ROMA: DISCESA ALL’INFERNO
(BATTAGLIA DI CANNE) E RITORNO (METAURO)
Nella zona nord del
lago Trasimeno, Annibale aveva attirato in un agguato l’esercito romano, e
l’aveva distrutto. Capivano allora amaramente i romani che il signorino lì
incontro era una brutta gatta da pelare. Avevano l’abitudine, i romani, quando
passavano un momento di gravità ECCEZIONALE, di fare ricorso ad una carica
ECCEZIONALE: la dittatura. Questa era sicuramente a tempo, quindi con la
scadenza, e poteva essere totale o finalizzata ad un obiettivo preciso.
Insomma, se lo ritenevano necessario, i romani SOSPENDEVANO LA LEGGE NORMALE, e
ponevano la res publica nelle mani di un capo, dalle provate qualità e virtù,
per un periodo di tempo e per obiettivi ben chiari. E tutti gli dovevano
ubbidienza assoluta e totale. Un po’ come facciamo noi, quando nominiamo un
commissario straordinario per la gestione di un’azienda o un Ente, la cui
dirigenza normale per varie ragioni non funzioni.
E la scelta cadde su
Quinto Fabio Massimo. Costui fece le sue valutazioni, ed arrivò alla
conclusione che non era il caso di riprovarci con Annibale in campo aperto. Il
punico infatti aveva dimostrato una estrema pericolosità, e il nuovo esercito
romano era stato messo in piedi con una leva d’urgenza, e risultava composto da
giovincelli con scarsa esperienza: aveva sconfitto, Annibale, gli eserciti
regolari e composti da soldati esperti, non era dunque il caso di provarci con
quei pivelli. Era invece il caso di aspettare l’occasione giusta, tanto più che
Annibale un problema serio ce l’aveva: i rifornimenti. Era partito dalla Spagna
con una convinzione: i popoli italici avrebbero approfittato della sua
presenza, per sfilarsi dalla soggezione ai romani, e lo avrebbero aiutato. Ma
le cose non andarono proprio così. Gli si accodarono, infatti, i galli della
valle padana, vinti solo quattro anni prima dai romani (222 a.C, battaglia di
Casteggio, vinta dal console plebeo Marco Claudio Marcello), e quindi non avevano ancora un rapporto organico con la
capitale. Anche alcune città greche si sfilarono da Roma (Taranto, Siracusa ed
alcune altre), ma il grosso delle popolazioni italiche restò fedele (specie etruschi sabini latini sanniti),
garantendo ai capitolini continui rifornimenti di soldati armi e mezzi.
Annibale , invece, doveva procedere per razzie, e questo stancava i soldati ed
inimicava gli italici ancora di più. Perché gli italici restarono fedeli a
Roma? Per due ragioni: la paura, in quanto i romani punivano pesantemente chi
tradiva; ma, soprattutto, perché avevano capito che liberarsi dei romani voleva
dire mettersi sotto il tacco dei cartaginesi, noti per il loro dispotismo, e,
tra l’altro, di un diverso ceppo etnico (semiti). Dunque Fabio Massimo adottò
la tattica della toccata e fuga: rapide improvvise e micidiali incursioni, per
poi sottrarsi allo scontro diretto. Con ciò si meritò il titolo di CUNCTATOR,
temporeggiatore! Ma la sua dittatura arrivò a scadenza, e tornò la gestione
normale, con i due consoli, Lucio Emilio Paolo e Marco Terenzio Varrone.
