di tale attaccamento (i
consoli Bruto e Torquato, che non esitano a giustiziare i propri figli, pur di
salvare la Patria). I romani non gradivano che si mettessero in scena commedie,
i cui personaggi fossero romani: il teatro, luogo della finzione, non era
adatto a rappresentare in modo comico l’austero civis, anche perché autori ed
attori erano persone di infima condizione sociale, per lo più di origine greca,
come il teatro del resto. Va da sé che non ci si debba augurare di arrivare a
tanto, ma certo la passione che ci mettiamo ad autodenigrarci…….
5.
La grande apertura mentale. Avrebbero
avuto tutte le ragioni per essere spocchiosi verso i popoli vinti, ed invece i
romani sono sempre stati attenti a studiare il modo di fare altrui, non avendo
minimamente problemi ad adottare modalità straniere. Faceva parte del bottino,
e si è trasformato in un arricchimento incalcolabile. Tale atteggiamento
l’hanno avuto con tutti, ma specie con la Grecia, da cui i romani hanno
imparato molto, non di rado superando i maestri. Se i greci vantano Omero, i
romani gli oppongono Virgilio, ma Omero è datato, mentre Virgilio è attuale,
vale anche per noi; all’oratoria di Demostene i romani oppongono quella di
Cicerone, e non c’è paragone; i greci hanno inventato la Storia con Erodoto,
l’hanno perfezionata con Tucidide, ma i romani l’hanno praticata alla grande
con Sallustio Cesare Livio Tacito; i filosofi greci hanno inventato il poema
filosofico-didascalico, ma Lucrezio sullo stesso tema ha elaborato un
capolavoro della letteratura mondiale, attuale anche oggi; grandiose sono le
stagioni della lirica greca (arcaica e poi ellenistica), ma Catullo e la poesia
neoterica non ha nulla da invidiare a quelle. Non ci sono stati filosofi a
Roma, se si eccettuano Cicerone Seneca e Marco Aurelio: per forza!, la
filosofia è attività di astrazione, mentre a Roma si vuole stare con i piedi
ben piantati a terra. Apprezzano la filosofia i romani, ma come propedeutica
all’oratoria, strumento principe dell’interesse principe dei romani, la res
publica, la politica. Ed io trovo che l’arco sia l’elemento architettonico
logico ed ideale per esprimere la mentalità romana: ha un inizio, lo sviluppo e
poi la fine, tutto ben ancorato al suolo. Come il cornicione del Colosseo, che
lo salva dall’effetto ottico di fuga verso l’alto, riallacciandolo al suolo su
cui sorge;
6.
I romani hanno conquistato e sottomesso,
ed hanno anche lasciato una scia di sangue dietro di sé. Ma i popoli
sottomessi, dopo un primo impatto critico, hanno percepito i vantaggi del far
parte di un impero universale: commercio e movimenti in sostanza liberi su un
vasto territorio, che i padroni hanno dotato di porti, strade, saline, fori, templi, teatri, acquedotti…
Perché Roma è
tramontata (l’impero, intendo)? Anche qui elenco qualche ragione, parziale
spiegazione di un fenomeno complesso:
1.
Leggo ancora su qualche libro sbagliato,
o mi càpita di sentire dire, che all’origine della fine dell’impero sta la
diffusione del Cristianesimo, perché nella sua etica vi sarebbero i fattori di
disgregazione. Una stupidaggine bella e buona (ve lo dice un ateo convinto): a
partire dall’impero di Costantino il grande il Cristianesimo ha avuto una
presenza via via sempre più importante, fino a divenire con Teodosio religione
dell’impero. Il vescovo di Milano, Ambrogio (non me ne vogliano gli amici
milanesi, ma era un romano, chiamandosi Aurelio), rifiutò ed impedì l’accesso
al tempio da parte dell’imperatore, di ritorno dalla strage da lui compiuta a
Salonicco. La Chiesa cattolica è organizzata in diocesi, esattamente come era
ormai suddiviso il territorio dell’impero. Quindi la religione non solo non
mirava a demolire l’impero, al contrario vi si inseriva in modo del tutto
organico;
2.