Ai consoli si
raccomandava di agire d’accordo, ma, in caso di divergenze d’opinione, era
prevalente l’opinione del console in quel momento in posizione di primato
(mezzo anno per uno). Ed Emilio continuò la tattica di Fabio, nella
scontentezza dell’esercito e dell’opinione pubblica e del senato, ansiosi di
vendicare le batoste del Ticino, del Trebbia, e del Trasimeno. Quando fu il
momento di Terenzio, i due consoli (probabilmente d’accordo) si risolsero ad
affrontare Annibale in una battaglia campale, tanto più che i romani avevano un
numero quasi doppio di armati. Cammina cammina, i due eserciti nemici erano
arrivati in Puglia, vicino al fiume Ofanto, nei pressi di una località chiamata
CANNE. Era il 2 agosto del 216 a.C.. Annibale dispose le sue truppe in una
formazione convessa al centro, e lì i romani concentrarono l’assalto. Come
stabilito da Annibale, il suo centro indietreggiò, fino ad assumere una
fisionomia concava, e circondare così i romani. I reparti di cavalleria punici
sconfissero i reparti a cavallo romani, e presero alle spalle le fanterie
romane. E fu un massacro! Pochi si salvarono, e tra questi un giovane
diciottenne, di nome Publio Cornelio Scipione. L’avesse saputo, Annibale………
Annibale si portò
all’accampamento romano, per fare bottino. Lì i consoli avevano lasciato circa
dieci mila uomini, e questi si arresero senza combattere. Annibale ordinò che
si presentassero da lui i dieci prigionieri appartenenti alle famiglie più
importanti di Roma. Comunicò loro che li mandava a Roma, a comunicare al senato
che lui era pronto a rilasciare tutti i prigionieri in cambio di un riscatto,
un tanto a testa. Prima che uscissero, però, dovevano vincolarsi con un solenne
giuramento a tornare. I dieci partirono, ma uno di loro finse di aver
dimenticato qualcosa nell’accampamento, e rientrò per poi riuscire. Fece questo
come atto di furbizia: aveva giurato che sarebbe tornato, e lui, così
rientrando, aveva ottemperato al giuramento, che quindi per lui non valeva più.
Pensava con ciò di potere restare a casa, una volta tornato a Roma.
Intanto a Roma era
arrivata la notizia della strage: 60 mila morti! Il senato temette il tracollo,
e decise una reazione energica. Per prima cosa vietò funerali, vestiti a lutto
e cerimonie connesse; quindi accolse con tutti gli onori il console superstite,
Varrone (Emilio Paolo era morto a Canne), decretò la leva di massa, e si
dispose a resistere all’attacco sicuro di Annibale. Arrivarono i dieci mandati
da Annibale a chiedere soldi. Figurarsi le pressioni delle famiglie dei
prigionieri, perché si pagasse! Ma il senato disse di no! E per due ragioni: 1.
Se il denaro fa comodo ad Annibale, non va bene per Roma. Annibale, infatti,
con quel denaro, può assoldare mercenari, ed allora per Roma è finita; 2.
Pagare il riscatto può costituire un pericoloso precedente: al prossimo scontro
i soldati, facendo conto che saranno riscattati, saranno inclini a non
combattere ed a farsi fare prigionieri. Dunque rimandarono indietro a mani
vuote i dieci, tutt’e dieci. Anzi, quello che aveva creduto di fare il furbo,
glielo rimandarono incatenato. Annibale, sicuro di tutt’altro esito, capì che
la faccenda con Roma sarebbe stata ben più seria di quanto lui prevedesse.
Sarebbero capaci di tanto i nostri
attuali parlamentari? Annibale non se la sentì di uccidere tutti quegli uomini,
e li liberò. Questi presero la strada per Roma, ma nel viaggio incontrarono una
delegazione romana, che intimò loro di andare in Sicilia, e lì aspettare la
fine della guerra, ché poi si sarebbero fatti i conti della loro vigliaccheria:
arrendersi senza combattere! Non è da romani! Lì in seguito li trovò Scipione,
quando decise di attaccare l’Africa, e furono ben felici di aderire alla sua
offerta di arruolamento: quale occasione per riscattarsi! E partirono con lui,
e si fecero onore, per tornare poi a Roma a testa alta.