La ragione vera è il progressivo ed
irrimediabile distacco tra classe dirigente e popolazione, distacco in atto già
nella lingua (popolare contro aulica), ed ancor più marcato sotto il profilo
economico. Poche famiglie si accaparravano la fetta più grande della ricchezza
romana, un po’ come succede da noi, come indico nel punto seguente. Ad un certo
punto pochi sentivano l’orgoglio dell’essere civis romanus, e quindi l’arrivo
dei barbari, al di là degli eventi tragici che comportava, era visto solo come
un cambiamento di padrone, cosa del tutto indifferente per la gente. La lettura
del Satyricon di Petronio ci dà conto della lontananza del sentire comune da
quella Virtus esaltata e agognata dai grandi (Seneca, Livio, Orazio eccetera),
e che per secoli aveva guidato l’agire romano;
3.
Le invasioni barbariche sono spesso
indicate come fattore della fine dell’impero. Ma è l’esatto contrario.
Incursioni di barbari nel territorio romano c’erano state periodicamente, ma
erano state regolarmente annullate (cimbri e teutoni nel 100 a.C.: sterminati,
ad esempio). Questo fu possibile per la salvezza dell’integrità dell’impero,
finché non s’era determinato il distacco tra classe dirigente e popolo, di cui
parlavo prima. Poi nessuno oppose resistenza: era un guscio vuoto, ormai. Allora
sulla base di questa lezione storica mi viene molto da grattarmi la testa quando mi càpita di osservare il distacco
oggi esistente tra la nostra classe dirigente e popolo, e l’astensionismo è un
brutto segno di ciò : il 63% della nostra ricchezza nazionale è nelle mani del
16% delle famiglie, e vi sono pensionati a quaranta mila € al mese accanto a
disoccupati, esodati, precari e malpagati e pensionati al minimo……;
4.
Sradicamento dei piccoli e medi
contadini dai processi economici e produttivi. L’economia italica non regge la
concorrenza con i prodotti di provenienza orientale, per cui si assiste a due
fenomeni, già negativi da soli, figurarsi in combinazione tra loro:
spopolamento delle campagne, con trasferimento a Roma e nelle città, al
servizio dei potenti (patroni) come CLIENTI (come oggi), con relativa perdita
della dignità (come oggi: la clientela è uno dei fenomeni sociali e culturali
più ripugnanti in Italia); diffusione del latifondismo, condotto con l’uso
massiccio della manodopera schiavistica, ed
inevitabile perdita della produttività;
5.
La miopia della classe dirigente romana
a partire dal I secolo a.C.: il gretto conservatorismo ha impedito quel
rinnovamento della repubblica, che avrebbe risparmiato ai romani l’esperienza
devastante della monarchia imperiale. L’UOMO DELLA PROVVIDENZA!!!! Già con
Augusto se ne parlò, ma non è andata proprio così. Non è MAI andata così. E’
meglio non farsi illusioni: è un’illusione il buon papà nazionale, ed è meglio
impegnarsi;
6.
Infine una cronica e strisciante crisi
demografica: in proporzione al territorio la popolazione era scarsa. A causare
ciò, da una parte l’insorgere periodico di pestilenze, dall’altra il calo di
natalità: le condizioni agiate di vita inducevano le donne a desiderare meno
figli, anche a causa della mortalità per gestazione e parto. Le famiglie che
avevano fatto la storia di Roma, a causa di ciò ed anche per le stragi
indiscriminate per le lotte politiche a fine repubblica e durante l’impero, si
erano via via estinte, senza che si riuscisse a sostituirle. E le guerre.
E con ciò per ora ho
chiuso. Mi è stato richiesto un post su Alessandro Magno: lo farò, ma penso fra
un paio di domeniche. Chi ne ha voglia, potrà trovare tutti i miei post in un
blog ( google, blogger.com – questermocolle fulviomarino). Mi farò vivo poi a
settembre: studierò una modalità nuova, per chi vorrà ancora seguirmi.
Ed ora un invito a farmi
un regalo: acquistate e fate acquistare il mio libro intitolato “IL PIFFERAIO
TRAGICO”. Ma mi piace pensare che sarebbe un regalo anche per voi: chi l’ha
letto, l’ha trovato molto piacevole. Come lo si acquista? Andando su “ilmiolibro.it”, oppure in qualsiasi libreria
Feltrinelli, presso cui lo si deve prenotare, specificando che fa parte de
“ilmiolibro.it”. Sapete come scrivo, e
mi pare che lo gradiate. Il libro vuole essere uno specchio della nostra realtà
negli ultimi decenni, con note tragiche accanto a note comiche, battute
fulminanti accanto a tratti discorsivi. E poi la memoria: molti rivivranno al
séguito delle pagine atmosfere lontane…….
GRAZIE
A TUTTI, E A PRESTO (SPERO)! ciao