La disfatta di Canne
avviene il 2 agosto 216. Annibale si dirige verso Roma, ma non si fida di
attaccarla. Teme infatti di venire a sua volta assediato da eserciti italici,
che Roma è in grado di mettere in campo. Si piazza a Capua in attesa
dell’occasione propizia. I romani non stanno con le mani in mano, ed assediano
Nola, che era passata con il nemico. Annibale la vuole aiutare senza impegnarsi
direttamente. Allora si dirige su Roma, per costringere i romani a togliere
l’assedio a Nola, convinto com’è che Roma sia indifesa. Ed arriva a vederla,
Roma, ma proprio quando arriva, vede uscire dalla porta dei reparti armati: non
erano contro di lui, ma un’esercitazione di un contingente appena appena
arruolato. Quindi se ne andò, e Nola fece una brutta fine. Prese a spostarsi
per l’Italia meridionale, seguito dall’esercito romano, tra scorribande,
scaramucce, scontri e ripiegamenti. Infine pose il campo nei pressi di Canosa
di Puglia, ed i romani di fronte a lui. Console romano era Caio Claudio Nerone,
poco noto per colpa dell’omonimo imperatore, come osserverà Byron. Annibale si
è sistemato, sta fermo e non si muove più. Sta aspettando qualcosa? Si domanda
il console. E cosa sta aspettando? O, meglio, chi sta aspettando? Allerta i
suoi: è assolutamente necessario catturare qualche staffetta cartaginese e
farsi dire cosa stia succedendo. E così fanno, e così si viene a sapere che
Annibale sta aspettando suo fratello Asdrubale con un altro esercito. Asdrubale
è partito dalla Spagna giusto un attimo prima che vi giungesse Scipione e
bloccasse la via dei rifornimenti. Se i due fratelli congiungono le forze –
pensò Claudio Nerone – la faccenda si fa veramente brutta. Dunque decise di
agire d’astuzia. Sapeva che Asdrubale sarebbe passato per le regioni
adriatiche, avvertì l’altro console – Marco Livio Salinatore, che operava in
Italia centrale – e se ne andò via dal proprio campo. Ma era assolutamente
necessario che Annibale non se ne rendesse conto. Quindi lasciò
nell’accampamento un certo numero di soldati, con l’ordine di fare quanta più
confusione possibile – trombe, marce, pattuglie, fuochi – perché i cartaginesi
non si accorgessero che l’esercito romano era partito. E lui lo fece partire di
notte, nel silenzio più assoluto, e alla media di più di 60 km al giorno (a
piedi: incredibile!) coprì la distanza che lo separava dal nemico. I due
consoli congiunsero le forze, ed aspettarono Asdrubale sul fiume Metauro, nelle
Marche. Il punico si rese conto di come stavano le cose, ma non poté sottrarsi
allo scontro. Era il 22 giugno 207. E fu una strage: morirono tutti i
cartaginesi, Asdrubale compreso. Gli staccarono la testa e se la portarono via.
Ed il console Caio Claudio Nerone riportò i suoi soldati all’accampamento, e zitti zitti vi rientrarono di notte, il
tutto all’insaputa di Annibale (all’insaputa: l’ho già sentita questa! Dove e
quando?). La verità la seppe il giorno dopo: un drappello di cavalleria romana
si avvicinò al campo cartaginese, ed uno dei cavalieri roteò un sacco e lo
scagliò nel campo nemico. Lo aprirono, e dentro vi trovarono la testa di
Asdrubale. E lì Annibale capì che la guerra, che lui aveva scatenato, stava
prendendo una piega decisamente amara.
Scipione lo costrinse a
lasciare l’Italia e lo sconfisse a Zama (18.10.202). A Cartagine Annibale si
trovò in posizione politica assolutamente debole. Per giunta i romani fecero
sapere ai cartaginesi che avrebbero molto gradito la consegna di Annibale, per
scorticarlo vivo e fargli pagare tutti i guai che aveva causato (300 mila
morti, tanto per cominciare). E lui scappò da Cartagine, e nelle regioni del
Mediterraneo iniziò una micidiale caccia all’uomo. Finché , arrivato in
Bitinia, capì di non avere più scampo. E si suicidò, per non cadere vivo nelle
mani dei romani. Ma Scipione era morto qualche mese prima.
La battaglia sul fiume
Metauro fu di sicuro uno degli eventi nodali della storia: un esito diverso
poteva cambiare il corso delle cose, e noi forse non saremmo qui davanti ad un
PC a raccontarci la storia come un romanzo. MA E’ STORIA VERA E
DOCUMENTATA!!!
Donde traevano questa
tempra i romani? Leggete questa. Anno 340 a.C., guerra
contro i latini. Il console romano si chiama Tito Manlio Imperioso Torquato, e
suoi figlio comanda un reparto di cavalleria. L’ordine del console è che
nessuno si muova di propria iniziativa. Ma un drappello di cavalleria nemica
provoca Torquato figlio, questi li attacca all’insaputa (e dalli!!!) del padre,
e sbaraglia il nemico. Poi, tutto contento, va da papà, per ricevere l’elogio.
E quello invece lo mette a morte. Roma è grande per la sua disciplina – gli
dice – e tu l’hai minata con il tuo comportamento. Dovendo scegliere tra la tua
salvezza e quella della repubblica, con la morte nel cuore ti devo punire,
perché Roma è più importante di te. Se non sbaglio anche noi oggi la vediamo
così!
ED ANCHE QUESTA E’ STORIA E SENZA EFFETTI
SPECIALI
Oh!, se riscoprissimo
questa tempra per la nostra disastrata vita in comune!!!
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